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Marfisa o l’acqua che dorme

Marfisa o l’acqua che dorme
di Giuseppe Amoroso

Antonella Cilento, nel nuovo romanzo, Marfisa o l’acqua che dorme (Mondadori, pp. 405), inventa un mondo di dimensioni infinite: la macchina di ripresa non si limita a sconvolgere l’ordine dei fatti, ma intende cercarne le ragioni più invisibili in uno spazio teatrale che vivifica primi piani e sfondi mai confinati nella neutralità, partecipi, invece, della «danza delle immagini». Al contempo, una precisione d’oreficeria e le varie, smaltate pitture locali divengono il metro di scrittura indispensabile per concedere alla fantasia un enorme potere di scavo, di penetrazione psicologica e, insieme, di controllo su quegli accadimenti clamorosi intorno ai quali si concentra la tensione. Il tempo, anche se si sgretola e sprofonda in un corsa stellare di secoli, mulinando nel vortice di un’apocalisse, non perde i suoi segreti, le sorprese e la straordinaria magia dell’arte, e l’ambizione e la follia, per Teofanès Arghili, il poeta bizantino che alza il sipario su un’allucinata Napoli avvolta in un “oceano d’aria”. Lo spettacolo della natura e la “cortina di teatro” delle prime pagine hanno presto una svolta spiazzante, precipitando nell’anno Mille in cui il protagonista, disperato per l’incapacità di avere un’ispirazione autonoma e umiliato nell’essere costretto a ricopiare le opere degli altri e a “pascersi della totale mancanza di fantasia”, si inoltra in un dedalo di avventure e nella morsa di memorie labirintiche aperte dal sortilegio del suo straordinario viaggio dall’Oriente al Ducato di Napoli.
In questa città, ”ignota e ostile”, subito annunciata dall’“icona venerata” della “Madonna delle Ombre”, Teofanès deve svolgere una missione affidatagli dalle due vecchie Imperatrici di Costantinopoli, quella di riportare in sposa nella capitale dell’Impero la giovanissima figlia del Duca napoletano. Ma, appena sbarcato, il macabro spettacolo della testa mozzata della fanciulla sul molo, lo proietta in un’infernale “trappola”, fiabesca e trasognata, di situazioni inquietanti e “confuse fantasie letterarie”. Come trascinati da un innaturale moto di obnubilazione verso margini di episodi che li spingono nella dimenticanza, tali stati alienanti, eccentrici, enigmatici, ritornano mutandosi in altre sequenze di inganno e di “attesa di una catastrofe”. Intorno, “tutto si muta e tutto si trasforma: le donne in pesce, i pesci in uccelli, gli uccelli in bestie e le bestie in pioggia o in nuvole”.
V’è un torbido realismo dal momento che l’autore vuole catturare il tratto più ostico e ostile delle cose, tanto tetro e incombente da nascondere quasi un senso metafisico e iperreale. La realtà torbida non riesce a tollerare il suo peso di normalità: e allora, la rappresentazione pulviscolare, fissata con forza sulle circostanze, fa sortire un tempo innaturale, una sorta di tempestosa minaccia che passa da capitolo a capitolo. Dagli scarti fulminei delle epoche (il Medioevo, il Seicento e la contemporaneità) esplode in diverse sembianze il prodigio, e irrompe una marea di personaggi e ambienti che sembra appartenere a un incantamento: “veli di donne si alzano in un unico vento”, voci confuse mormorano in un “conciliabolo greco, latino e longobardico”, un corpo di donna si mostra “perfettamente formato in una bottiglia”, un “granchio umano” sfoggia una lunghissima barba, un soldato è “tutta testa e niente spalle, lunghi piedi da lepre e dita ossute”, una balena si dissolve in un piccolo corpo femminile, un uomo appare “spuntato dal rubinetto o risalito dallo scarico della vasca”. Ed è possibile entrare in una “mostruosa bottega delle bottiglie” o incontrare un “cerchio orante” di pellegrini.
Su questo schermo deformante trascorrono Arabi e Mori, Longobardi che “leggono storie dei santi”, gente di Amalfi e di Salerno, barbari ed ecclesiastici e “persino i Russi” e il papa romano con una sua ambigua lettera, e dieci teste di Gorgoni che da un soffitto “sorridono oblique”. Si esaltano cerimonie e dèmoni, e dame con “velleità di poesia” e prodigi, e, soprattutto, Morfisa, protettrice di Napoli che sparisce e risorge “come fumo trasparente”, e finisce in un fotogramma in cui, “legata come un salame” su un asino, “sbuffa imbroncata”. Non cessano, intanto, le sorprese con la comparsa di un arcano Uovo in grado di salvare la città e di un fantomatico “Popolo della Luna”.
Tutti gli orizzonti sono amplificati da un coinvolgente gioco di acrobatici effetti, ma ogni loro minimo balenio può accendersi nello sguardo di Teofanès che fa scaturire le cose dal suo linguaggio d’artista e dalla sua anima innamorata del lontano Michele Psello. L’inesauribile offerta di approfondimenti, informazioni, sentenze, slittamenti di scene e di riti, le trionfali o sotterranee topografie, l’assedio di episodi e la grumosa curiosità di una scrittura sempre in allerta schiudono una rete di intrighi romanzeschi nella quale il protagonista, ripetendo spesso i suoi gesti, dà l’impressione di una loro inappartenenza al suo mondo più segreto, autentico e indimenticabile, riemergente dalla nebulosa patria remota.
Dalla diversità dei registri sorge il segnale fiammeggiante e cupo di una densità linguistica in cui coesistono il grido e il sussurro, l’allarme e l’elegia e una moltitudine che “non si vergogna mai d’essere ovunque tranne che nella propria vita”. Dominano la imperscrutabile leggi del fato, il dolore pungente da ogni dove, durissimo, che non riesce a liberarsi del buio. La scrittura sussulta, esita, si rilancia bruciando le pause, si trasmette in una sintassi aspra, turbinosa ma quasi impietrita, paradossalmente, nell’impeto delle propagazioni di ogni segmento, e lesta a rimodellarsi in scarti e divagazioni, a fondersi con l’oceanica sostanza dei fatti che intende collegare, raccogliendo pure esche tematiche che non hanno il respiro sufficiente per trasferirsi in racconto completo. Ma incancellabili restano, infatti, quali atmosfere mefitiche, sfumanti nei sogni oppure schizzi di riferimenti, più cifre di lontananza che ancoraggi alla conoscenza: il mare di Amalfi è un “remoto triangolo celeste”, Ravello è “fitta di archi moreschi”, mentre in un delirio si sovrappongono “Costantinopoli e Napoli, una grotta, la balena, i romanzi”. Gli accadimenti sono un costante rebus, centri nevralgici e fondali di una città che da arcate di stagioni tramanda il suo sorriso e la sua pena.

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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