Lun. Giu 24th, 2019

I Confronti

Inserto di SalernoSera

“Manuale di solitudine”, il romanzo postumo di Rugarli

5 min read
di Giuseppe Amoroso

Il critico letterario e saggista Giuseppe Amoroso

Manuale di solitudine

di Giancarlo Rugarli

 (Marsilio, pp. 229)

di Giuseppe Amoroso

manuale-di-solitudineLa deformazione come grimaldello per scardinare la realtà e penetrare nella sua granitica faglia di mistero, nell’incognito di ogni scelta chiamata talora disinvoltamente destino. Ma la vera scorza feroce dell’esistenza con il versante di tenebra può essere aggredita in tutta l’insidiosa vischiosità solo da chi punta lo sguardo più verso il proprio febbrile circuito di protesta e indignazione che verso il vasto orizzonte in cui il brillio di insospettate fonti amiche depista e illude. Il romanzo postumo di Giancarlo Rugarli, Manuale di solitudine (Marsilio, pp. 229), offre l’estrema prova di un’implacabile analisi psicologica (iniziata in quell’impareggiabile Superlativo assoluto, pietra miliare nella storia di un nuovo modo di prospettare la narrazione), fondata non tanto sul rilevamento analitico delle tessere utili a un ritratto d’anima e alle sue zone più indifese e segrete, quanto deputata a sorpassare ogni impressione di ricerca lineare ed intimistica, fornita di dettagli che non lasciano gli adeguati spiragli alla libera felicità onnicomprensiva del racconto. Qui, l’organizzazione sintattica ben articolata e chiaroscurale, uniforme e pur generosa delle sue crepe e sobbalzi, riesce a collegare, nel momento della  stringente espressività, i dettagli sul tessuto peraltro elastico della trama. Sebbene sostenuto da un’adeguata strumentazione tecnica e da un vocabolario corrente ma a intensa caratura di tensione, questo tessuto a maglie regolari, non mostra, come in opere precedenti, acrobatiche torsioni di raffinato laboratorio. Si raggruma rapido, quasi pare sospendere il suo cammino inesorabile, valica le barriere prevedibili e opacizzanti, si rinsalda abdicando alle promesse di ambiguità suscitate, e tocca, alimentandola, la sua performance più naturale, densa di notizie e umori, colori decisi e sfumature, nel volubile disagio di un indizio.

Abita in un condominio simile a un castello medievale, altissimo e pretenzioso edificio non distante da Sapri, il professore protagonista, amante della solitudine e della carta, cui piace “galleggiare sulle (…) letture”, le fantasie, i pensieri, i ricordi. Ha una giovane moglie, Irene, infermiera di una “bellezza arcana, segreta”, ma ”caotica e maldestra”, un “personaggio episodico”, non amato dal marito che vagheggia, invece, Carlotta Gainsbourg, indimenticabile interprete di Jane Eyre di Zeffirelli, film tratto dall’omonimo romanzo: un ritratto d’amore immaginato (“inafferrabile”?) che però si umilia in modo “banale”, nelle “sofferenze del parto” . E così gli occhi della donna, tanto ammirati, “si afferrano al cielo” e giungono “come il naufragio di un mercantile carico di poesia in un mare colmo di azzurro e di luce”. Forse il “surrogato” all’incanto delle illusioni è solo la parola scritta. Non sa se è nel bel mezzo di un delirio, di un sogno ferito, il professore che, affidandosi alle ombre, vive costantemente in un’atmosfera ermetica che avvolge il paesaggio e anche il condominio “sempre più simile alla casa degli spettri”, strane morti si susseguono: la caduta dal settimo piano di un infelice bambino deforme; la fine sospetta della giovane Beatrice, donna di malaffare, amichetta del sedicente dottor Decubito, e, poi, il ritrovamento del corpo inanimato dello stesso dottore; l’”insolito decesso” della professoressa Jole Bernasconi e del marito, un avvocato folle, saltato in aria in un’esplosione; la dipartita dell’anziana suocera Deprofundis.

In una ragnatela di pericolo e di affanni si intensifica l’assedio: dal matrimonio, affrontato per “condividere la zattera” di due naufragi, all’accettazione del “Grande Libro delle Sopraffazioni” che, accanto alla Bibbia, segna il cammino dell’umanità”. Snodandosi tra vertiginose perdizioni, insulti dei giorni, scoperte angosciose, false promesse di gioia che, “come nelle corride”, preludono all’arrivo del momento della verità, il racconto, misterioso e grottesco e ostinato nel non fare uscire i personaggi dai “confini” del  “cerchio” in cui sono chiusi, coltiva pure l’invito-illusione a far respirare un’aria di salvezza in  cui si giunge con l’ironia o l’autoinganno, la riflessione rassegnata, lo scacco. Rugarli conferma che non è più possibile continuare a “scivolar via dal racconto” e allora ne segue il richiamo, penetra nel viavai delle cose, seziona i fatti più irrilevanti e diffusi secondo la triste saggezza del disincanto, si arresta davanti allo “spicchio di tenebre” della prima moglie del professore, Alessandra, una donna “splendente, simile alle sante che nelle immaginette irradiano luce”. Ma l’uomo – che si paragona al napal che brucia tutto (“c’è un Hyde in ciascuno di noi”) – ama non quello che c’ è, ma quello che si finge. E non cede alla convinzione che “oltre la fantasia si spegne” il mondo.

Contro il susseguirsi delle misteriose sciagure, la sola ancora di salvezza sono “il soccorso e la pietà”. Oscuri e implacabili nemici, novelli Tartari che, “incappucciati, neri e maligni”, minacciano da terre sconosciute, perseguitano il protagonista, mentre un magistrato indaga e il portiere dello stabile scruta con un cannocchiale il cielo sperando nel passaggio di un segno premonitore. Il rebus si complica e forse per l’autore è consigliabile un’interruzione per riprendere con il classico “Cera una volta…”. E si scende in un tempo lontano, sulle tracce di Irene e del suo diario. Nel frattempo, il rapinoso crescere di fatti concreti e onirici, storici e irreali inietta un senso di obnubilazione, di depistante ricognizione storica, fa smarrire ogni riferimento tangibile, risveglia pagine nella sorpresa o le scompiglia  in un mutare rapido del punto di vista. Le immagini si alterano, passano da un piano all’altro, quasi intercambiabili in una marea di “disperazione e rabbia”, di “incidenti” e di una “piccola follia”. E non basta più la scrittura a mantenere a galla una storia, a darle il miraggio della durata: “invece basta avvicinarla a una fiamma, a un fuoco, e il mondo messo per iscritto se ne va in cenere”.

Metafora dell’ “abilitazione a vivere”, il Manuale di Rugarli rintraccia corpi solidi e simulacri, li miscela e li squaderna in un instabile sfrido di  sfigurate forme, gioca con le parole più logore per celare e, insieme, esibire il grande strazio che è dentro, in un cuore arido e fibrillante, in un abitante di “tragedia” e di “romanzo rosa”. Le parole più viete prendono il volo, i ragionamenti  scontati si  impegnano  a  raccogliere le  disparate odissee del mondo e a porle su un “ottovolante” che incredibilmente non ha alcun appoggio. In perenne moto o fermo nell’attesa’attesa, sotto un cielo di “amori infranti”?

 

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *