Lun. Lug 22nd, 2019

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Maccauro (Assindustria Salerno): una nuova stagione è possibile

21 min read
di Mauro Maccauro

Al Teatro Verdi di Salerno, il presidente degli Industriali di Salerno Mauro Maccauro ha analizzato l’attuale situazione, aprendo alla speranza e indicando alcune strade immediatamente percorribili per la ripresa. L’annuale incontro si è svolto alla presenza del presidente Confindustria Giorgio Squinzi e del presidente della Regione Caldoro.

di Mauro Maccauro
Il presidente Maccauro durante la sua relazione
Il presidente Maccauro durante la sua relazione

La situazione economica dell’Italia, e più in generale di tutta l’area euro, è fiacca.

La crescita, che da sei anni messianicamente tutto il Paese attende, neanche in questo 2014 c’è stata e, probabilmente, nel prossimo sarà poco più dello zero virgola.

Le stime di questo o di quel centro studi, se un giorno fanno riaccendere l’ottimismo, il giorno successivo vengono contraddette da qualche altro computo che le vuole al ribasso.

Cifra più, cifra meno, ciò che è certo è che il Paese tutto arranca e, sul quadrato su cui si gioca la competizione mondiale, siamo all’angolo.

Sfiancati, indeboliti, sfiduciati.

Abbiamo perso molto – credito, occupazione, commesse e volumi – ma non tutto, e come l’araba fenice possiamo ancora risorgere, noi che risorgendo abbiamo costruito la nostra identità nazionale.

Il prolungarsi della crisi economica ha travolto con crudele intensità soprattutto l’industria manifatturiera, il cui ruolo resta fondamentale per la competitività dell’intero Paese. La scure della crisi – come delineato nell’ultimo rapporto sull’economia del Mezzogiorno della Svimez (fine ottobre) – si è abbattuta in maniera decisa sul Sud dove: «nel periodo 2008-2013, la caduta del prodotto (-27,0%), dell’occupazione (-24,8%) e in particolar modo degli investimenti industriali (-53,4%), hanno assunto una forza e una persistenza nettamente maggiori che nel resto del Paese». Il Sud ha quindi affrontato il sesto anno di crisi ininterrotta, un sessennio di recessione nel quale la sua economia è calata del 13,3%, circa il doppio rispetto al resto del Paese (-7,7%).

Un dato su tutti mette i brividi: il tasso di occupazione giovanile, sceso nel 2013 al Sud ad appena il 27,6% e, per le giovani donne, addirittura al 21,6%.

I risultati della Sabatini mostrano però che non ci è passata la voglia di fare impresa, nonostante una domanda interna che resta debole, una crescente perdita di produttività, una occupazione in caduta libera, nonostante il Paese invecchi, si spopoli, si stia privando delle sue migliori energie ed intelligenze.

Le forze produttrici sane del Paese non vogliono gettare la spugna, anche se il termometro più indicativo della crisi italiana è proprio lo smantellamento del sistema manifatturiero: il 15% del manifatturiero in Italia – prima della crisi il più grande in Europa dopo la Germania – è stato distrutto e circa 32.000 aziende sono scomparse.

La nostra manifattura ha pagato molto, sia perché non aveva i capitali e a un certo punto si è trovata senza ossigeno quando il flusso di denaro dalle banche al mondo produttivo è progressivamente calato con l’aggravarsi della crisi, sia perché non aveva dietro di sé le spalle forti di una strategia industriale sostenuta dal governo.

Nel recente passato, infatti, l’instabilità e la debolezza del quadro politico, insieme a una cultura del Paese che sembra avere negli ultimi decenni rimosso, a differenza di altre nazioni europee, il tema delle politiche industriali, ha originato orientamenti e strategie di assai corto respiro: poco energiche, fievoli e senza precisi indirizzi che potessero sostenere in maniera adeguata il mondo che produce.

Oggi ci auguriamo che, come sta accadendo in diverse parti del mondo, si risvegli anche da noi un reale e convinto interesse per l’industria.

Rispetto al passato, occorre un’inversione a “U”. Non occorrono però scelte di stampo dirigistico, che mortifichino le dinamiche di mercato, ma decisioni e piani di sostegno razionali, oculati e metodici volti a liberare il potenziale di innovazione e sviluppo delle imprese perché l’attività di impresa è l’unica che crea il vero lavoro – specie il nuovo lavoro – e la vera ricchezza.

