Matrice ideologica dei rapporti tra Chiesa e nazifascismo

Matrice ideologica dei rapporti tra Chiesa e nazifascismo
di Angelo Giubileo
FilioquePrimo tempo

Immensa è già la pubblicistica che indaga i rapporti, compromissori, controversi, senz’altro ambigui, intercorsi tra la Chiesa di Roma ed il movimento in generale Nazifascista dalla fine della prima e quasi al termine della seconda guerra mondiale. Da qualche anno, grazie soprattutto all’apertura di nuovi archivi, si è ampliata la pletora d’informazioni e di notizie in qualche modo connesse a quei tragici eventi. Accanto ad una pubblicistica che potremmo definire di maniera, si è sviluppata anche una pubblicistica di tipo revisionista, che ha avuto notevole successo di pubblico grazie soprattutto all’opera di scrittori come in particolare Giampaolo Pansa, oltre naturalmente ad una pubblicistica che potremmo definire specialistica, in grado cioè di approfondire temi ed argomenti molto poco noti, non solo ai più.

La nostra storia inizia con un inedito di Romano Amerio (Lugano 1905-1997), filosofo e teologo cattolico fiero avversario delle tesi post-conciliari, pubblicato in estratto dall’Osservatore Romano il 18 marzo 2009 per gentile concessione di Enrico Maria Radaelli. Il titolo originale del saggio è La questione del Filioque. Ovvero la dislocazione della divina Monotriade. A proposito della vexata quaestio, brevemente l’enciclopedia libera Wikipedia riporta: “L’espressione latina filioque significa “e dal figlio” e deve la sua importanza al fatto di essere in uso nelle chiese di rito latino, in aggiunta al testo del Credo niceno-costantinopolitano, nella parte relativa allo Spirito Santo: qui ex patre (filioque) procedit, cioè “che procede dal Padre (e dal Figlio)”. Tale aggiunta fu condannata come eretica dal patriarca di Costantinopoli e fu una delle ragioni delGrande Scisma.

Nel breve estratto di Amerio, ad un certo punto si legge: “… lo sviluppo dogmatico della Chiesa nei primi secoli fu fortemente influenzato dalle ragioni politiche: a un certo momento tutta la cristianità era ariana (n.d.r.: il grassetto è mio), perché c’erano imperatori che sostenevano gli ariani; poi, quasi improvvisamente, la cristianità tornò al dogma trinitario corretto”.

Potrebbe essere allora il caso di meglio approfondire i fatti storici e quindi i tempi che legarono lo sviluppo del dogma trinitario alle cosiddette ragioni politiche, ma per brevità di argomentazione ci limiteremo ad individuare soltanto gli spazi logici delle due diverse interpretazioni. E quindi, nella versione originaria del dogma elaborata dei Padri cappadocci, di seguito rielaborata da Agostino d’Ippona ed infine assunta dal concilio Toletano III (589), dio-Padre dio-Figlio e dio-Spirito sono tre Persone di origine divina, indissolubilmente legate tra loro, mediante un rapporto di “generazione” tra Padre e Figlio e di “generazione per processione” tra Padre e Spirito secondo i Padri e di “generazione per processione”, secondo l’odierna versione agostiniana della Chiesa cattolica di Roma, sia tra il Padre e lo Spirito che tra il Figlio e lo Spirito.

Al contrario di quanto argomentato nella versione resa celebre da Ario, laddove il dogma veniva e viene configurato in termini logici assolutamente diversi, essendo il Figlio considerato una “creatura” del Padre e lo Spirito una “creatura” del Figlio.

