Magistrati in politica nell’era dell’antimafia delle divisioni

Magistrati in politica nell’era dell’antimafia delle divisioni
di Pietro Nardiello

Quando il neo eletto presidente della regione siciliana Rosario Crocetta si accingeva a terminare i dovuti festeggiamenti per la prestigiosa vittoria, “ottenuta per la prima volta da un candidato che aveva da sempre e chiaramente combattuto la mafia”, in tanti, stampa compresa, si sono interessati soprattutto ai pettegolezzi da salotto, visto che si tratta di un uomo dichiaratamente gay, che alla proposta innovativa che, finalmente, avrebbe portato fin dentro il Palazzo. Tra le tante idee che Crocetta ha messo sul tavolo c’è stato spazio anche per una denuncia importante, direi sostanziale che ha toccato i sempre tesi fili dell’antimafia considerata dal neo governatore “come un argomento dove si spartisce o si accaparra il potere”. Ovvio che le dichiarazioni sono passate del tutto inosservate, anche se si tratta non del solito sasso lanciato nello stagno o di un annuncio a effetto ma del frutto di un’esperienza che Crocetta ha potuto maturare sul campo in anni di militanza e di guida di un comune, in qualità di primo cittadino, come quello di Gela.
Su quest’argomento e sulle divisioni del movimento antimafia o antimafie, così inseriamo nell’argomento anche le altre forze malavitose, mi è capitato di esprimermi più volte evidenziando come anche in Campania vi sia una frattura profonda, mondo dell’associazionismo compreso, che ha fatto diventare l’impegno antimafia una lotta tra fazioni politiche.
Proprio nel cammino che ci porterà alle prossime elezioni quest’argomento è ritornato prepotentemente d’attualità, in seguito alla decisione intrapresa dai magistrati Antonio Ingroia e Pietro Grasso di candidarsi, il primo addirittura capeggiando un proprio movimento mentre il secondo nelle liste del Partito Democratico. Si tratta di due magistrati mai domi, seppure con strategie e metodi differenti, nella lotta alla mafia che hanno immediatamente evidenziato le divergenze che ha contraddistinto l’uno dall’altro. E adesso entrambi scendono in campo chiedendo il voto a gli italiani confondendo, ma di questo non ne avevamo bisogno, le idee a un elettorato che, almeno su questo tema, preferirebbe ci fosse un’unità d’intenti. Ovvio che si tratta di una scelta, per entrambi, condivisibile da un punto di vista personale ma deontologicamente inaccettabile perché l’impegno da profondere contro le mafie non rappresenta una materia di una sola fazione politica ma argomento per tutti. Non possiamo accettare che in un momento così difficile per il Paese, dove quasi nessuno in questa campagna elettorale parla di strategia economica e legislativa da avviare contro le mafie un’ulteriore scissione che comporterà un’insanabile frattura parlamentare. E quale sarà, poi, in caso di elezione l’unico punto di raccordo per i seguiti di Grasso e Ingroia? Semplicemente l’odiato Silvio Berlusconi. E così il buon professore gongola ridendosela alla finestra.

redazioneIconfronti

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