Occorre una visione ragionata, dinamica, anticipatoria, a tutti i livelli della politica così come nelle nostre aziende, perché anche noi, se continuiamo a fare solo quello che sappiamo fare, resteremo per sempre quello che siamo e oggi quello che siamo non basta più.

In tutti i Paesi nei quali, specie durante la crisi, si è rimessa al centro la politica industriale i risultati non stanno tardando ad arrivare. In Germania, ad esempio, con la High-Tech Strategy for Germany vengono finanziati progetti innovativi per un impegno governativo di almeno due miliardi di euro l’anno.

Che dire poi degli Stati Uniti, dove Barack Obama sta riuscendo nell’obiettivo di non cedere la leadership del manifatturiero a concorrenti come India o Cina, dando vita al contempo a 620mila nuovi posti di lavoro.

Esempi come questi dimostrano quanto innegabilmente l’industria resti la spina dorsale delle economie avanzate.

L’industria è il fulcro su cui fare leva non tanto per il suo peso sul totale dell’occupazione o del valore aggiunto, ma perché in essa si concentra il grosso della spesa in ricerca e innovazione (70%); perché i beni industriali sono tra i più esportati (l’80% dell’export) e perché per produrli è necessario acquistare molti servizi (in Italia per un sesto del valore della produzione), generando così una domanda che si propaga veloce e benefica in tutti i settori dell’economia.

Il nostro Paese non può, pertanto, prescindere da un’attenta politica industriale all’interno del proprio programma di governo.

Eppure, sono ancora esigui i cambiamenti in atto in questa direzione.

Poco ancora è stato fatto per l’energia, ad esempio, come se non fosse uno degli aggravi più consistenti con cui le imprese devono fare i conti.

Quel famigerato 30% in più che le nostre imprese pagano in bolletta rispetto a un competitor tedesco quando sarà ridotto realmente? Quante volte ancora saremo costretti a perdere commesse – e non a vantaggio della Cina, ma dell’Austria ad esempio – perché, anche se il costo dell’energia è sceso del 10% con le misure introdotte dal recente DL Competitività (peraltro con coperture finanziarie a danno delle imprese energy intensive e di quelle operanti nelle rinnovabili per una rimodulazione delle componenti parafiscali nel primo caso, e degli incentivi nel secondo), sono aumentate le voci «extra» come gli oneri di sistema e di dispacciamento e diverse altre tasse? Le riduzioni della borsa elettrica, infatti, sono vanificate dagli aumenti degli oneri generali di sistema, determinati per legge. Solo circa il 40% della bolletta è rappresentato dalla componente energia, mentre il rimanente 60% riguarda soprattutto gli oneri di sistema (passati da una media di 39,46 euro/MWH nel 2012 ad una media di 57,70 euro/MWH nel 2014 – elaborazioni Confindustria su dati AEEGSI) e di dispacciamento (passati da una media di 9,58 euro/MWH nel 2012 ad una media di 13,46 nei primi 8 mesi del 2014 – Dati Terna e AEEGSI).

Un gioco delle tre carte?

Apparentemente la riduzione dell’Irap poi – manovra che comunque necessita ancora dell’opportuna conversione legislativa – sarebbe un buon primo segnale, ma a guardare nelle pieghe del provvedimento c’è poco da stare tranquilli e fa bene il nostro Presidente Squinzi a dire al Governo di «non fare scherzi» sulla questione.

Infatti, con il DDL Stabilità, l’Irap per l’intero 2014 torna all’aliquota ordinaria del 3,9%. È quindi del tutto abrogata la riduzione al 3,5% prevista dal dl 66/2014, mentre resta l’aumento dal 20 al 26% dell’imposta sostitutiva sui redditi da capitale diversi da titoli di stato con cui la riduzione doveva essere finanziata.

In più, le aziende potranno beneficiare del taglio dell’Irap – che riguarderà comunque solo i contratti a tempo indeterminato e non quelli stagionali – nel 2016, non prima.

Nel gioco del Governo del “questa vince, questa perde”– al di là di lanci propagandistici e di slogan in grande stile – di tutta la faccenda Irap quindi sembra essere rimasto sul tavolo solo l’aumento netto di imposizione, a valere sul 2014.