Senza entrare nei termini dello smisurato dibattito – che ha caratterizzato la questione del Filioque lungo quasi due millenni di storia, oltre lo scisma della Chiesa d’Oriente, attraverso molte conseguenti eresie -, oltremodo significativo è per noi un ulteriore passo dell’estratto di riferimento, allorquando l’autore afferma: “I nazisti erano contro il Filioque, e il dinamismo moderno, che pone il valore soltanto nell’azione, nell’entusiasmo, nell’impeto, non vuole il Filioque. Quando parlo dell’azione ho in mente l’enorme fenomeno del dinamismo, del tecnicismo, che è caratteristico del mondo moderno. I comunisti non sostengono il Filioque perché ripudiano la ragione: il comunismo è un sistema che maneggia l’uomo senza aver riguardo alla natura dell’uomo: ora, la natura dell’uomo è qualche cosa che si legge con la ragione. L’azione, in questi sistemi totalitari – nazismo e bolscevismo – non ha alcuna legge al di fuori di quella dell’azione stessa: perché ripudia il Filioque. Essi dicono: l’azione, l’amore, sono un valore che precede tutto; non ‘procede’, ma soltanto ‘precede’”.

Ora, sappiamo bene che l’ascesa, la conquista e l’accrescimento del potere da parte dei regimi di Hitler e Mussolini si basarono molto sul consenso delle popolazioni, ispirandosi ad un sentire in gran parte comune orientato da idee allora particolarmente in voga. Ad esempio, com’è ben documentato nel recente saggio di Yvonne Sherratt dal titolo I filosofi di Hitler. E di certo ad Hitler non sfuggì la celeberrima opera di Goethe, anche se nel saggio viene brevemente riportato: “Come osservava uno degli amici intimi del Fuhrer, ‘preferisce lo Schiller drammatico e rivoluzionario al Goethe olimpico e contemplativo’”. Per l’appunto, di Goethe, di certo Hitler preferiva il Faust.

E proprio su questo punto specifico, ci sovviene ancora il testo di Amerio: “E poi c’è, definitivo (n.d.r.: il grassetto è mio), l’asserto dell’Evangelo di san Giovanni: In Principio erat Verbum. E, nel Faust di Goethe, c’è una scena in cui il dottor Faust sta leggendo la Bibbia e trova: ‘In principio era il Verbo’, e dice: ‘No, non può essere il Verbo! Ma: In Principio era l’Azione!’. Il dottor Faust di Goethe rifiuta il Filioque …”.

Secondo tempo

Sempre di recente, nel vasto mondo di internet, datato 19 dicembre 2013, è apparso un altro interessante scritto del professore Giuseppe Brescia, qualificato Preside emerito, dal titolo Leone Teucro, “interprete” di Croce. Appunti per la categoria dei “giusti della bibliofilia”. L’autore evidenzia quasi subito che la sua riflessione ha, per così dire, preso forma e vita a seguito dell’acquisto, su una bancarella in Torino, di una edizione del 1954 dell’Aesthetica in nuce di Croce e la conseguente scoperta che, all’interno del volumetto, fosse presente “un ritaglio ingiallito di giornale, ‘Il Tirreno’ di Livorno dell’11 aprile 1957, col titolo ‘Rimeditando Benedetto Croce’, a firma di Sabato Visco, che dedica una recensione al ‘Croce: ricordi e pensieri’ di Mario Vinciguerra (Vajro, Napoli 1957) …”.

Ora, quel che a noi qui interessa non è esattamente il pensiero di Leone Teucro, bensì i passi della recensione di Sabato Visco, che il Brescia riporta fedelmente, ed in particolare il giudizio conclusivo che egli dà dell’opera dell’illustre filosofo, politico e storico liberale.

