Mar. Giu 25th, 2019

I Confronti

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Manzi e la forza della parola nella rincorsa al mistero della vita

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"L'orma che scavo" è la quarta raccolta di versi del giornalista e scrittore
di Gianmaria Roberti

CopertinaManzi_2014NAPOLI – La crucialità della parola, del ridare dignità alla forma, quale principio ordinatore della materia. Un atto devozionale, quello di Andrea Manzi, giornalista e scrittore, ne “L’orma che scavo” (Oèdipus), la sua quarta raccolta di versi. Un viaggio spirituale per rivendicare la centralità del linguaggio, oggi svuotato di senso, destrutturato nella centrifuga delle reti immateriali, sminuzzato dal dogma della comunicazione istantanea. Come fosse una di quelle anime morte riesumate all’inizio del testo. L’autore invoca la forza della parola, il mezzo per restare attaccati alla memoria che fugge inesorabile. Ne “In morte di Giulio” le immagini rimandano al fluire del tempo che si vorrebbe afferrare, a metà tra rabbia e fatalismo. L’abisso è la dimensione permanente. Una voragine spalancata davanti agli occhi. La poesia di Manzi diventa narrazione, attraverso figure retoriche evocative. In “A mio padre in agonia” il dolore si mescola alla perdita delle parole, il bene più prezioso, il soffio di vita che diventa eco lontana. È anche un momento di passaggio, il film della propria esistenza scorre davanti agli occhi, induce ad affrontare un bilancio. Però ritorna l’imperativo: la parola non è fine, ma è mezzo. È lo strumento di una ricerca ansiosa di verità. Ecco perché va adoperata con rispetto, restituendo peso a ciascuna sillaba. Su ogni verso c’è l’ombra pesante del mistero. Quel mistero è la vita, coi suoi interrogativi inevasi. Il filo rosso dei versi è una rincorsa inesausta alle domande più urgenti sull’esistenza. E la tensione verso la luce è l’energia che le percorre. Ma la paura del nulla ci è sempre alle spalle. E’ un avvertimento, un orizzonte possibile che non ci abbandona. Lo si accetta, e contribuisce a venare di rassegnazione le parole. La pulsione di vita e la pulsione di morte si intrecciano, secondo lo schema freudiano di Eros e Thánatos. Si confondono sullo sfondo. Il destino, come la poesia, resta una cosa inspiegabile.

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