8 Marzo senza “ismi”

8 Marzo senza “ismi”
di Luigi Rossi

Pagina_8_marzo_con_bazzocchi_piante_e_fioriNel manifestare a tutte le donne riconoscenza perché, grazie a loro, possiamo continuare a celebrare la festa della vita riteniamo che ciò sarà possibile anche in un futuro se in questo campo sapremo ridimensionare le insidie di tanti  “ismi”. Merita, perciò, una adeguata riflessione l’impegno per l’emancipazione della donna. Il proposito è condivisibile: favorire le potenzialità e lo sviluppo della realizzazione individuale e sociale della persona non deve essere minimamente bloccato dall’identità sessuale. Ma questo lodevole proposito non può essere perseguito senza considerare alcuni significativi aspetti culturali per il semplice scopo di eliminare vecchi stereotipi. Suscita qualche perplessità la richiesta delle femministe d’inserire questa sollecitazione nel quadro teorico e pratico del sistema “gender” per sollecitare l’annullamento ideologico del corpo sessuato allo scopo di pervenire all’uguaglianza e porre fine alla supremazia maschile.

Per la verità tante Costituzioni, come quella italiana, hanno già sancito la parità dei diritti, quindi non si tratta di moltiplicare le affermazioni di principio. Il vero problema è costituito dal fatto che le disposizioni non trovano riscontro nei comportamenti quotidiani. Ma pretendere la definizione di uguaglianza dei sessi in quanto tale, oltre ad essere un’affermazione che trova teoricamente delle difficoltà, dal punto pratico si scontra con  evidenze incontrovertibili. Nei fatti la teoria del gender contribuisce a confondere le idee, rispondendo solo al modello culturale che si propone di eliminare le differenze per consolidare il dominio del pensiero unico.

In alternativa, il 5 marzo è stato presentato al Comitato sulla condizione della donna dell’Onu una Dichiarazione nella quale si ribadisce il principio antropologico della differenza e, contemporaneamente, si sollecita il rispetto universale dell’identità femminile per enfatizzare la necessità di salvaguardarne la parità con l’uomo. Quindi si sollecitano nuove politiche internazionali soprattutto per difendere la libertà di scelta della donna rispettando il suo dedicarsi alle cure della famiglia ed assicurano adeguate tutele alle lavoratrici che desiderano avere figli. Ne deriva la condanna di ogni forma di sfruttamento del corpo femminile fino alla maternità surrogata, evidente violazione della dignità della madre e del bambino. A queste condizioni si tengono nella giusta considerazione principi antropologici relativi alla differenza fra sessi, la funzione della maternità ed il ruolo della famiglia, esigenze il cui spessore culturale si è sempre travasato nelle civiltà rendendole grandi e feconde.

Nel riformulare gli auguri accompagniamo con un adeguato comportamento ciò che l’umanità ha sempre voluto indicare chiamando l’altra metà del mondo DONNA, cioè domna, domina, la signora alla quale manifestare la propria riverenza perché portatrice della vita. Altri appellativi sono FRAU, oppure FEMME per descriverne le caratteristiche sessuali specifiche, MUJER, per esaltarne il rapporto affettivo. Rivelativo di un radicato portato culturale è il termine inglese WOMAN, che richiama il più antico wifman, parola composta da tue termini: femmina (wif) ed essere umano (man), riproposizione semantica di quanto si deduce dalla creazione secondo la Bibbia, dove si asserisce che i due sessi furono creati uguali, in perfetta simmetria e con la medesima dignità, essendo immagine di Dio. Profanarla è peggio di un sacrilegio essendo la donna casa, tempio, tenda, grembo di speranza e di libertà, nella logica del dono capace dell’atto materno segno per eccellenza di amore e generosità.

 

redazioneIconfronti

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