Mazzarella: la cultura del Sud non buca lo schermo del mondo

Mazzarella: la cultura del Sud non buca lo schermo del mondo
di Vincenzo Pascale

Eugenio Mazzarella (foto), filosofo, studioso di Heidegger e della modernità.
Ha tenuto conferenze e seminari in numerose università straniere, accademico  Pontaniano,  ordinario di Filosofia Teoretica alla Federico II, stimato poeta.  Già preside della Facoltà di Lettere e Filosofia della Università Federico II di Napoli, la più grande del Mezzogiorno, Alma Mater di tre presidenti della Repubblica (De Nicola, Leone e Napolitano) e fucina di straordinari talenti sia nel campo umanistico (da Piovani a Battaglia a Lepore) che in quello medico scientifico.
Smessa parzialmente la toga di accademico il professore Eugenio Mazzarella dalla scorsa legislatura è parlamentare, eletto nella circoscrizione Napoli I nella lista del Pd.
Da anni animatore del dibattuto culturale e politico  a Napoli, ha spostato ora la sua “vocazione” politica ai banchi di Montecitorio, ove siede nella settima commissione (Cultura, Istruzione e Ricerca Scientifica) della Camera dei Deputati.
Queste sue impressioni le raccogliemmo a caldo durante una visita di Eugenio Mazzarella a New York, durante una sua missione che con visita a Ground Zero, dalla quale visita scaturì una poesia/riflessione pubblicata in calce  a questa intervista.
A fronte di una strordinaria tradizione culturale –  universitaria, centri di ricerca, conservatorio – Napoli stenta a far conoscere il suo patrimonio culturale all’estero. Ci può spiegare le cause di tale anomalia?
Questa anomalia è dovuta all’incapacità di fare sistema delle tante realtà universitarie, di ricerca e culturali della città – davvero di grandi e vive tradizioni – non solo sul territorio, ma anche sotto il profilo della loro capacità di proiettarsi e “comunicarsi” all’esterno, innanzi tutto all’estero. Non che manchino solide e strutturate relazioni, ma sono spesso iniziative non in rete tra loro e pertanto incapaci di fare massa critica nella comunicazione complessiva, di “bucare lo schermo” per così dire, contribuendo a bilanciare all’estero l’immagine della città, che davvero non è solo quella della disamministrazione e dei “rifiuti”, problemi che pure ci sono.
Lei è una personalità del mondo accademico napoletano ed ora politico, dunque addentro alle dinamiche culturali e sociali della città e per estensione della Regione. Ci può spiegare perché la Campania e Napoli vivono un periodo politico e sociale così travagliato. Quali strategie, anche economiche, dovrebbero essere adottate per tornare alla “normalità”?
Napoli e la Campania hanno vissuto in modo aggravato, I drammi contemporanei per la debolezza socio-economica del territorio meridionale, l’incapacità della politica di ammodernare la macchina burocratico-amministrativa e le istituzioni politiche a livello nazionale e locale, nel senso di un loro alleggerimento funzionale ad una migliore efficienza e a minori costi per il cittadino. Anche il federalismo, di cui si parla da decenni, se innestato su istituzioni “pesanti” e non riformate, anche nel senso di una migliore selezione della classe dirigente politica e amministrativa, rischia di essere un fallimento annunciato. C’è bisogno di una “bonifica” sostanziale del rapporto tra politica e territori, soprattutto al Sud, per sperare di poter rimettere in moto un paese “bloccato”, soprattutto al Sud. Detto questo riguadagnare al Sud una “normalità” in linea con le aree più avanzate del Paese è essenziale per l’Italia, non solo per il suo Mezzogiorno.
Lei siede nelle VII Commissione alla Camera (Cultura, Istruzione ed Università) e da ex preside della Facoltà di Lettere e Filosofia della Federico II ha il polso del sistema istruzione superiore del nostro Paese. Come mai stentiamo a farlo decollare (nessuna università italiana compare tra le prime 100 del mondo) e soprattutto quali difficotà il sistema universitario italiano deve affrontare nel suo complesso?
Il sistema universitario italiano, pur tra grandi difficoltà, è più produttivo di quanto si pensi. Un indice controintuitivo è proprio il cosiddetto esodo dei cervelli, che spesso hanno grande successo all’estero. Se avviene, è perché sono formati ancora in modo eccellente. La questione fondamentale è la scarsità di finanziamenti, pubblici e privati. Siamo tra i paesi dove è più basso il rapporto tra spesa per la ricerca e la formazione superiore e Pil, e senza un incisivo provvedimento fiscale perché capitali privati trovino convenienza a investire nel settore c’è poco da sperare che da questo lato al sistema di finanziamento statale in affanno si addizionino, come sarebbe giusto, risorse private. E c’è ovviamente la necessità di interventi legislativi strutturali per ammodernare il sistema universitario e di ricerca. Sotto questo profilo devo dichiarare la mia insoddisfazione per quanto finora si è fatto, dove è prevalente l’approccio ideologico delle misure prese e non l’incisività che sarebbe necessaria ad un rilancio complessivo di un comparto che è decisivo per il futuro del Paese.
Quali sono le priorità politiche e culturali per rafforzare il legame tra le comunitaà italiane all’estero e il nostro Paese?
Negli Usa ho toccato con mano potenzialità inesplorate e un’attenzione molto viva alle proprie radici da parte delle comunità italiane, non solo di recente immigrazione. Ci sarebbe però molto da migliorare nel modo in cui l’Italia promuove la sua cultura e la sua lingua, ripensando forme che ormai sono datate. Ho anche verificato il vivo interesse a rapporti stabili tra atenei newyorkesi e la realtà accademica napoletana, e spero che con il sostegno della Regione Campania, dove siede un assessore alla ricerca già rettore della Federico II, sia possibile consolidare istituzionalmente questo reciproco interesse.

redazioneIconfronti

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