Mer. Lug 24th, 2019

I Confronti

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Marchionne è il capitalismo

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Ha trasferito la sede fiscale a Londra, quella legale in Olanda... / di Giuseppe Foscari
di Giuseppe Foscari *
Giuseppe Foscari
Giuseppe Foscari

L’atipica sferzata di Marchionne al capitalismo merita una qualche riflessione. Perché appare come una clamorosa reprimenda per ripulirsi la coscienza, ma non ha alcun valore se non accompagnata da fatti, che fatico ad immaginare come egli possa o voglia realizzare, perché sarebbero l’esatta antitesi dei suoi stessi comportamenti. Non dimentichiamo che l’uomo in maglione appare nel mondo occidentale come un fuoriclasse del capitalismo.

L’azienda automobilistica di cui oggi egli è amministratore delegato ha beneficiato di enormi finanziamenti pubblici nel corso dei decenni, ha creato occupazione, ha dato finanche un orgoglio agli operai, ma succhiandone l’anima, da buon padrone. La sua gestione ha dato seguito alla politica di delocalizzazione già preventivata per ridurre i costi del lavoro, con licenziamenti progressivi e la chiusura degli stabilimenti giudicati poco profittevoli, fino a trasferirsi altrove, per entrare nel mercato americano, associandosi alla Chrysler come richiesto dalla globalizzazione. Ed esattamente come sollecitato dal capitalismo. Che gli ha anche esplicitamente raccomandato di essere vicino al potere politico, adularlo o bacchettarlo con garbo, come nello stile e nella tradizione degli Agnelli. Marchionne è, anche da questo punto di vista, un erede degnissimo di quel progetto di lungo corso. Ecco la lisciatina a Renzi, entrando nel corso di questo tempestoso referendum costituzionale per dire la sua e parlare della bontà del progetto di trasformazione di una Costituzione che dentro di sé contiene profondi anticorpi nei riguardi del capitalismo d’assalto, amorale e privo di etica, che pure egli ha osato condannare. C’è tanto di contraddittorio in tutto ciò…

Certo, nessuno può negargli qualità e determinazione, ma nel solco del capitalismo, perché Marchionne è il capitalismo. Le sue operazioni sono state mirate: trasferimento della sede fiscale a Londra, sede legale in Olanda, quotazione in borsa a Wall Street e nuovo marchio, giusto per non farsi mancare la comunicazione visiva e un nuovo appeal. D’altronde, l’Italia resta, nella sua logica, uno dei paesi a più elevata tassazione, ergo, meglio pagare altrove i tributi.

Il suo invito di questi giorni ad agire con coscienza, a non demandare al mercato la costruzione di una società equa, mi è apparso come un messaggio demagogico e assolutamente privo di contenuti per renderlo realizzabile. Ci vedo in questo meccanismo l’esatto prototipo del capitalismo che finge, che ti accarezza l’anima, che ti vuole consumatore e poco pensatore, che ti indirizza con le pubblicità, che decide cosa tu debba comprare, anche se poi non ti serve nemmeno. Perché il capitalismo studia le emozioni, circuisce le menti, le modula e le rimodula a proprio piacimento. E tratta finanche la vita umana come una merce. Quantificando i profitti e abolendo il welfare con la storia dei costi sociali insostenibili.

Eppure Marchionne non ha rinunciato ad andare anche oltre, tracciando un profilo del quale solo ora egli si accorge: la logica del profitto tende a privare l’uomo della sua umanità e mette a repentaglio la possibilità che il benessere sociale possa espandersi a tutti e che, nel lungo termine, possa essere un obiettivo raggiungibile.

Parola di Marchionne, il capitalista pentito. Peccato dirlo soltanto, peccato esserci arrivato così tardi, peccato non avere tutto il coraggio che parole del genere richiedono. Peccato, Marchionne.

* professore di Storia dell’Europa presso il Dipartimento di Scienze Politiche, Sociali e della Comunicazione dell’Università di Salerno

In copertina, Marchionne con Luca di Montezemolo

 

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