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Macron, un giovane vecchio europeo

Macron, un giovane vecchio europeo
di Luigi Zampoli

La Francia ha scelto e l’ha fatto in modo netto, deciso, senza lacerazioni. Macron, neanche quarantenne, è il nuovo inquilino dell’Eliseo, ha respinto l’onda populista incarnata da Marie Le Pen, sventando, per ora il rischio di una disgregazione dell’Unione europea.
Sembra, infatti, che l’elezione del liberale Macron, esponente di un’oligarchia iniettata di giuste dosi di compromesso, abbia interrotto il percorso che da Trump alla Brexit, per passare alle forze dell’antipolitica in Italia, vedeva una crescita imponente della protesta contro l’establishment politico.
In Francia, le fasce popolari si sono disperse tra il voto alla destra antieuropeista della Le Pen e il disfacimento dei partiti tradizionali, favorendo un’insolita connessione tra le oligarchie, quella economica e quella culturale, ancora molto influente nella società transalpina; la convergenza su Macron, ex banchiere fondatore di un suo autonomo movimento politico, ha reso conciliabili una serie di valori che altrimenti avrebbero rappresentato gli opposti, ma non fino al punto di impedire una saldatura tra classe medio-alta e piccola borghesia.
La nuova Francia ha scelto di rifuggire da tentazioni rischiose di scontro sociale e di salvaguardare il corpo fragile della comunità interrazziale e interculturale su cui si fonda la popolazione d’oltralpe; un’auspicabile ricomposizione delle lacerazioni che la cruenta ondata terroristica, che ha colpito il Paese nell’ultimo anno e mezzo, ha provocato.
Allo stesso tempo l’elezione di Macron è l’azzeramento della dialettica tra le grandi dinastie che hanno incarnato la vita politica francese negli ultimi settant’anni, con i partiti della gauche ridotti, ormai, a un ruolo di strenua testimonianza di un passato che, al momento, sembra archiviato.
Neanche lo schieramento conservatore che ha cavalcato le paure e le diffidenze dei francesi ha saputo incanalare gli umori collettivi in una proposta politica rassicurante.
Rassicurare, forse è questa la parola d’ordine che si sta diffondendo tra le democrazie europee; l’idea di cambiamenti radicali in stile Trump non attecchirà mai nella vecchia Europa, che non ama gli scossoni e insegue il suo orizzonte possibile.
Bisogna saper parlare a tutti, come ha saputo fare il giovane neo presidente, con pragmatismo e sobrietà, perché oggi l’elettorato, e non solo quello francese, non sembra disposto a farsi guidare dalla propria pancia, abbandonandosi alle sirene di populisti e demagoghi che strappano applausi nelle periferie e inquietano tutto il resto.
Macron si destreggia tra la sua sfera privata e il suo ruolo pubblico con la compostezza del giovane tecnocrate cui i francesi hanno affidato le sorti della “Republique”, senza aspettarsi nulla di più dell’ordinaria amministrazione.
Le priorità saranno l’economia, la nuova Europa, la gestione dei fenomeni migratori e la sicurezza; un’agenda obbligata per tutti i governi dell’Unione.

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