Entrando più nel dettaglio della pressione fiscale, superfluo dire che le tasse sono da sempre uno degli assilli di grandezza astronomica a carico delle aziende italiane: secondo il rapporto «Paying taxes» della Banca mondiale, il cosiddetto total tax rate ha raggiunto nel nostro Paese il 65,8%. In questo la superiamo la Germania che – stando ai dati del «Doing business 2014» – si ferma a un livello decisamente più basso, il 49,4% dei profitti.

Non solo poi è alto il livello di imposizione, ma sono anche numericamente tanti i tributi cui far fronte: da noi in un anno le imprese effettuano in media 15 versamenti con un dispendio di 269 ore, contro ad esempio le 167 della Spagna il cui livello di total tax rate è al 58,6%. Eppure la questione tassazione degli immobili di impresa – per citarne una – non è stata oggetto di interesse nel DDL Stabilità. Nella manovra manca un intervento organico di razionalizzazione, semplificazione e necessaria riduzione dell’imposizione fiscale sulle aziende e, se da un lato vengono introdotte misure per il rilancio dell’economia e dell’occupazione, dall’altro l’Amministrazione finanziaria si muove in controtendenza e si contraddice, inserendo i macchinari nelle rendite catastali, così che la già pesante tassazione immobiliare a carico delle imprese lievita oltremisura.

Finora il carico impositivo sugli immobili d’impresa – veri e propri fattori della produzione – non ha subito alcun ribasso e la proposta di rendere integralmente deducibile l’IMU (che nel 2014 le imprese hanno pagato fino a un +50,4% rispetto al 2011) ai fini del reddito d’impresa e dell’Irap non ha trovato alcuna eco.

Solo silenzio, altro che ascolto.

Ancora: come si fa ad avere fiducia in un fisco così organizzato se, alla mole di tasse da pagare, fa il paio un sistema di giustizia tributaria che indebolisce la difesa dei diritti dei cittadini per i costi, i tempi e gli esiti imprevedibili del contenzioso, e un sistema sanzionatorio che non distingue con nettezza gli errori dalle frodi?

Vanno, inoltre, eliminate le attuali distorsioni del prelievo Tari sulle aree produttive che, ingiustificatamente, tanto pesano sui già martoriati bilanci aziendali. Rispetto alla Tasi, sarebbe opportuno che si tendesse al suo azzeramento, senza che però questo comporti l’aumento della aliquota Imu. Occorrerebbe, inoltre, che all’esborso di tasse tanto onerose corrispondessero reali ed efficienti servizi.

È su questi temi aperti che bisogna insistere perché si rispettino i tempi di attuazione della legge delega approvata nel marzo scorso, senza abbassare al contempo la guardia su una delle questioni madre: l’evasione fiscale. L’impegno su questo fronte deve restare massimo, perché le prime a essere danneggiate dalla concorrenza sleale degli evasori sono proprio le imprese sane.

Un altro fardello rilevante per le imprese è dato dai numerosi obblighi a loro carico disposti dalla complessa regolamentazione ambientale.

È troppo elevato il grado di variabilità di alcuni provvedimenti, sia per i continui mutamenti normativi che provocano di rimando incertezza applicativa – oltre al fatto che spesso mancano anche i decreti attuativi delle disposizioni “codicistiche” – sia per la molteplice e svariata interpretazione giurisprudenziale che ne deriva, la quale arriva talvolta a paralizzare gli Enti che devono applicare la norma da un lato, e le aziende che devono eseguire prescrizioni o gestire l’attività di impresa dall’altro.

Un’altra spia rossa è rappresentata dalla mancanza di coordinamento e di dialogo tra i vari livelli istituzionali competenti. Così talvolta si verifica che l’Europa dice una cosa, l’Italia un’altra, la Regione un po’ tutte e due e il Comune fa quel che può.

Così di certo non si risolvono le criticità e non si alleggeriscono i procedimenti. Tutt’altro.

Assistiamo, poi, a situazioni paradossali in cui si realizzano aree industriali in zone con vincoli paesaggistici o attenzionate a livello comunitario, o a casi di aziende che – autorizzate ad insediarsi in uno spazio x – si sono poi ritrovate nel tempo in contesti urbanizzati a vocazione residenziale con tutte le conseguenze immaginabili e non.

