Mai più padri padroni

Mai più padri padroni
di Pasquale De Cristofaro
Il regista Pasquale De Cristofaro
Il regista Pasquale De Cristofaro

In principio fu la voce solitaria dell’aedo. Una voce capace di sedurre, col tono e il ritmo del suo sapiente narrare, il pubblico delle corti delle tante piccole città greche. Le sue erano narrazioni che spaziavano liberamente tra il cielo e la terra: Dei ed eroi dai nomi favolosi che disputavano tra loro come comuni mortali. Amori, inganni, battaglie, fughe, peripezie, un mondo favoloso e labirintico, questi i contenuti; dove passioni primordiali e primi tentativi di dare un ordine al Caos si alternavano con straordinaria efficacia. Un tentativo eroico ed epico insieme per arginare l’ansia di un Cosmo misterioso e pieno di insidie. Successivamente, il teatro impose che quella stessa voce diventasse franta, come se un unico specchio cadendo si spezzasse in mille frammenti ognuno capace di riflettere a suo modo un pezzo di Mondo. Quella voce, allora, si moltiplicava in più voci, il narratore onnisciente precipitava in tanti piccoli ruoli che meglio rappresentavano la fragilità e la caducità della natura umana. Il palcoscenico diventava un pulpito allargato, un agone, un’arena dove i personaggi disputavano, si confrontavano, si azzuffavano, cercando una sintesi forse inarrivabile, aiutati dalla forza moderatrice del Coro, residuo dentro il testo di una antica sapienza autoriale. Il passaggio dalla voce sola dell’aedo alla pluralità delle voci del teatro sono il sintomo più evidente di come le condizioni socio-politiche della antica Grecia fossero ormai mature per un passaggio naturale dagli antichi regimi aristocratici e oligarchici alle prime forme di democrazia. Infatti, il V secolo avanti Cristo (non a caso è indicato dagli storici come il secolo d’oro di Pericle) rappresenta, seppure problematicamente, l’affermazione del sistema democratico nell’antichità. Certo, sarebbe fuorviante pensare di accostare quel sistema ai nostri che dal secondo dopo guerra in poi si sono affermati gradualmente in tutti i Paesi europei. Tante le differenze sulle quali sarebbe troppo facile produrre obiezioni. Nonostante ciò, alcuni vizi e pericoli sembrano essere gli stessi. Il primo aspetto che li rende abbastanza simili è la preoccupazione che il governo allargato possa essere il luogo d’incubazione per retori e sofisti capaci di portare il popolo a pensare cose non vere; e ancora, in entrambi c’è il pericolo costante dell’affermazione di populismi d’ogni risma. Quest’ultimi, discorsi persuasivi ad alto tasso di seduttività che riescono con grande efficacia a parlare alla “pancia” più che alla testa dell’elettorato. Insomma, rischi e pericoli rimasti gli stessi nonostante i tanti secoli passati. Detto questo, sarebbe buona cosa ripensare da cima a fondo le nostre democrazie viste le falle che esse manifestano sempre più palesemente di fronte alla complessità della globalizzazione. In ultimo e per concludere, spesso il segno evidente del loro buono stato di salute è il principio dell’alternanza. Lo si ripristini, finalmente sempre e dovunque. Gruppi di potere che per troppo tempo occupano gli stessi posti sono una minaccia non da poco. Per tornare ai territori e non sembrare troppo astratti, il rischio c’è anche qui da noi, nella nostra comunità. Infatti, da più di vent’anni il sistema di amministrazione e potere locale è nelle mani degli stessi gruppi che fedelmente fanno riferimento ad “un uomo solo al comando”, l’uomo del destino. Questa cosa non può che rappresentare il fallimento del principio dell’alternanza, pilastro fondante, come si diceva, della stessa democrazia. Ma, a ben vedere, rappresenta anche l’incapacità delle classi dirigenti di trovare dentro di sé la forza per rimuovere quella incancrenita pigrizia che preferisce delegare tutto ad un padre-padrone anziché prendere responsabilmente in mano il destino dei territori e delle proprie comunità.

 

redazioneIconfronti

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