Home
Tu sei qui: Home » Blog/Inchiesta » Malapolitica? Il valzer degli assessori ed il degrado delle Regioni

Malapolitica? Il valzer degli assessori ed il degrado delle Regioni

Malapolitica? Il valzer degli assessori ed il degrado delle Regioni
di Barbara Ruggiero

«Quanto accaduto alla regione Lazio è il big bang di un malcostume tipico delle regioni italiane, che sono già nate come elemento assistenziale e di vero e proprio sperpero del denaro pubblico».
A parlare è Marcello Ravveduto (foto), storico, studioso della modernizzazione delle mafie. Dottore di Ricerca in Storia e Sociologia dei media e dell’industria presso l’Università di Salerno, ha scritto diversi libri sul tema storia e mafia, è presidente dell’associazione antiracket “Coordinamento Libero Grassi” e collabora con diverse cattedre presso l’Università di Salerno e La Sapienza di Roma. L’ultimo libro di Ravveduto è “Libero Grassi. Storia di un’eresia borghese”, la biografia di un imprenditore che rifiuta di pagare il pizzo e per questo viene ucciso dalla mafia nel 1991.
Abbiamo chiesto a Ravveduto una intervista che sia soprattutto uno spunto di riflessione sullo stato attuale della politica e della Pubblica Amministrazione nel nostro Paese.
Dottor Ravveduto, torniamo un passo indietro: perché dice che le regioni italiane nascono come elemento assistenziale?
Quando furono fondate, gli organici furono imbottiti di persone che non c’entravano niente con la missione di programmazione regionale. L’ente regione servì subito come sfogo per dare lavoro a chi non ne aveva. E non è certo un caso circoscritto al Mezzogiorno d’Italia! Il fatto che le regioni avessero un valore costituzionale e una propria autonomia, ha fatto sì che si costituissero enti che hanno divorato le risorse del territorio anziché programmarle; la spesa pubblica, in fin dei conti, è servita a consentire la formazione delle caste locali.
Un po’ quello che è accaduto alla regione Lazio.
Nel Lazio è stato così. Ma si tratta di cose che accadono anche nelle altre regioni italiane. E’ come se la pubblica amministrazione finanziasse i partiti che poi non sono più neanche partiti nel vero senso della parola. Cosa ha determinato tutto questo? Io dico le regioni che funzionano come dei piccoli parlamenti senza controllo o con un controllo inferiore.
Penso anche al fatto che nelle regioni ci sono spesso anche tanti dirigenti di cui non c’è bisogno. In Campania abbiamo 5/6mila dirigenti a livello regionale…
E il concetto di res publicae, di chi, delegato dai cittadini, è chiamato ad amministrare la cosa pubblica come cambia?
Il concetto di cosa pubblica nel nostro Paese è stato completamente modificato dal periodo del miracolo economico in poi. L’idea che la cosa pubblica potesse essere uno degli strumenti per raggiungere il benessere è un dato acclarato sempre più a partire dalla metà degli anni Sessanta fino ai giorni nostri. Quello che noi oggi consideriamo un eccesso, trova le sue radici storiche in una distorsione dell’uso della cosa pubblica sempre più frequente dalla fine degli anni Sessanta, con una deflagrazione vera e propria che si registra nel 1992 con Tangentopoli. In quel momento, il Paese certifica tramite la magistratura l’utilizzo della Pubblica Amministrazione per arricchimento personale o per la vita dei partiti. Negli ultimi venti anni è accaduto qualcos’altro: è rimasta solo l’idea della politica come arricchimento personale o come strumento per il controllo del consenso dei voti. Non parliamo di voti ai partiti, ma di voti ai leader, che sulla base dei voti distribuiscono il potere nei propri staff, nelle proprie cerchie, nel proprio mondo. E’ come se ci fosse stata una accelerazione del passaggio verso la privatizzazione della cosa pubblica.
Parliamo spesso, come dato di fatto, della fine dei grandi ideali, dei partiti politici della politica intesa come gruppo e non come individualismo o leadership. Nell’ambito della sua tesi, i partiti politici che ruolo svolgono?