Occorrerebbe semplificare l’esistente e legiferare e attuare meglio in futuro. Semplificare eliminando leggi e regolamenti che prevedono adempimenti superflui o eccessivi; semplificare riducendo i tempi e insistendo su di una migliore organizzazione, una migliore tecnologia e, soprattutto, su una migliore cultura, guarnita di competenze e non pregiudizialmente diffidente verso l’attività d’impresa; semplificare unificando le competenze negli sportelli unici, ricorrendo in modo più frequente ad autocertificazioni; accorpando più attività in pochi procedimenti e rafforzando i controlli che devono essere omogenei e avere carattere preventivo più che repressivo. Semplificare per rendere chiare le responsabilità, del chi fa cosa, senza che sia sempre e solo l’impresa colpevole del degrado ambientale del fu Bel Paese.

Entrando nel particolare, poi, la Regione dovrebbe legiferare prontamente su provvedimenti di competenza in materia di scarichi, di emissioni in atmosfera e altro. L’obiettivo sarebbe una chiara applicazione delle norme, eliminando margini di discrezionalità a livello territoriale e promuovendo interventi che possano agevolare le imprese.

A tal proposito, noi ci candidiamo formalmente a essere il trait d’union tra gli enti competenti e le imprese, se questo può davvero significare favorire un dialogo tra le parti, reale e senza diffidenze.

Aggiustare il tiro fino a correggerlo è senz’altro fondamentale ma bisogna che gran parte degli sforzi vada diretta alla ripartenza, al nuovo.

Al Paese, all’industria, occorre infatti un’azione forte sugli investimenti, come la stessa Confindustria nazionale ha rilevato nel suo commento alla Legge di Stabilità.

Eccetto il credito di imposta per R&S, che va però più solidamente finanziato e migliorato nel metodo, sono esigui i fondi per favorire gli investimenti (pubblici e privati) e del tutto assenti quelli tesi al rinnovo degli apparati produttivi (rafforzamento della c.d. Nuova Sabatini e del credito di imposta per gli acquisti di nuovi macchinari), così come quelli per sostenere la patrimonializzazione, le aggregazioni e la crescita dimensionale delle imprese e per favorire l’internazionalizzazione attraverso il finanziamento dell’ICE Agenzia.

Senza questi investimenti non si riaccende il motore, non si riannoda la fiducia che ci occorre per rialzare la testa.

Alla politica nazionale, poi, deve tornare ad affiancarsi anche una specifica politica regionale – e qui mi rivolgo oggi al Presidente Caldoro – perché per il crollo della domanda interna l’industria del Mezzogiorno va ancor peggio dei già disastrosi risultati nazionali. Sul fronte locale, crediamo che Regione ed Enti possano fare molto allo scopo di creare un contesto competitivo propedeutico all’implementazione di una politica industriale razionale.

Nel vasto territorio della provincia di Salerno, nonostante le difficoltà endemiche e quelle comuni all’intera regione e al Paese, il sistema economico non è del tutto compromesso, grazie a tenaci imprese attive in molteplici settori e a riferimenti certi come il nostro porto commerciale, autentica risorsa. Sono questi punti di forza a legittimare la nostra richiesta a fare e ad avere di più, a partire dal migliore utilizzo dei fondi europei.

Sta di fatto per aprirsi una nuova stagione. Abbiamo il dovere di spendere i fondi tutti e meglio rispetto al passato, per realizzare una vera convergenza tra aree del Paese a diverso tasso di sviluppo. Il fattore tempo è cruciale anche per evitare che risorse destinate al Mezzogiorno, se non utilizzate, vengano poi “riprese” dal governo nazionale per finanziare azioni che riguardano l’intero Paese. Se si tratta di “soldi nostri” non ricordiamocene – rivendicandoli – quando è troppo tardi, quando il Governo se li riprende perché noi non li abbiamo spesi.

I prossimi mesi per la nostra Regione saranno cruciali. L’impegno dovrà essere tutto incentrato sulla corretta gestione delle risorse residuali 2007/2013, da spendere, pena la revoca, obbligatoriamente entro il 31 dicembre 2015 e sulla programmazione del prossimo ciclo 2014-2020, i cui programmi operativi, inviati al Governo, sono adesso in attesa che si perfezioni il processo amministrativo di approvazione delle delibere CIPE relative alle regole di cofinanziamento nazionale, i cui valori per le Regioni meno sviluppate sono stati ridotti dal 50% al 25%. In merito alla riprogrammazione delle risorse regionali 2007/2013 ancora disponibili, ci sono bandi che devono essere resi attuativi perché abbiamo o studi di fattibilità oppure delibere di stanziamento risorse e ben 67 milioni di euro (tra risorse del GGR 378 e DGR 497) da assegnare.

