Mai più scuola-azienda, si dia respiro alla missione educativa

Mai più scuola-azienda, si dia respiro alla missione educativa
di Pasquale De Cristofaro

scuola-finitaLa crisi profonda che sta affossando il nostro Paese è, innanzitutto, oltre che economica, culturale. L’Italia non cresce perché in questi ultimi anni non ha saputo né voluto innovare. E l’innovazione fa il paio con l’istruzione e la ricerca, si sa. Abbiamo ridotto le nostre scuole e le nostre università a parcheggi dequalificati per studenti non motivati, svogliati e accarezzati nella indolenza più sciagurata. Non premiamo più il merito da anni e, addirittura, per essere in linea con l’Europa, abbiamo prodotto una pessima riforma del nostro sistema educativo, cambiando la sua originaria natura sganciata da ogni logica di profitto e virando sciaguratamente verso un suo profilo aziendalistico che non sta, a mio parere, né in cielo né in terra. Gli studenti non sono più altro che numeri, clienti da blandire, convincere e promuovere. I dirigenti ed i professori sono chiamati a far quadrare i bilanci e rendere più competitive le loro aziende. La burocratizzazione della scuola ha fatto il resto. Si passa molto tempo a preparare progetti per ottenere fondi, rispondere a questionari di varia natura e interpretare confuse e, spesso, contraddittorie circolari. Quello che non si fa più, è migliorare la propria capacità di insegnamento e di ricerca. Basterebbe ritornare a pensare l’educazione e la formazione in termini non aziendalistici, lontani da logiche meramente utilitaristiche per ritrovare un senso e ridare dignità all’intero sistema pedagogico. I docenti lamentano da anni una costante mancanza di risorse, stipendi bassi e una scarsa considerazione della loro professionalità. Spesso tutto questo, per alcuni, è diventato un alibi per non fare di più. Sarebbe, però, ingeneroso  dire solo questo, ben sapendo che, nonostante tutto, ci sono migliaia di insegnanti che tutte le mattine sono pronti a  rimettersi in gioco in una partita che si è fatta sempre più complicata. Infatti, se da una parte c’è da fare i conti con la crisi delle famiglie, dall’altra, c’è da considerare una debolezza della politica più interessata alle proprie beghe che al progresso reale del Paese. Tutto da buttare, allora. Credo di no. Basta riprendere coscienza e consapevolezza di queste questioni e ritenerle non più delegabili o procrastinabili. Una nazione cresce se riprende ad avere realmente a cuore il destino delle nuove generazioni e non pensare più solo al proprio interesse di privilegiati pronti a dissipare ogni speranza in un futuro miglore.

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