Oggi non abbiamo più i partiti politici. C’è una partitocrazia senza partiti. Esistono delle reti di potere che si aggregano sulla base di interessi e alcuni di questi mantengono una propria visione comunitaria. Pensiamo al Pd che sembra essere l’erede di una serie di partiti, ma che di fatto non rappresenta più una forza politica organizzata: è un insieme di una serie di poteri nazionali e locali, o di lobby o di interessi. Ci sono tanti altri aspetti deleteri sia a sinistra che a destra. Il principale è che si tende verso una personalizzazione intorno ad alcune figure che non rappresentano il partito, ma una leadership personale che è in cerca di consenso nel Paese.
Che idea si è fatto del valzer di assessori in Provincia a Salerno?
Non esiste una cosa del genere: un presidente che cambia 33 assessori. Significa proprio trasformare la provincia in una cosa propria. Il governo, che dovrebbe sottoporsi al consenso per il lavoro fatto sul territorio, si snatura. Come si fa a giudicare un governo che ogni due mesi cambia assessori? Siamo di fronte a uno svuotamento del lavoro della giunta e all’inutilità di un consiglio provinciale che non ha punti di riferimento. Questi fatti ci fanno capire che non c’è interesse a gestire o programmare la cosa pubblica, ma a determinare condizioni di staff intorno al presidente: sono tutti fedelissimi che possono essere cambiati a seconda del piacere o delle necessità del presidente, spesso con dinamiche territoriali dietro. Pensiamo, per esempio, al fatto che oggi molti assessori sono dell’Agro nocerino-sarnese, zona in cui si svolge il maggior potere del presidente… E questo modo di fare non è certo l’attuazione delle riforme, della legge Bassanini, che prevede la presenza di assessori legati al presidente anche con nomine esterne. Questa situazione diventa gestione privatistica di un ente pubblico. Per quanto anche il centrosinistra abbia commesso una serie di errori, anche con presidenti indegni della carica che rivestivano, non è mai accaduto che la giunta di Salerno diventasse il prolungamento delle necessità di consenso elettorale del presidente.
Con un quadro della situazione come quello che stiamo elaborando, che fine fa la cultura? Spesso gli enti culturali sono fondazioni di diritto privato che per sopravvivere necessitano di fondi pubblici.
Non è un caso che in Campania e nel Mezzogiorno ci sia quasi nessuna fondazione con valenza culturale reale: si tratta nella maggior parte dei casi di contenitori vuoti che servono a drenare risorse delle pubbliche amministrazioni, senza attività volte a promuovere a lungo termine le iniziative culturali. Sono fondazioni che hanno vita breve: finito il momento di consenso intorno al dominus che ha creato quella fondazione, scompaiono e non fanno più alcuna attività. E’ una situazione pericolosa in quanto il mondo della cultura diventa collaterale alla politica e si sporca pur di sopravvivere. In questo Paese non si è mai pensato a politiche culturali di lungo respiro. E questi sono i risultati. Molti si piegano alla logica politica per assenza di finanziamenti.
Le vere fondazioni sono quelle che durano nel tempo e che svolgono attività culturali a prescindere dai legami con il politico di turno.
E il ruolo dei cittadini quale può essere? Come si può esercitare un’azione di controllo sul potere politico?
L’unica arma resta sempre e solo il voto. La crescita della diffusione di informazioni attraverso il web, i blog, è una valida alternativa al monopolio della televisione e della stampa. Con la crescita di questo tipo di informazione, il cittadino, specie quello più giovane, comprende che l’unica arma che ha a disposizione è il voto. Ma anche la diffusione delle informazioni on line ha i suoi rischi: può indurre a un qualunquismo mediale la cui risposta è o “non vado a votare” o “fanno tutti schifo”. C’è necessità di blog di informazione da affiancare alle denunce per indurre il cittadino alla partecipazione.

Informazioni sull'Autore

Numero di voci : 733

Lascia un Commento

© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

Scroll in alto