Le imprese chiedono che questi soldi siano indirizzati al consolidamento delle passività a breve, al rafforzamento dei Confidi e a un bando “macchinari” simile a quello del MISE attivato a marzo scorso.

Ci occorre questo e lo ripetiamo qui, in questa sede.

In merito alla Politica di coesione 2014/2020 – la fonte principale per i prossimi anni di supporto alla politica industriale nazionale e regionale – auspichiamo anzitutto una soluzione strutturale a livello europeo del Patto di Stabilità, che escluda la spesa per investimenti cofinanziati da fondi strutturali dal calcolo del Patto e che, per analogia, consenta la medesima esclusione sul piano interno regionale, con conseguente effetto espansivo sugli investimenti e, quindi, sulla crescita. Per quanto poi riguarda gli impegni di casa nostra, la Regione dovrà inviare alla commissione europea i suoi Programmi Operativi entro il 2015, per cui, con forza chiediamo si provveda presto, nelle sedi preposte, alla rimodulazione dei piani tenendo conto della riduzione del cofinanziamento nazionale a fronte di programmi paralleli che rispettino il principio di territorialità.

Ancora alla Regione, chiediamo di dare priorità in tema di politiche industriali:

1. al rilancio sul territorio regionale degli investimenti in Ricerca e Sviluppo.

Il “salto culturale” che la strategia europea Horizon 2020 domanda ai decisori regionali è quello di focalizzare le politiche per l’innovazione verso gli ambiti e i domini tecnologici nei quali il sistema produttivo e della ricerca può esprimere eccellenze realmente capaci di competere a livello mondiale.

Per questo proponiamo l’istituzione di un credito d’imposta per le imprese campane che investano in Ricerca e Sviluppo, con criteri diversificati rispetto a quelli previsti dal DDL Stabilità per le imprese nazionali. Il modello regionale dovrebbe prevedere il riconoscimento di un bonus non inferiore al 33%, su un periodo massimo di tre anni, delle spese sostenute per ricerche e studi commissionati ad Università e Centri di Ricerca riconosciuti, nonché degli investimenti in beni strumentali per i quali l’impresa acquisisca dalla stessa Università o dal Centro di Ricerca l’attestazione circa l’indispensabilità ai fini della diversificazione produttiva in termini di innovazione tecnologica.

A ciò dovrebbe aggiungersi un bonus triennale pari al 50% del costo di ricercatori da impiegarsi nell’organico aziendale.

2. al sostegno fiscale alle fasi critiche del ciclo di vita delle imprese campane, quali lo start up dell’attività e il risanamento di imprese in difficoltà, senza dimenticare però quelle aziende eroiche che nonostante la crisi sono riuscite a restare in modo competitivo sul mercato. Anche queste – e forse soprattutto queste imprese – devono essere sostenute e incoraggiate.

Per questo proponiamo l’azzeramento dell’aliquota Irap per i primi tre anni di attività delle nuove imprese e per quelle la cui crisi sia certificata, in base a parametri da predisporsi appositamente, da parte di un soggetto iscritto all’Albo dei Revisori Ufficiali dei Conti.

Proponiamo altresì che la Regione individui espressamente criteri in base ai quali riconoscere alle imprese manifatturiere con maggiore impiego di capitale umano un’aliquota Irap ridotta.

Infine, proponiamo che la Regione applichi l’azzeramento dell’aliquota Irap per tutti gli incrementi del valore della produzione superiori al 10% rispetto a quello dell’esercizio precedente, in modo da far emergere a costo zero una maggiore materia imponibile sul territorio.

3. Particolare importanza riveste per le nostre aziende la qualità del servizio elettrico. I macchinari interessati da micro-interruzioni o disturbi di tensione – oltre a subire danneggiamenti – creano non pochi danni alla continuità della produzione. Per questo chiediamo alla Regione di pensare a misure di agevolazione per tutte quelle imprese impegnate in azioni di risanamento e adeguamento delle cabine elettriche aziendali.

Ci auguriamo che la politica tutta – nazionale, regionale e locale – condividendo la necessità di rilancio dell’industria sostenga le nostre proposte nell’interesse di tutto il Paese.

