Mahler, il dolore incarnato nella musica

Paola Capriolo, «Marie e il signor Mahler», Favola di un’amicizia possibile, Bompiani Editore, 2019

Dal felicissimo esordio alla narrativa, con La grande Eulalia (1988), dove un violino diffonde una specie  di incantata vita assente, un’«infantile purezza», fino al Pianista muto (2009), in cui il protagonista, perso in un’«immemore vertigine», vive anche lui una vita assente tra simboli e note di un carillon «stregato», la scrittura di Paola Capriolo si è piegata a sorprendere, nel più ininfluente segnale scaturito dalla «muraglia» della realtà, il tragitto e le segrete risonanze di un immaginario che veleggia, quasi soffio di favola, sgranando inquiete visioni, straniamenti e lucidità aurorali, trascoloranti emozioni, l’imperioso comando di impalpabili apparenze ambigue: movimenti rarefatti come se una misteriosa recita delle pulviscolari cose in coro si sostituisse, senza cancellarlo, al pulsare del mondo. La distanza fra ciò che è tattile e uniforme e ciò che appare numinoso è colmata, in Marie e il signor Mahler (Bompiani, pp.239), dall’«orchestra invisibile» che sembra  eseguire una sorta di invito alla morte per il grande musicista gravemente ammalato, storico personaggio, qui proposta con «qualche licenza narrativa», centrale nel romanzo, e per Marie, creatura di invenzione, la musica «azzurra e infinita come l’orizzonte» che ha accompagnato le parole di addio di Mahler.

In cerca del «silenzio» Mahler ha trascorso le ultime sue stagioni estive in un maso del Tirolo, accudito dalla quindicenne Marie (nipote del proprietario) che ora, appresa dai giornali la notizia della sua morte a Vienna, riannoda, come in un tempo sospeso, il filo del fantasticato «dialogo» con lui, iniziato in quella «magica e proteiforme» casa nel bosco, castello dei sogni dell’infanzia. Protetto da un «alone di immobilità», il celebre artista, che ha attratto la curiosità della fanciulla, infrange ogni barriera concreta, tornando a vivere «con l’anima non ancora stanca» nell’esistenza-sogno di Marie. Ed eccola, allora, furtiva e spinta da una «fascinazione», spiare l’ospite in quella sua «tana dell’orso» mentre al piano ripete uno «breve, strano motivo che lei non si sarebbe mai azzardata a tentare sulla sua cetra da tavolo», una «musica riflessiva e solenne».
Oppure, eccola guardare l’uomo mentre si allontana, accompagnato dall’aristocratica moglie Alma, lungo un sentiero con un’andatura regolare, come seguendo il «battito di un orologio invisibile».
Uno straniero che parla forse «con i fantasmi o con gli angeli, con i fiori del prato o con gli animali del bosco». E che le affida le sue confessioni e le fa ascoltare uno dei Lieder destinati a divenire Il canto della terra.
Parla Mahler, in una distrazione dei giorni, a una Marie che ascolta trasognata: «Le cose non si ripetono, ma rinascono, e ogni volta sono nuove, come la primavera». Così come quel canto che «deve svanire senza concludersi, finire senza finire».

«Preziose come una boccata d’aria» sono le visite di Marie per la «mente affollata» dell’uomo lacerato dal sospetto che le opere d’arte, anche le più alte, siano «soltanto gusci, involucri esteriori, rispetto al divenire inesauribile del nostro spirito» e che la sua stessa vocazione (o la sua condanna) e ogni nota vergata su un rigo non servano ad altro se non ad «eternare» l’immagine della sofferenza, la lotta contro l’«impossibilità».
Di contro, la sua musica produce nella giovane le «più grottesche deformazioni: il paesaggio abbacinante al morire della notte, tempestoso o sfumato nella penombra della pioggia, fitto di pascoli verdeggianti e di torri feudali e chiese, serrato nella meraviglia del gelo, sotto le velature grigie del cielo, e vibrante dei canti di feste paesane e, insieme, tutta la famiglia di lei, i vicini di casa, la gente assiepata intorno paiono mutare le loro «sembianze in quelle di bizzarri fantasmi impegnati a celebrare una specie di danza macabra».
«Ipnotizzata», la giovane adora quella melodia di «paradiso» con la quale il suo ospite sembra celebrare una riconquistata felicità. Ma è solo una fugace tregua, travolta dalle note dissonanti che annunciano una «selvaggia apocalisse».

Romanzo composito, raffinato e sorretto da scelte citazioni, in cui c’è anche posto per una «filastrocca sugli uccelli» e per una «pochade», simile piuttosto al finale di un’opera lirica, Marie e il signor Mahler narra l’«ambiguo privilegio di mettere in musica il dolore» e quell’affiorare della «vertigine del vuoto e del silenzio» nei frantumi di temi su un pentagramma. Stretto nella «variazione straziante» dell’eterno motivo del triangolo amoroso (l’adorata Alma, spesso lontana, a Vienna, si innamora del giovane Gropius), il compositore esce dal suo «inferno» deciso a non concedere alla morte «l’ultima parola» e a portare a termine la sua sinfonia, sull’onda di quel sogno che è l’arte, sempre in bilico sul «rischioso crinale fra il tutto e il nulla», tra il «furore del tamburo e il lamento del flauto».

«Azzurra e infinita come l’orizzonte», la musica di Mahler che accompagnava le sue parole di congedo, torna alla memoria di Marie che si accinge, con il suo «fagotto», ad abbandonare per sempre la casa paterna mentre i raggi del crepuscolo entrando dalle finestre lambiscono il pavimento accendendo intorno a lei un «tremolio di riflessi». Spostandosi dalla poesia alla figurazione onirica e alla stupefazione metafisica (come, per esempio, in Qualcosa nella notte, del 2003), la pagina di Paola Capriolo non perde mai l’adamantina trasparenza della sua classica organizzazione, anzi trova sempre nuovi e duttili impulsi per rendere naturale l’incrocio di un realismo tanto lieve quanto incisivo, e di quella magica atmosfera che avvolge le parole vicine a un universo d’ombre. E rappresenta l’insondabile senso del miracolo dell’arte, come dello stesso esistere, mediante un segnale linguistico mai sfrangiato, indizio di uno stile che possiede tutte le risorse per scendere nel sortilegio e uscirne indenne, trasmettendolo in una cronaca ardente.

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