Gio. Lug 18th, 2019

I Confronti

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Marò in Italia, ora con l’India rischiamo l’onore

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Le analogie non consentono di considerare inattaccabile il nostro comportamento
di Carmelo Currò

maroBiglietto di sola andata per i militari italiani. Forse l’India non lo sapeva; e se lo sospettava, avrà fatto finta di niente. Intanto, da oggi in poi, a Nuova Delhi si potrà sbandierare che l’Italia non mantiene le sue promesse, con nuovo discredito per il nostro Paese, nonostante il ministero degli Esteri affermi che l’India non ha applicato il Diritto internazionale ed ora invoca un arbitrato per risolvere la vicenda.
Non esistono veri precedenti che possano aiutare nella formazione di una norma in grado di dirimere questo genere di controversie. Tuttavia, poiché di Diritto si tratta, è possibile anche in questo caso invocare l’interpretazione per analogia e quindi l’eventualità di regolarsi secondo esempi notissimi del passato. Fra le altre figure cui poter accostare le persone dei due marinai detenuti in India, andrebbe esaminata quella degli ostaggi: ossia persone che vengono prese in consegna da una fra le Parti contendenti, al posto di un prigioniero o in garanzia di un accordo. Questa figura giuridica andrebbe ricordata certo non per la sostituzione di individui, quanto per i giuramenti di lealtà che in genere accompagnavano gli scambi. Le Parti, infatti, si impegnavano solennemente, con un patto d’onore, a rispettare gli articoli su cui si erano accordate. È proprio in base a una simile promessa che l’India ha concesso ai militari italiani i rientri in Patria che erano stati consentiti dopo il periodo della detenzione. Numerosissimi gli esempi che possono essere invocati.
Nel luglio 1284, nel corso di una battaglia navale nel Golfo di Napoli, il principe ereditario di Sicilia, Carlo d’Angiò, principe di Salerno, venne fatto prigioniero da Alfonso III d’Aragona che contendeva il Regno alla sua famiglia. Nel 1288 egli veniva liberato per succedere al padre Carlo I già morto qualche anno prima; ma in cambio dovette lasciare come ostaggi i suoi tre figli Ludovico, Roberto e Raimondo, accompagnati da cinquanta gentiluomini del Regno. Ludovico era il futuro S. Ludovico che nel soggiorno aragonese subì una grave malattia, ne ebbe la miracolosa guarigione, e scelse di abbracciare la vita religiosa come francescano. La loro “prigionia” (molto rispettosa del rango principesco) si sarebbe conclusa solo nel 1295.
Nel febbraio 1525, durante la battaglia di Pavia, lo stesso re di Francia Francesco I veniva fatto prigioniero da Carlo V. Fu allora che il sovrano scrisse a sua madre la famosa frase: “Signora, di tutte le cose mi è rimasto l’onore”. E in base a regole d’onore il sovrano veniva rimesso in libertà l’anno seguente, in cambio della prigionia dei figli, il delfino Francesco e il duca Enrico di Orléans, di 8 e 7 anni. I due principi sarebbero stati “restituiti” solo nel 1530, in seguito alla “Pace delle due dame”: l’arciduchessa Margherita d’Austria, zia dell’imperatore, e Maria Luisa di Savoia, madre di Francesco I. Il trattato prevedeva anche concessioni territoriali, il pagamento dell’enorme somma di due milioni di scudi d’oro per la liberazione dei principi e il matrimonio tra il re di Francia ed Eleonora d’Austria, sorella di Carlo V, vedova del re del Portogallo e da sempre innamorata di Francesco.
Non si contano, anche tra i musulmani, i principi cristiani e islamici dati in ostaggio per garantire tregue e vassallaggi. L’ultima consegna di ostaggi si registra con la Pace di Aquisgrana quando nel 1748 due pari inglesi furono consegnati alla Francia per garantire le clausole del trattato.
Dunque, la prima condizione della consegna e della liberazione di persone è costituita dal giuramento di onore. La condizione apparentemente non è stata rispettata dall’Italia. Tuttavia, come in tute le controversie internazionali, gli avvenimenti saranno esaminati secondo le ragioni delle due Parti e si individuerà un accordo che di sicuro deve prevedere un congruo risarcimento per le famiglie dei pescatori indiani morti.
È necessario però che l’Italia recuperi al più presto credibilità per non subire un danno d’immagine. E che sia adoperata ogni prudenza per non turbare, in tutto il periodo della controversia, la sensibilità di un potenziale mercato di oltre un miliardo di abitanti.

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