Tanto alla politica nazionale, quanto a quella locale, così come alle Forze dell’Ordine e alla Magistratura chiediamo, poi, di vigilare con estrema attenzione su di un nemico troppe volte invisibile, o non visto, che costa pesanti tasse occulte anche a noi imprenditori onesti: la corruzione che, secondo alcune stime, arriva a 60 miliardi di euro l’anno, vale a dire mille euro per ciascun cittadino italiano.

Il giorno 15 aprile il New York Times, edizione internazionale, in apertura denunciava che “la mafia allunga i tentacoli e cresce”, espandendosi ora anche in Europa. Eppure se ne parla poco nei programmi politici di cosa fare in concreto per contrastare questa economia celata che ha un giro d’affari da capogiro. È una realtà tragica con cui bisogna fare i conti e che chiede una lotta senza riserve e senza quartiere.

Oltre a quella emersa, che agisce con mezzi e modalità note, esiste poi una malavita che non viene neppure registrata, che passa sotto traccia ma che investe, magari non mettendoci la faccia ma il capitale, e che ci fa spietata concorrenza. È quella del “nostro vicino di impresa”, quello che in apparenza è imprenditore come noi, ma la cui azienda anche in tempi di crisi non conosce battute d’arresto, quella cui non mancano mai i fondi e le commesse e che non ha concorrenti né nel mercato domestico, né in quello oltreconfine.

Altro che barriere e dazi doganali.

In Confindustria per contrastare questo fenomeno da qualche anno abbiamo introdotto uno strumento di “sanzione sociale”, espellendo dal Sistema imprenditori collusi con associazioni criminali.

Ma non può bastare. Il muro contro deve essere di tutti e a tutti i livelli, perché questo non solo è un fenomeno distorsivo che pesa sulla competitività delle nostre aziende ma è un male che corrompe l’intero Paese.

Nella fase di calo consecutivo del Prodotto interno lordo che stiamo vivendo da tre anni, a nostro avviso occorre quindi una scossa su due versanti fondamentali.

Uno lo abbiamo detto è quello del sostegno alla manifattura, mediante un complessivo disegno di politica industriale, l’altro è quello di interventi seri sul versante mercato del lavoro e produzione.

Al di là della questione difficile e delicata sull’articolo 18 che, anche se ci vede condividere l’indirizzo seguito dal Governo, non è a nostro avviso di certo risolutiva delle tante distorsioni del mercato del lavoro, un provvedimento che ci vede favorevoli è quello degli sgravi contributivi triennali per i nuovi contratti a tempo indeterminato, anche se meglio ancora sarebbe se per il futuro tali sgravi fossero definiti in maniera strutturale.

Negli ultimi anni più di una riforma del mercato del lavoro è stata avviata, ma – complice anche la crisi – deboli sono stati i risultati in termini di sviluppo e occupazione.

Nel nostro territorio, storiche realtà industriali di anno in anno sono sparite senza che queste perdite di valore fossero compensate dall’arrivo di nuovi investimenti produttivi.

Bene, anzi male. Non ci stiamo ad assistere a questo impoverimento che non è solo economico senza provare a trovare un rimedio, meglio ancora la cura.

Vogliamo perciò, senza aspettare il governo, già all’interno delle nostre aziende, essere fautori di piccole e grandi metamorfosi positive, insieme ai nostri lavoratori, in una dimensione collaborativa e non conflittuale.

Il presupposto è uno, per noi inconfutabile: il lavoro vero lo creano le imprese e non le sole regole.

Se abbiamo perso capacità industriale negli ultimi 20 anni, non è esclusivamente perché abbiamo un costo del lavoro elevato, ma perché siamo stati scarsamente produttivi. Non vogliamo di certo ingaggiare una competizione sui costi perché ci sarà sempre qualche paese nel quale sono più bassi che da noi, anche perché salari più bassi creerebbero solo lavoratori poveri e non ricchezza. Con costi bassi poi non potremmo aumentare l’efficienza dei processi e il livello delle produzioni che, invece, deve essere il nostro obiettivo fondamentale.

Aumentare la produttività significa poi anche più flessibilità organizzativa, migliore utilizzo degli impianti, crescenti quote di retribuzione collegate al merito e ai risultati dell’impresa.

Questo il nostro credo.

