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Macry, troppo deboli le classi dirigenti meridionali

Macry, troppo deboli le classi dirigenti meridionali
di Vincenzo Pascale

Un chierico vagante tra le università di mezzo mondo, da Harvard alla Columbia, a Berkeley, alla New York University, all’University College di Londra, alla McGill di Montreal, all’Istituto Universitario Europeo di Firenze, ma sempre molto legato a Napoli, città dove si trasferì dopo gli studi alla Statale di Milano, laurea con lode in Storia Contemporanea, per proseguire il suo percorso formativo presso l’Istituto Italiano di Studi Storici, per poi salire brillantemente tutti i gradini della carriera accademica divenendo tra i maggiori storici italiani contemporanei, conosciuto e stimato sia in Italia che all’estero. Editorialista del Corriere della Sera e del Riformista, ma soprattutto autore di alcuni volumi che hanno aperte nuovi spazi alla ricerca storica, tra di essi: Mercato e società nel Regno di Napoli (Napoli: Guida, 1974). Ottocento. Famiglia, élites e patrimoni a Napoli (Torino: Einaudi, 1988; 2nd edition: Bologna: Il Mulino, 2002). La società contemporanea (Bologna: il Mulino, 1989) sino al più recente: Gli ultimi giorni. Stati che crollano nell’Europa del Novecento (Bologna: Il Mulino, 2009). Componente dell’Editorial Board di The Journal of Modern Italian Studies (Routledge).