E tuttavia, occorre prima spendere qualche parola sul Visco. Avvalendoci ancora una volta di Wikipedia. “Sabato Visco(Torchiara9 aprile 1888 – Roma1º maggio 1971) è stato un fisiologo e politico italiano; illustre nutrizionista, fu tuttavia uno dei sostenitori della politica razzista in Italia durante il regime fascista. Dopo la fine del fascismo, come molti altri italiani, passò all’antifascismo … Visco svolse un ruolo di primaria importanza nella politica razziale del regime fascista: fu primo firmatario del ‘Manifesto degli Scienziati razzisti (15 luglio 1938), Capo dell’Ufficio per gli Studi e la Propaganda sulla Razza del Minculpop (dal febbraio 1939 al maggio 1941) come successore di Guido Landra, membro del Consiglio Superiore della Demografia e della Razza, vicepresidente della Commissione ordinatrice e del Museo della Razzanell’ambito dell’E42, e fu anche candidato alla direzione della rivista La difesa della razza. In un intervento alla Camera, nella primavera del 1939, Visco dichiarò che l’università italiana perdeva i docenti ebrei ‘con la più serena indifferenza’, e che anzi ne guadagnava in ‘unità spirituale’. Col ritorno della democrazia, il 4 gennaio 1946 una commissione di epurazione, presieduta da Benedetto Croce e Vincenzo Rivera, lo dichiarò decaduto dall’Accademia dei Lincei (n.d.r.: il grassetto è mio) assieme ad altri accademici compromessi col fascismo e perfino assieme ad alcuni grandi scienziati di origine israelita, quali Tullio TerniMario Camis e Carlo Foà, i quali a partire dal 1938 erano stati perseguitati dai fascisti. Visco riottenne tuttavia senza difficoltà la cattedra di fisiologia, la presidenza della facoltà di Scienze all’università di Roma e la direzione dell’Istituto nazionale della nutrizione, grazie all’abilità nel trovare appoggi all’interno dei maggiori partiti politici italiani riciclandosi come antifascista”.

A giudizio dell’autore, il Visco mostra di conoscere bene l’evoluzione teoretica del pensiero di Croce e potremmo anche dire di muoversi con molto agio nelle pieghe del suo discorso filosofico. Scrivendo di Mario Vinciguerra, il Visco annota come sia “rimasto costantemente fedele nel corso non breve della sua attività intellettuale: dal 1925, allorchè, in ‘Un quarto di secolo’, segnò il divario logico e morale tra il pensiero crociano e il contemporaneo svolgimento culturale e politico della Nazione, al corrente anno, in cui, dedicando a Croce un libro specifico, sembra considerare le oscillazioni logiche del filosofo all’unisono con i turbamenti morali e sociali di una lunga crisi storica”. Una crisi, che il Visco aveva vissuto da assoluto protagonista e segnata da un divario logico e morale tra il pensiero crociano e il contemporaneo svolgimento culturale e politico della Nazione; divario, che tuttavia il Visco si affretterà a giudicare, di lì a poco nel testo, in un’ottica completamente aliena, astratta da ogni contesto. Forse anche nel tentativo, estremo, di combattere la damnatio memoriae e di fare salvo soprattutto se stesso.

In ogni caso, questo è il giudizio: “E così, egli sobriamente ( i.e.: Mario Vinciguerra ) espone come lo slancio ideativo, nel quale il Croce aveva equilibrato i quattro momenti distintamente operanti nel moto unitario dello spirito, si sia venuto accentuando,(.. .) ora (1908) sul momento estetico, decantatore intuitivo dei nessi teorici e dei moventi pratici dello spirito, ora (1909-1917) sul momento logico, lenitore nella luce della verità dell’oscuro tumulto pratico dello spirito, ed ora infine, come si legge in ‘Filosofia e storiografia’ del 1949, sul ‘primato che regge tutte le singole forme’: l’attività  contro la passività del contemplare, e che non si restringe al fare utile e morale, ma si estende ed abbraccia ( qui correggo il refuso dell’articolo a stampa: ‘non estende’) in tutte le sue forme il fare che è conoscenza (n.d.r.: il grassetto è mio). Sì che il “primato del fare”, evidenziato nell’ultimo Croce, più che “un’oscura forza trascendente le categorie e forse lo spirito”, giustifica la conclusione dello scrittore “che il principio dell’azione, che anima e sommuove tutto l’idealismo contemporaneo, sia sempre più palesemente emerso nelle articolazioni logiche del pensiero crociano senza stornarne o invertirne il primitivo e coesivo slancio spirituale”.

Laddove, annota il prof. Brescia: “l’unica menda sta nel discorrere, ancora, di ‘principio dell’azione’ (in senso prammatico o prammatista ) anziché di ‘attività’, sulle tracce del versetto di San Giovanni dialetticamente reinterpretato e tradotto nel “Faust” di Wolfgang Goethe (n.d.r.: il grassetto è mio) ”.

                                                                                                                      

 

 

redazioneIconfronti

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