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Me ne fregio!

Me ne fregio!

Alle contestazioni dei piemme palermitani, il senatore Dell’Utri ha recentemente risposto in un’intervista televisiva:”Ma io me ne frego”. Dall’alto del suo Pirellone, il presidente Formigoni tiene duro in un medesimo atteggiamento “menefreghista”, invece di chiarire le curiose circostanze che accompagnano le sue frequenti vacanze ai Caraibi e alle Antille. La lombarda consigliera Nicole Minetti l’improntitudine ce l’ha dipinta sulle labbra, tranne non si tratti piuttosto di ritocchi estetici. E solo appena un po’ più in là nel tempo, governo e parlamento italiani come hanno accolto il responso dei referendum abrogativi sul nucleare, privatizzazione dell’acqua e finanziamento pubblico ai partiti? Non pare anche a voi di udire l’eco di un forte e chiaro “ecchisenefrega” promanare dai vari decreti Tremonti o dalle vecchie leggi ribattezzate con nuovi, fantasiosi nomi: “rimborsi elettorali”? E basta scendere sotto casa perché il motto del “me ne frego” ci giunga da auto in sosta in doppia fila o da file agli sportelli dribblati con italica agilità. Insomma pare proprio che goda di forte attualità l’imperativo di mussoliniana memoria “Me ne frego!”. Ma forse le tracce di questo italianissimo motto vanno ricercate assai più indietro nel tempo; se oggi un ministro della Repubblica fa consigliere un Trota, in pieno Impero Caligola faceva senatore un cavallo. Ahinoi, l’eco del me ne frego sembra destinato a durare a lungo anche per il futuro perché, per troppi, qui da noi, questo vezzo non  rappresenta solo una debolezza nazionale. Anzi, dopo solo mezzo secolo siamo passati dal ventennio del “me ne frego” a un ventennio di “e me ne vanto”. L’eco risponde? No, fa sempre e solo la stessa domanda.

Roberto Lombardi

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