Mai più teatro senza Artaud

Mai più teatro senza Artaud
di Pasquale De Cristofaro
Il regista Pasquale De Cristofaro
Il regista Pasquale De Cristofaro

La post-regia ha l’enorme merito di riconsiderare il teatro dalla parte della scena e degli attori; in una parola, la vecchia regia teatrale si modifica e si impone con un nuovo paradigma; non più come fedele riproduzione sulla scena di un testo drammaturgico o, ancora, come saggio critico sullo stesso, bensì come una partitura di movimenti originati da un pensiero autonomo che tende a farsi autoriale. Il secolo appena trascorso ci aveva già imposto e poi abituati alla figura del regista, in quanto interprete raffinato e uomo d’ordine contro la sciatteria degli attori e delle maestranze teatrali; qui il suo, diventa un operare scenico creativo in grado di relazionarsi con un attore non più solo seduttivamente capace di accumulo di tecniche persuasive ma un artista ben consapevole della crisi dei codici creativi della tradizione e pronto ad avventurarsi in una sperimentazione senza ritorno. Ecco spiegato, forse, il motivo della passione di Gilles Deleuze per il grande Carmelo (Bene). Carmelo Bene, ricollegandosi al “corpo senza organi” di memoria artuadiana, rifiuta da subito di essere un mero esecutore, un semplice interprete, e si propone come un “corpo integrale di poesia”. Deleuze, tra l’altro, affrontando di sguincio il teatro non può che rifarsi all’ultimo profetico testo di Artaud, “Per farla finita col giudizio di Dio”. Farla finita col giudizio di Dio, significa, innanzitutto, sconfessare millenni di tradizione filosofica occidentale se è vero come è vero che il primo ad imporre alla nostra riflessione la “dottrina del giudizio” è stato Platone. Con il filosofo ateniese, la filosofia fa i conti col giudizio di Dio al quale tutto è demandato. Tutto partecipa alla perfezione dell’Idea, l’immanente viene così ad essere completamente svalutato. Il corpo e la materialità, vengono d’ora in avanti considerati poca cosa. Il teatro stesso, come le arti più in generale, soltanto “apparenza d’apparenza”. Certo, una qualche linea d’opposizione a tutta questa egemonia c’è stata e come. Deleuze a tale proposito cita almeno Spinoza e, venendo più vicino a noi, Nietzsche, Lawrence, Kafka e Artaud. Ci risiamo, Antonin Artaud. È lui l’uomo di teatro più importante della post-modernità, con un paradosso, però. Eccolo. Non è possibile fare teatro oggi senza aver letto una riga dei suoi scritti; proprio lui che ci aveva abituati a pensare con gli strumenti di una visione, invece, esoterica. Quei geroglifici, quei cenni che nonostante le fiamme mandiamo verso il mondo sono le uniche verità possibili in una deriva apocalittica di un’epoca tragicamente post-umana.

redazioneIconfronti

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