Mai più nozze coi fichi secchi

Mai più nozze coi fichi secchi
di Luigi Rossi

aeroporto-ctTrattare di fichi per parlare dell’Italia significa evocare il prodotto più noto delle campagne meridionali, anche se oggi se ne trovano sempre di meno per la concorrenza di altri paesi del Mediterraneo e per l’indifferenza degli abitanti, poco disponibili a prendersene cura. È sempre più difficile trovare un contadino che zappi e sparga il concime attorno alle radici di quest’albero, situazione che fa venire in mente una parabola di Gesù, raccontata, secondo Matteo, nei pressi di Betfage, che in ebraico significa “casa dei fichi”, dove egli s’imbatte in un albero ricco di fogliame, ma sterile.

Non era la stagione dei frutti, ma i germogli comunque non c’erano, brutto segno per un genere di pianta che produce molto. Il proprietario è deluso, la sua pazienza è giustamente esaurita. Il vignaiolo, contro l’evidenza dei fatti, si impegna a coltivare l’albero per evitare che venga abbattuto: minaccia ed ammonimento per ricordare che anche la pazienza più amorevole ha un termine.

Per noi rappresenta un pressante consiglio a saper leggere gli eventi della storia e quelli personali per intraprendere con fiducia il cammino della conversione come scoperta della pienezza della vita e per crescere nella conoscenza mantenendo saldo lo sguardo di fede sulla realtà. Si tratta di un dono da invocare contro l’ostinazione, perché ogni giorno è decisivo e richiede impegno e vigilanza. La vera conversione è mutamento interiore, che fa valutare le cose in modo nuovo e diverso, superando la tentazione sia di chi pensa che ormai è troppo tardi perché la pazienza si è esaurita sia di chi, al contrario, ritiene che si disponga sempre tempo.

Come il vignaiolo della parabola, occorre garantire all’albero-Italia ancora la possibilità di portare frutti anche attraverso il nostro altruistico impegno, attendere perché riesca a sbocciare, a fiorire, a fruttificare in una risposta di generosa fecondità, superando la sterile sicumera di chi è convinto che, così com’è, nessuno può cambiare vivendo, rassegnato o rinunciatario, in un apparente realismo che, invece, significa crogiolarsi nel lugubre pessimismo del non far niente per mutare, ritenendo tutto inutile. Occorre liberarsi dalla mentalità che rende refrattari alla collaborazione, mettersi in gioco, accettare, se necessario, di fare tutto ciò che è in nostro potere per vivificare paesi e comunità.

La vita, come il fico, diventa sterile quando si crede che sia impossibile mutare il corso della storia. Negli ultimi tempi in Italia si è sperimentato un crescendo di situazioni incresciose, evidente testimonianza della banalità del male, che pervade perfino le dimensioni più recondite e personali del nostro essere, per camuffare la paura. Ad esempio, ha fatto molto scalpore la vicenda della nostra esclusione dai mondiali di calcio, proprio mentre si rinnovavano diritti televisivi per un miliardo e a Napoli si piangeva un morto, assurdamente vittima dell’idiozia dei tifosi del calcio!

Soprattutto nei giorni di tristezza interiore diventa terapeutico il messaggio circa il pianto, non come disperazione, ma come attesa e desiderata consolazione per i miti, i quali si collocano agli antipodi rispetto agli orgogliosi, ai violenti, agli egoisti perché nella loro vita riflettono le aspirazioni di chi è umile di cuore. Ciò genera un senso di pace. Si riscopre un cardine che conferisce rinverdite possibilità di futuro a tutti, in particolare a coloro che hanno fame e sete di giustizia anche sociale, cioè ambiscono a collaborare per costruire un ordine nuovo essendo dei misericordiosi; in altre parole capaci di compassione, di pietà e soprattutto, di perdono. È il nostro percorso di vita, perciò il mondo continua ad aver bisogno di questi esempi, unica opportunità perché la storia del bene vinca le tante storie del male che segnano e scandiscono la nostra quotidianità. Questa dimensione dello spirito è richiesta soprattutto da chi, praticando lo sport, viene scelto come modello. Almeno ciò dovrebbero ricordarsi i reduci dall’avventura brasiliana e dimostrare la disponibilità a devolvere per una giusta causa gli ingaggi spropositati ai quali hanno fatto corrispondere il nulla in campo, ennesima esperienza negativa per l’Italia condannata a fare ancora una volta le nozze con i fichi secchi!

 

redazioneIconfronti

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