Parliamo del professor Paolo Macry (nella foto) con il quale ci siamo intrattenuti per riflettere su alcuni aspetti della produzione culturale e storiografica italiana e sulle difficoltà a farla conoscere all’estero, sulla riforma universitaria italiana, sul ruolo degli Italiani all’estero e sulla collaborazione universitaria tra le università italiane (soprattutto quelle meridionali) e le università angloamericane.
A fronte di una notevole tradizione di storici italiani solo pochi di essi sono conosciuti all’estero ed al grande pubblico. Potrebbe spiegare l’anomalia di tale fenomeno?
Gli storici italiani, probabilmente, si sono occupati in modo troppo esclusivo dell’Italia e, non di rado, se ne sono occupati senza un sufficiente sguardo comparativo all’Occidente atlantico, all’Europa e al Mediterraneo. Ovviamente esistono molte eccezioni. Franco Venturi, per dire un solo nome, fu grande studioso dell’Illuminismo e la sua visione non era certamente circoscritta all’Italia. Ma le eccezioni non tolgono il dato di fatto: gli storici italiani sono stati tradizionalmente storici dell’Italia. Di conseguenza, l’agenda storiografica è risultata poco attrattiva per un pubblico stranieri. I suoi temi sono rimasti troppo legati alla cultura italiana, oltre che agli avvenimenti italiani. Anche un ciclo tipicamente europeo come la formazione dello stato nazionale ottocentesco non è stato analizzato se non raramente nella prospettiva complessiva del “secolo delle nazioni”. E solo recentemente, per fare un altro esempio, gli studi sul Risorgimento hanno un’apertura alle coeve problematiche europee e occidentali della nazione politica e della nazione culturale. Forse non è un caso che Alberto Banti, lo studioso che ha svecchiato queste tematiche, abbia suscitato l’attenzione del Times Literary Supplement.
Inoltre, la storiografia italiana, soprattutto quella dell’etĂ  contemporanea, appare legata – talvolta molto legata – al discorso politico italiano: ne costituisce un classico elemento. E questo accentua la sua scarsa appetibilitĂ  per un pubblico internazionale, il quale non conosce o non è particolarmente interessato alla politica italiana. Chi ripensi alla storia della storiografia contemporaneistica italiana nel secondo dopoguerra non può che legarla alla storia dei partiti politici e delle culture politiche di quei decenni, al Pci e alla Dc, al gramscianesimo e al cattolicesimo politico. Si tratta di una dipendenza reciproca – questa tra storia e politica – che rende ancor piĂą “intraducibile” molta parte della storiografia italiana.
Quali strategie le università italiane, il MAE ed il MIUR potrebbero adottare per far conoscere meglio le eccellenze universitarie italiane all’estero?
Oggi qualcosa sembra che stia cambiando. Gli storici italiani che fanno esperienze didattiche e scientifiche fuori Italia sono decisamente meno rari che nel passato. E anche i loro temi cambiano. Sono sempre piĂą numerosi gli studiosi italiani che dialogano con tematiche e “scuole” non italiane, che sono a conoscenza delle discussioni storiografiche piĂą rilevanti sul piano internazionale e che finiscono per interessarsi ad argomenti e nodi storiografici europei e mondiali. Tanto piĂą sarebbe necessario che questa nuova storiografia – spesso una storiografia di ricercatori giovani – fosse veicolata oltre i confini nazionali. E gli strumenti non possono che essere le riviste scientifiche, le risorse telematiche e i forum online, gli scambi tra dottorati italiani e stranieri, eccetera.
Cosa manca al sistema formativo italiano (umanistico e scientifico) per eccellere ed attrarre studenti da tutto il mondo?
In Italia rimane irrisolta la contemperanza tra un sistema formativo universitario di base (chiamiamolo, per semplicità, “di massa”) e il livello della didattica specialistica e della formazione alla ricerca. Le università non hanno sempre il coraggio di tenere distinte la formazione di base e la formazione specialistica. Né esiste ancora in Italia, un compiuto e moderno sistema valutativo che possa premiare le eccellenza e, al tempo stesso, che protegga la formazione di base da fenomeni di dequalificazione.
Sotto questo aspetto, paradossalmente, l’Italia sconta ancora oggi una sorta di malriposto egualitarismo, che si può far risalire agli anni Sessanta del Novecento. Un egualitarismo che ha finito per abbassare il livello della formazione di base e ha impedito, di fatto, di incentivare la ricerca e di premiare i migliori tra gli studiosi e I migliori tra gli studenti. La legge Gelmini, recentemente approvata dal Parlamento, cerca di rompere alcuni di questi vecchi tabù. Ma è soltanto un inizio. E c’è da sperare che la corporazione accademica colga l’occasione e interpreti la nuova normativa nel migliore dei modi.
Il Sud sconta un ritardo economico e civile rispetto al resto del paese. Esso è imputabile ad una cattiva classe dirigente meridionale oppure è frutto di un pregiudizio che si è tradotto in insufficienti interventi politici?
Ci sono storici motivi che spiegano la debolezza delle classi dirigenti meridionali, quelle politiche e amministrative, ma anche le élites sociali e culturali . Per dirla in poche parole, fin dai primissimi decenni di vita dello stato nazionale italiano, il paese è stato retto sulla base di una governance che, in cambio di consenso, tendeva a proteggere le aree meno dinamiche del Mezzogiorno e a perpetuare i settori meno innovativi della sua società. In questo senso, bisogna dire che gli interventi politici e strutturali sono stati fin troppo numerosi. Di certo queste policies non hanno modernizzato il Mezzogiorno. Al contrario, lo hanno, per così dire, cristallizzato, permettendone e anzi favorendone una dannosa lontananza dai fenomeni di competizione economica e di competizione politica.
Le comunità italiane all’estero reclamano da anni maggiore attenzione da parte del governo e delle regioni. Come potrebbero attuarsi queste richieste visto che gli Italiani residenti all’estero sono circa tre milioni che salgono ad oltre quaranta milioni considerando le seconde e terze generazioni?
Un rapporto piĂą intenso e fattivo tra il paese e le comunitĂ  italiane all’estero non è certamente cosa facile da realizzare. Anche perchĂ© spesso quel rapporto è stato costruito politicamente e, da parte del ceto dirigente italiano, con finalitĂ  non sempre limpide e disinteressate. Ma il problema esiste e andrebbe affrontato. Sul piano culturale, si può pensare ad una quantitĂ  innumerevole di iniziative che portino studiosi, studenti, opinion leaders, gente comune a scambiarsi – fisicamente o immaterialmente – esperienze e conoscenze. Ad esempio, tra le due sponde dell’Atlantico.
La nazione, la sua storia, i suoi valori, il suo patrimonio culturale sono ancora valori sui quali educare le giovani generazioni?
Certamente, la cultura italiana ha molti aspetti di grande interesse, che meriterebbero di essere sviscerati, interpretati e comunicati al di fuori dei confini del paese. E tanto piĂą questo sarebbe utile, se stimolasse processi di sprovincializzazione e se aumentasse la capacitĂ  della cultura italiana di guardarsi attraverso un prisma europeo, atlantico e globale. Ma, sul versante italiano, il problema è quello al quale ho giĂ  accennato: sarebbe necessario uscire dai propri confini – sprovincializzare questo pezzo d’Europa – e, al tempo stesso, sarebbe necessario recuperare un’autonomia dalla politica che non sempre la cultura italiana riesce a difendere.

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Commenti (2)

  • andrea manzi

    Grazie per i complimenti.
    Tenteremo di non deluderla e di continuare su questa strada.
    Tra l’altro che I Confronti (da favorire) costituiscano il nostro obiettivo e forse la nostra vocazione culturale e professionale lo abbiamo voluto affermare fin dal titolo del blog, che manterremo intatto anche quando ufficializzeremo la sua trasformazione (imminente) in quotidiano online. Una trasformazione che non sarĂ  traumatica, perchĂ© non puntiamo a improbabili e abusati contenitori indifferenziati di notizie, ma saremo pur sempre uno strumento di approfondimento e dialogo con (e tra) i nostri contatti, con l’obiettivo di favorire la cittadinanza attiva e la partecipazione democratica.

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  • gianluca verderosa

    Complimenti per questa acuta analisi del professor Macry: sarebbe il caso che il blog I Confronti proponesse più spesso spaccati così complessi ed articolati che ormai sono quasi scomparsi dagli altri organi di informazione. Credo che voi facciate la differenza proprio in questo ed è la strada sulla quale dovrete continuare e che vi farà diventare, ne sono certo, un grande strumento di approfondimento e di democrazia del nostro Mezzogiorno. Le premesse si vedono tutte.

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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