I “come” e “perché” realizzarlo li abbiamo fermati su carta, in un documento scritto a più mani da esperti della materia, che hanno messo a sistema idee e proposte secondo noi fondamentali per dare vita a una migliore cultura del lavoro.

Così come nel resto d’Europa, riteniamo che debba essere sostenuto il percorso di consolidamento del ruolo e del peso della contrattazione aziendale, in particolare di quella legata all’aumento della produttività – capace di creare maggior valore da redistribuire ai lavoratori, attraverso elementi sia retributivi in senso stretto, sia di “welfare”.

Rivolgiamo queste nostre riflessioni alle Organizzazioni Sindacali e a tutti gli altri stakeholders che hanno a cuore un interesse condiviso su tutti: la tutela dell’economia del territorio.

La strada è tracciata, e passa per una rappresentanza forte e autorevole perché un sistema di relazioni partecipativo, strutturato e fondato su rapporti di cooperazione è per noi uno degli strumenti più idonei a proteggere e rafforzare le realtà produttive esistenti, incoraggiare nuovi investimenti e, al contempo, allontanare le “distorsioni” del mercato.

La via quindi c’è, ma occorre camminarci sopra perché si formi.

Il percorso va fatto insieme ai nostri lavoratori e al Sindacato, anche con passo diverso ma nella stessa direzione: la difesa del lavoro.

Le Relazioni Industriali possono e devono rappresentare un fattore di competitività. Nessuna contrapposizione muscolare. Non è il momento di dimostrare chi è il più forte perché – a dirla franca – stiamo perdendo tutti.

È il momento, invece, di unire le energie, di portare in salvo la nave. Non rinunciamo, nel tentativo di difendere un fortino ormai quasi vuoto, a migliorare il valore per tutti, perché imprese e lavoratori non si trovino fuori mercato già oggi e non domani.

Di qui a poco, poi, cambierà il sistema degli ammortizzatori sociali. È prevista, infatti, una loro diminuzione che solo una più concreta ed incisiva interrelazione tra politiche attive e passive del lavoro può controbilanciare rendendo più fluido e ben funzionante il mercato del lavoro.

Il tema che si pone quindi all’attenzione riguarda la definizione di impegni e di strumenti di cui anche l’impresa deve farsi carico per salvaguardare la tutela dell’impiego e l’occupabilità dei lavoratori nei periodi di crisi facilitandone la ricollocazione. Sulle politiche “attive”, è senz’altro positivo l’approccio di razionalizzazione della “Delega Lavoro”, in corso di approvazione in Parlamento. Non occorrono nuovi strumenti, ma risorse, che vanno trovate, per far funzionare quelli previsti, e uno sforzo attuativo e di coordinamento tra i diversi livelli di governo che hanno la competenza nel settore.

Anche su questo aspetto, nel documento che abbiamo voluto intitolare “Dentro la fabbrica” proponiamo una nostra visione e soluzione.

Un’organizzazione aziendale dinamica e flessibile, tesa ad assecondare l’evoluzione del mercato, presuppone competenze e professionalità in altrettanta costante evoluzione.In questa logica, allora chiediamo che si continui a puntare con decisione sui fondi interprofessionali per la formazione continua, come il nostro Sistema fa ormai da anni.

Al governo chiediamo di potenziare poi la formazione specifica attraverso percorsi di alternanza scuola-lavoro in grado di formare concretamente i futuri tecnici, ingegneri e staff delle nostre aziende sulle necessità attuali dell’industria e non quelle di ieri o dell’altro ieri.

Sarebbe poi necessario procedere a una paziente ricognizione e modifica delle tante leggi, divenute spesso fonte di abusi, che incidono negativamente sulla prestazione di lavoro. Pensiamo, a mo’ di esempio, ai permessi elettorali.

L’azienda oltre a pagare i giorni di lavoro al dipendente in permesso elettorale – dipendente che, in più, percepisce un’indennità per quella prestazione d’opera – è costretta a rivedere in quei giorni di assenza l’organizzazione complessiva della sua produzione perché la risorsa in permesso elettorale va sostituita se l’azienda non vuole, causa elezioni, fermarsi.

Cosa c’è di corretto in questa anomalia tutta italiana? Non sarebbe giunta l’ora di mettere mano a queste antiche inefficienze normative?

