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Mai più Italiette: nel nome di Pasolini nasce un’officina democratica

Mai più Italiette: nel nome di Pasolini nasce un’officina democratica

Una corale partecipazione di pubblico (soprattutto giovani) l’altra sera a Salerno per la serata W PASOLINI, ideata dal regista Pasquale De Cristofaro (foto) e promossa dal Teatro Nuovo in collaborazione con IConfronti, Corpo Novecento, Archivio Cinema Off – Lab 2029

di Andrea Manzi

Pasquale De Cristofaro

L’altra sera al Nuovo di Salerno abbiamo assistito a una “scandalosa” serata che Pierpaolo Pasolini certamente avrà gradito da lassù.
Scandalosa non nel senso etimologico (sckàndalon sta per ostacolo, inciampo), ma in quell’accezione quotidiana cara al poeta di Casarsa e relativa all’effetto di un’azione che, divenuta pubblica, causa un profondo turbamento. “Scrivo cose banali?” si chiedeva Pasolini, abbozzando una risposta ai detrattori. Sì, ammetteva: “Chi è scandalizzato è sempre banale… ed io sono scandalizzato”. La sua risposta si arricchiva di una chiusa d’indefettibile conio, appunto “… ed io sono scandalizzato”, che raccoglieva, nella sua spiazzante sintesi tacitiana, una confessione commossa. L’eretica voce poetica, le immagini della sua vita candidamente oscena, il giornalismo autorevole e disperato di cui Pasolini era capace (“non ho alle spalle alcuna autorevolezza se non quella che mi proviene dal non averne alcuna, (…) e quindi di non essere fedele ad alcun patto che non sia quello con il lettore”) sono entrati in comunione simbiotica con la sala-laboratorio del Nuovo disillusa verso la modernità e intollerante ad ogni forma di fascismo consumistico. “Nessun centralismo fascista è riuscito a fare quello che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi”, annotava amaramente il poeta, anzi annota e sottolinea (è il presente il tempo dei vivi) in questa platea di giovani che hanno manifestato con un’attenzione tesa, complice e dialogante la rivolta contro gli artificiosi modelli culturali della contemporaneità. Verso quei modelli l’abiura deve essere stata davvero totale in questa religiosa e laicissima assemblea. Il simbolico tumulo ricavato dal regista Pasquale De Cristofaro (un panno nero copre alcune file di sedie) nemmeno per sogno è sembrato voler raccogliere, nel grembo tremante della metafora, il corpo gloriosamente evocato del poeta, bensì ha contenuto quel contesto sociale omologato che “riguarda tutti, il popolo, gli operai, il sottoproletariato, la borghesia”. Un miracolo, una vertigine che per alcune ore ha restituito alla vita il sommerso, inabissando il superfluo delle convenzioni nell’oscurità del sepolcro. E così le voci e le immagini che hanno richiamato da un altrove colpevolmente rimosso il messaggio di Pasolini – tesi e densi gli interventi di Schiavino, Amendola, Conte, Fumagallo, Rizzo, Altieri, Ciancio, Pellecchia, Natella e di chi scrive – hanno recuperato con rigore filologico le antiche ragione della libertà, filtrate dalla vita (e dal corpo) di un poeta totalmente poetante; ragioni di libertà giunte fino a noi, nell’ora del crepuscolo post-moderno della ragione, per offrirci una tremolante luce nel buio di una condizione divenuta disumana. Fuori dal teatro le luci fatue dell’Italia neo consumistica proponevano le vuote seduzioni di un improbabile, ennesimo Natale usa e getta. All’interno del teatro erano invece le lucciole scomparse, l’argomento-scandalo del cielo divenuto pesantemente nero, lucciole che la comunità linguistica voluta da De Cristofaro – evocatrice e metafora viva della koinè di Pasolini – ha fatto rivivere come in una folgorante magia di un vertiginoso teatro-verità.
Nascono così, senza volerlo, dagli ardori della cultura rediviva, le rivolte e le sfide.
Le fiumane di linguaggi, se incontrano il solco giusto, come è avvenuto l’altra sera, creano comunità più forti di un Impero.
Nelle collettività rianimate dalla base sui territori di frontiera del nostro tempo aspro (il teatro sa essere, se vuole, efficace rianimatore di coscienze sopite) rinasce il respiro profondo del pensiero. Che vive, talvolta, oltre il proprio Sé.
Se il pensiero “vivo” ritrova spazio di azione può pensare al governo del paese, anche nell’era delle turbe fameliche. E Pasolini lo sognava.
Sembrava, l’altra sera, un teatro fucina il Nuovo, denso di questi rimandi e attraversato da raffiche tese di aspirazioni libertarie, tant’è che Pasquale De Cristofaro, probabilmente senza volerlo, ha inaugurato davanti a più di duecento giovani un’officina democratica, un luogo-non luogo dell’anti-silenzio creativo. Forse il sogno di un’Italia libera e democratica può ripartire proprio dal miracolo della poesia in teatro.

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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