Lun. Giu 24th, 2019

I Confronti

Inserto di SalernoSera

Mastica e Sputa di Roveredo

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di Giuseppe Amoroso

Il critico letterario e saggista Giuseppe Amoroso

“Mastica e Sputa”

di Pino Roveredo

(Bompiani, pp. 188)

di Giuseppe Amoroso

mastica

Qualcosa di strano è accaduto, le cose si sono sganciate dalla loro routine, i pensieri innaturali hanno imboccato molti, inattesi corsi, il mondo intero “ha perso la direzione e la gente è stata colpita dalla malattia mortale della felicità”. In casa della protagonista del primo dei ventisei racconti di Mastica e Sputa (Bompiani, pp. l88) di Pino Roveredo tutto è “stramaledettamente a posto”: cacciata via la violenza subita, cancellato ogni impulso di ribellione, mentre la povera, monotona e spenta vita posa sul tempo la sua pesante coltre di silenziosa umiliazione. Nella donna cresce il “piacere della rivoluzione”, della protesta nei riguardi di una madre assente e di un padre sparito per il mondo e ora tornato con più arroganza e volgarità, con la “vigliaccheria dell’insulto”. Una pagina rotta da continui sussulti e pronta a passare dal tono sommesso al grido, ad assemblare su un crescendo espressivo di notevole intensità anche i frequenti spazi bianchi, gli stacchi più impervi del dolore, le tessiture dilatate di alcuni dialoghi, si raccoglie in una confessione esplosiva.

Tocca, nel racconto che segue, all’elaborazione di un “silenzio rumoroso” e “pieno di voci” il compito di far uscire dall’archivio di un ex manicomio tante storie”, tra le quali quella di una bambina morta senza aver consumato “il diritto a un’infanzia” e senza aver goduto della “giustizia di una carezza”. Tra le suggestioni di una suadente musicalità di fondo e l’emersione imprevedibile di una manifesta pietà chiusa in una scheggia di “illusione”, si articola un discorso talora scabro, convulso, che non concede molto all’impianto narrativo di un’emozione immediata ma si appropria della densità scura delle cose elettrizzate da una visione repentina, occasionale, alle quali si cerca di assegnare, come nell’avvio del testo eponimo, “minimi frammenti, impercettibili dettagli di tempo, quelli che ti si scaraventano addosso improvvisamente, senza che tu li cerchi, desideri, chiami”. Tornano dalla “trappola” della memoria odori, profumi, fogli di vecchi quaderni, e le note di una canzone di Fabrizio De Andrè e i giorni dell’amore svanito e un’allucinante notte di follia che devasta l’esistenza. Il ritmo stordente nel suo veloce scivolare in accelerate chiusure, custodisce una sensazione di persuasività ai fatti narrati, una sorta di sigillo.

L’inizio di un incerto stato di quiete presto svanito schiude scene che sempre manifestano un disguido, una discrasia tra la certezza ferma e l’incombere di una realtà più estesa, porosa, indecifrabile. E basta poco, un ricordo (“Ti ricordi, padre.Ti ricordi che le nostre certezze si travestivano da schiaffo”) a mettere in trazione uno scontro, un dramma. Da una parte il qui, con il suo totalizzante potere di dominio su ogni scelta; dall’altra il dove, indifeso e valicabile confine sul buio, un’esplorazione dell’instabilità. Si trova argine forse nel ritorno a un “antico risveglio”. Intanto si susseguono,in un continuo ricambio di vicende, la feroce analisi di un processo di autodistruzione che però trova riparo nella scoperta dei “colori della vira”; una grave malattia che fa “indossare il timore del congedo”; la liberazione, “all’improvviso, da una grave malattia; il penoso trasferimento da un carcere all’altro di un recluso; gli splendori dell’incantata bellezza del paesaggio triestino dalla “scontrosa grazia”, la cui “somma dell’immagine” non può essere rivelata da “tutto un particolare”.

Da “foto per scattare, andare, e girare sopra storie che sembrano uno schiaffo, ma poi,a conoscerle meglio, si apprezzano col piacere della carezza”, Roveredo parte per intrecciare un insieme di apologhi ricco e spesso intrigante, mostrando   pure la tentazione di un che di aggiunto, quasi un rallentamento o un freno al corso dell’incombente sospetto del ricorrente “ riscatto” che aleggia sulla fine di un’avventura. L’infoltimento a ventaglio di eventi ha una sua funzione, quella di far brillare sempre un interesse, anche dalle zone ripetute o opache e di arricchire la pagina là dove viene esaurita le sorpresa. E allora lo stile contato, asciutto trova risorse per misurarsi con la complessità (pure esposta di alcune situazioni psicologiche). L’intensità del pensiero, condotta quasi a velare la limpidezza di un’immagine, provoca smarrimento, fa muovere la rappresentazione iconica, scenografica fino a farla scivolare nella nebulosa di una favola. Una ballata consente di riflettere sull’”imparare a vivere senza vivere”, e la rubrica di un giornale informa di una ragazza che, dall’osservatorio di una panchina nei giardini pubblici, può, schioccando le dita, “fare scorrere la città”. Come in Mandami a dire ( 2005), i testi nascono da un cortocircuito dell’esistenza, da un disguido, da uno “strappo”: incontriamo chi lascia fermentare gli stati d’animo nella “cantina della memoria” per trasformarli in ricordi, e chi, turista a Parigi, scopre il mondo intero in un metrò. Le tessere recondite dei giorni, verticalizzandosi sempre più lontane dalla piattaforma in cui si allineano con regolarità, sono i segnali guida di viaggi dei sentimenti e della ragione, dell’ansia delle attese e anche dei ritorni nei luoghi da dove le partenze non riescono a sollevare la tristezza. Risentito e abbandonato, in un frantume di vivaci spunti, Roveredo, soffocando nel sillabario di una confessione la risacca degli “inciampi trascorsi”, riesce spesso a “raccontare la storia di un’eternità”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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