Home
Il blog de IConfronti utilizza cookie di servizio e di analisi. Continuando la navigazione accetti l’uso di tali cookie. Più informazioni.
Tu sei qui: Home » Cultura » Libri&Recensioni » Lo scaffale di Giuseppe Amoroso » Magari domani resto

Magari domani resto

Magari domani resto
di Giuseppe Amoroso

Una prosa dall’espressività pronunciata (attraverso l’uso anomalo del movimento frastico, il fibrillante dosaggio dei tempi scenici e il plurilinguismo frazionato e arrembante) investe i personaggi di Magari domani resto (Feltrinelli, pp. 318), poderoso romanzo di Lorenzo Marone, sbalzandoli dalla realtà quotidiana ed esponendoli all’effervescenza della ricerca sociale e psicologica. L’ondulazione della pagina accoglie sorriso e pieghe riflessive, refoli di nostalgia, il battito delle memorie, l’assillo oscuro del presente e il rutilante incrocio delle voci. Si recita la vita senza esibirla, qui intesa come naturale stato di risentita vivacità, di calcolata, e amara, schermaglia con il destino; ci si muove senza gestualità meccaniche, in un combattuto guscio di passioni; si guarda con insistenza e sfida la vita che abbaglia, pure se incolore, monotona, “scalcinata e ironica”. Un simbolismo privo di apici, nascosto nel fluttuare animato del “caos” dei vicoli di Napoli e confinato nel mosaico dei piccoli giorni delusi, fa da propulsore al risalto della densità narrativa e alla consacrazione del silenzio e delle zone inviolate dell’animo. Brulica, schizza dal buio, svanisce, riappare un demimondo di volti inquieti, sul punto, però, di squarciare la resistenza del loro ambiguo, sofferto tragitto e di venire alla ribalta come ungarettiani naufraghi allegri. Relitti di follie, stralunate comparse dell’affanno che qualcuno (l’io narrante o un emergente dal coro), ribelle al magnete del racconto collettivo, seleziona e accompagna nella propria storia. Così una vecchia foto scolorita aggancia dall’ieri il rimpianto di un amore non vissuto e si ripropone con valenze esemplari.
Nata e cresciuta nei Quartieri Spagnoli, che l’”hanno costretta anche a diventare sospettosa, curiosa, moralmente incorruttibile”, la protagonista, Luce (che dire, se di cognome fa DI Notte?) è una trentenne, dall’ aspetto modesto, alla rincorsa ancora di “qualcosa che la faccia sentire bella e irresistibile davanti allo specchio”, timorosa della “normalità”, perché “ è proprio nelle persone normali che si annida la cattiveria di tutti i giorni”. Patisce il peso del “rottame” della sua famiglia (la madre oppressiva con le sua manie bigotte, il padre assente e incapace di affrontare la verità, il fratello fuggito al Nord e inseguito da tutte le sue dissennatezze e frustrazioni) e, pur con la laurea in legge, non trova appagamento nel lavoro presso lo studio dell’avvocato Geronimo, “ometto” losco, considerato un “avvoltoio” da collaboratori e colleghi. Senza entusiasmo, la donna vive giornate “imbottite” di cose che non le appartengono. In un coinvolgente svolgimento si dipana un narrato denso di capillari situazioni, aneddoti, nel quale convergono figure eccentriche con il loro contesto chiassoso o silente (il lemma “silenzio” è uno dei fili conduttori). Luce è sempre lì, “inadeguata” e priva di barriere protettive, sommersa dal passato e con l’unica compagnia di Alleria, il suo Cane Superiore, e di una rondine che sembra non amare il volo. Cambi di campo, la caduta a pioggia del vernacolo e le tessiture sapienziali non interrompono la tenuta del racconto, che trova però tessere di sapore locale e guizzi di spettacolarità anche al di fuori dei fitti dialoghi e delle oasi dei passi sentenziosi: dai variopinti vicoli inerpicati su per la collina, ai cori dello stadio San Paolo; dalle case da cui proviene la voce del “neomelodico di turno” all’eco di “trampoli” sul marmo; dalle “facce” dei palazzi “piene” di finestre ai gradini delle chiese dipinte di azzurro per festeggiare la conquista dello scudetto.
Vari e seducenti i personaggi ripresi in inquadrature radenti, accartocciati nei sentimenti, disinvolti e ariosi, tenebrosi e bizzarri: Centogrammi, così appellato per l’impressionante magrezza; Giovanna Fiorino, dal fisico prorompente; il «mitico” Manuel Pozzi, dalla battuta stupida ma fulminante; il “placido” signore del quinto piano; Carmen Bonavita, annoiata nonostante il giornaliero giro di shopping, e il figlioletto, Kevin, bambino in grado di parlare un italiano impeccabile. Nell’ intricato “ecosistema” trascorrono “piccoli movimenti di felicità e tanti di noia”, gesti rallentati, rimpianti, nevrosi, gli scarti di tutto il resto, il conforto e la schiavitù delle abitudini e lampi di speranza e di riscatto tra le “piccole forme di vita inconsapevoli”. Intanto, a Luce viene proposta la pratica di affidamento di un minore: ma rinuncia ritenendo ingiuste le ragioni. E da qui, dall’ennesimo “bivio”, riparte, per superare gli “incisi” della sua vita, entrando in un “incantesimo” e nel calore della sua “strana” famiglia ricomposta E si riappropria dell’amore (l’“unica vera magia a portata dell’uomo”) per Thomàs, il soldato francese innaffiato nel viso dai raggi di cobalto della luna, si commuove del sempre intenso affetto protettivo per Kevin, assapora la gioia del ritorno del fratello dai suoi viaggi, e scopre un incredibile compagno della madre in un “cavaliere tronfio” che sembra provenire dall’Ottocento. Remota l’insicurezza di un tempo, Luce non cessa, tuttavia, di confidarsi con don Vittorio, vicino di casa, vecchio filosofo e amante della musica, che, sulla sedia a rotelle, dispensa grani di saggezza e tiene le redini della filosofia del libro: la leggerezza nell’affrontare temi delicati.
Nella marea del ritmo narrativo ( condotto da una “lenta musica che sembra non finire mai” e poi da una “sinfonia”) vanno e vengono indefinite sagome e briciole di eventi: la massa “inebetita” che scorre per via Toledo, e la casa degli gnomi, dove la protagonista ha trascorso l’infanzia; una maglietta del Napoli che, appesa ad asciugare, decide di liberarsi dell’acqua in eccesso, facendo cadere su Luce una “lacrima”, e la lunga banchina che taglia in due il mare e il Golfo di Pozzuoli, mentre Nisida, Ischia e Procida, “ombre ormai scure”, iniziano a “truccarsi per la sera”; le auto incolonnate in via Diaz, la delicata brezza che si infila per le strade portando con sé odore di mare, e tutti gli angoli della città quando sono sorpresi da un miracolo che esplode all’improvviso.

Informazioni sull'Autore

Numero di voci : 3640

Lascia un Commento

© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

Scroll in alto