A primo acchito, queste potrebbero sembrare questioni di secondaria importanza, ma – molti di voi qui in sala sanno cosa vogliamo dire – a causa di queste anomalie le nostre imprese soffrono costi e inefficienze.

Una nuova dimensione della contrattazione collettiva da rafforzare, a livello non solo nazionale, è poi la realizzazione di strumenti di welfare integrativo a favore dei lavoratori per “restituire” potere di acquisto alla forza lavoro senza con questo generare ulteriori aggravi dei conti economici spesso già appesantiti.

Nel nostro documento abbiamo ipotizzato più di uno strumento – dal più basilare al più complesso – a sostegno dei lavoratori.

Se vogliamo migliorare lo scambio salari /produttività non è certo solo nel nostro interesse.

L’azienda non è solo del titolare. L’azienda, quella sana, quella in cui l’aria di fabbrica sa di vita, è di tutti quanti concorrono alla sua tenuta.

Il cambiamento – piccolo oggi, rilevante in prospettiva – è quindi possibile se tutti lo vogliamo, senza arroccarci su posizioni di rendita che non esistono più.

Non sarà il mercato a creare il cambiamento. Dobbiamo essere noi – imprese, lavoratori e sindacati insieme in una logica cooperativa – a innescarlo, coltivarlo, costruirlo.

In gioco c’è il lavoro, o meglio innanzitutto la difesa del lavoro esistente e di quello che può nascere.

Un lavoro che – come sostiene il sociologo statunitense Richard Sennett – deve tornare a essere “ben fatto”, valorizzato per il suo significato prima ancora che per la remunerazione anche perché l’orgoglio per il lavoro eseguito permette di recuperare il rispetto di sé e dell’altro, oltre a permettere di stabilire all’interno dell’azienda dei rapporti sociali durevoli che fanno tornare la fabbrica ad essere quel luogo di socializzazione e creatività, purtroppo in molti casi perso.

L’orgoglio per il proprio lavoro non deve essere considerato un lusso, ma una precondizione necessaria al suo svolgimento.

Anche il nostro di lavoro deve essere ben fatto. Vogliamo mostrare che non esiste divaricazione tra guida e responsabilità. Anche se siamo obbligati per fare quadrare i conti a pensare sul raggio della prossima trimestrale, vogliamo programmare e pianificare per il benessere dell’azienda e dei lavoratori.

Chiediamo però anche di essere messi nelle condizioni di farlo.

Il lavoro è una risorsa strategica e irrinunciabile, fondativa. Se manca il lavoro cede la coesione sociale, saltano gli equilibri e il futuro da prospettiva di speranza diventa minaccia.

Pensiamo quindi che proprio recuperando lavoro l’Italia possa salvarsi.

Vero, viviamo in un’epoca dominata da quelle che Spinoza chiamava le «passioni tristi»: dilaga il senso di precarietà e di insicurezza anche a causa delle enormi difficoltà legate proprio alla dimensione economica del nostro Paese.

Ma abbandonarsi alla disperazione, alla resa, sarebbe innaturale per chi avendo scelto il mestiere di imprenditore è abituato a correre rischi.

Il Paese ha bisogno di recuperare competitività ma prima ancora va recuperata la fiducia.

L’Italia tutta deve tornare a credere in se stessa.

La grande novità dell’idea moderna di nazione – diceva il suo più grande storico, Federico Chabod – è stata nella scoperta di un’anima nazionale, di un carattere nazionale, nel riconoscimento di peculiarità incancellabili: morali e di pensiero, non etniche o geografiche. Forse non abbiamo più lo stesso slancio romantico dei primi inventori dell’idea di nazione, ma lo slancio ci serve comunque, nella dimensione del lavoro, dell’impresa, dell’innovazione.

L’economia è sì profitto, ma deve essere anche impegno civile.

Ce lo ricorda bene il nostro Antonio Genovesi, il primo titolare di una cattedra di economia politica in Europa, che scriveva: «Fatigate per il vostro interesse; niuno uomo potrebbe operare altrimenti, che per la sua felicità; sarebbe un uomo meno uomo: ma non vogliate fare l’altrui miseria; e se potete, e quanto potete, studiatevi di far gli altri felici. Quanto più si opera per interesse, tanto più, purché non si sia pazzi, si debb’esser virtuosi».

A questa pubblica felicità, nell’interesse nostro e di tutti, con entusiasmo e determinazione lavoriamo.

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