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Marco Pannella, per ricordare

Marco Pannella, per ricordare
di Geppy Rippa*
geppyrippa

Geppi Rippa

Sei mesi fa, il 19 maggio, moriva Marco Pannella. Al momento della sua scomparsa vi fu una significativa attenzione da parte della stampa che lo aveva ignorato nei suoi sessant’anni di impegno politico e civile. La sua tradizionale battuta era: mi hanno rappresentato da morto in vita, vedrete mi rappresenteranno da vivo quando sarò morto. Ma, così come scrivemmo sul n. 112 di Quaderni Radicali in cui avevamo raccolto alcune delle cose che erano passate sulla rivista: interventi, interviste, vecchi scritti con lo scopo di un semplice immediato ricordo del leader radicale, si sarebbe trattato di una breve “concessione di vita”.
Infatti di Pannella si sono perse le tracce. La poliedrica e forte personalità, che tante cose aveva intuito e indicato a un Paese che gli aveva dato molto poco e a cui invece aveva dato tantissimo, è dimenticata, annullata, nonostante gli avvenimenti nazionali e internazionali dicano quanta forza di visione avesse accompagnato la sua azione di militante nonviolento e di leader politico geniale.
In tutto questo, c’è qualcosa di più profondo e di più grave: tutto ciò risponde ai caratteri di democrazia fittizia, che è andata avanti per decenni e dentro la quale non si è giocata la partita drammatica della vera democrazia e del diritto, ma la sistemazione delle élites dominanti – per quanto rese asfittiche dalla fine del ruolo geopolitico esercitato in passato dall’Italia – che sono le prime responsabili della difficoltà a trovare la soluzione della crisi della vicenda italiana.
A differenza degli altri, l’antagonismo di Pannella non si prestava ad essere strumentalizzabile dal sistema politico. Proprio per questo è stato ripagato con “la morte in vita”.
Negli anni in cui i radicali, sotto la sua guida, hanno intrapreso la loro strenua battaglia per i diritti civili e per l’esercizio sempre più intenso degli strumenti di democrazia, dimostrarono una inedita capacità di definire temi che erano in grado di disboscare l’arma mentario con cui il regime controllava l’intero scenario, impedendone la crescita civile, sociale ed economica. Fu possibile intraprendere quella battaglia perché alle spalle c’era una cultura politica solida, una cultura di governo che aveva in sé tutta la spinta propulsiva per la demolizione dei gangli coi quali si vincolava la società italiana, negandole di essere libera, e che contemporaneamente istruiva il conflitto sociale sul terreno istituzionale, democratico, di confronto civile, scandagliando tutti gli strumenti (i referendum erano uno di questi) rinvenibili nelle more di un testo costituzionale, che sarà pure “bellissimo” in termini teorici ma che in concreto era il risultato di un preciso contesto storico-politico in cui il controllo delle élites dominanti era più che mai costrittivo.
Se oggi stenta a prendere corpo un processo di cambiamento reale è proprio perché sono ancora forti i grumi di conservatorismo contenuti dentro il sistema politico.
Il ribellismo altro non è, infatti, che una delle forme in cui può esercitarsi il controllo delle élites dominanti.
Se non si costruiscono gli elementi di base, che sono la consapevolezza, la responsabilità, la cultura di governo, è inevitabile che l’esito sia una società dove l’indignazione si declina come ribellismo sterile.
Ad esempio, quando i radicali promossero la campagna referendaria per abolire le norme sul Codice Rocco, non miravano a eliminare un impianto giuridico che pure aveva una sua logica, sia pure entro un sistema autoritario, ma a liberare settori di società al fine di esercitare l’azione di cambiamento.
La logica conservativa di una democrazia malata quale è la nostra non ha mai accettato il rischio della democrazia liberale. Tutto questo è potuto accadere perché l’antagonismo in quegli anni in cui il movimento dei diritti civili esprimeva la sua forza ha coinciso con il terrorismo brigatista. E, secondo la sua logica conservativa, il sistema ha utilizzato anch’esso per meglio collocarsi e sistemare di fronte alla crisi generale. Mentre invece l’antagonismo radicale, dei diritti civili e dello Stato di diritto, se fosse stato vissuto con la sua intensità, già allora avrebbe determinato un diverso processo formativo della classe dirigente.
Il grande merito storico-politico di Pannella è quello di aver tentato, con disperazione, la rottura di questo asse politico-culturale. Il suo ritratto come produttore di grandi segmenti di crescita civile viene oggi offerto (ma poi subito dimenticato) dall’informazione, all’indomani della sua morte, proprio perché si ritiene che adesso non vi sia più l’intensità politica in grado di produrre un cambiamento reale.
Basta interrogarsi sugli odierni attori politici: tutte persone che non hanno mai praticato alcuna forma di lotta politica vera, su un tema o una strategia complessiva. Attori inventati, perché il soggetto egemone oggi è un soggetto sfumato, invisibile, casomai con interessi legati a dati nazionali ed internazionali di matrice finanziaria.
Questo sistema di interessi non può permettersi il lusso della linearità dello Stato democratico, delle regole, che è fatta di diritti e di lotte per cambiare la legge, quando essa è ingiusta. Il metodo radicale e pannelliano iscriveva anche la contestazione della legge ingiusta nell’alveo della legalità, mentre invece è molto più utile al soggetto dominante aizzare il poujadismo ribellista, perché se ne può fare comunque al momento opportuno ciò che si vuole.
Il “pazzo” Pannella era pertanto pericolosissimo rispetto a certe dinamiche messe in atto dalla élites dominanti. La sua assenza e il modo anche volgare con cui si è cercato di “occupare” il riconoscimento della sua storia – che fra l’altro non si è sostanziato in niente, tant’è che non fu fatto senatore a vita proprio in quanto che con lui presente il Senato non sarebbe stato più lo stesso – avviene ora proprio perché la sua azione di disturbo è venuta meno, o si presume che sia così.
Ma la sua grande lezione resta. Dalle storiche battaglie per i diritti civili, il divorzio, l’aborto, l’obiezione di coscienza, il diritto di famiglia, la liberazione sessuale, la fame nel mondo, gli Stati Uniti d’Europa, la Giustizia giusta, l’Amnistia, la nonviolenza, il diritto alla conoscenza.
Noi speriamo di continuare quella lezione nel solco da lui tracciato.

*Direttore di Quaderni Radicali e Agenzia Radicale

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