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Mediterraneo, quegli ‘invisibili’ chiusi al destino

Mediterraneo, quegli ‘invisibili’ chiusi al destino

Pubblichiamo una lettura critica firmata da Giuseppe Amoroso dello spettacolo Mediterraneo (testi di Andrea Manzi, regia di Pasquale De Cristofaro), che il 6 febbraio scorso ha aperto al Comunale di Mercato S. Severino (Sa) la rassegna Frontiere dedicata alla drammaturgia di Manzi (la rassegna terminerà con Black out il 26 marzo prossimo). Il critico Amoroso parte dall’analisi del testo e svolge una serie di considerazione sulla attualità coinvolgente dell’allestimento firmato da De Cristofaro (coreografie di Annarita Pasculli, musiche di Paolo Cimmino, video-animazione di Enzo Lauria)

Il critico letterario e saggista Giuseppe Amoroso

Il critico letterario e saggista Giuseppe Amoroso

di Giuseppe Amoroso

“Ci sono momenti in cui la barca mi entra nel cervello, lo attraversa e fuoriesce dall’altra parte lasciandomi un panno bianco per pensiero (…). È una barca-coltello, fotogramma rovente che oltrepassa la mia materia grigia, la incenerisce e la disperde”. Quando raggiunge l’io narrante, naufrago che ha visto l’orrore della morte in mare di molti migranti, e che diventa un film in cui si srotola una storia “dura come un osso”, l’imbarcazione vira “a singulti rapidi”, con a bordo il piccolo Mohamed dagli “occhi scugnizzi”. È simile a un poeta il fanciullo agonizzante che parla della morte e libera da un incubo l’io, restituendolo al tempo, mentre intorno il mare inghiotte i corpi dei naufraghi e li copre di tempeste che sono “funerali di lemmi”, tradotti dalle onde in “suoni e silenzi”.
Il filo rosso di questo monologo di un naufrago lega i vari quadri di Mediterraneo, il primo tempo di una trilogia andato in scena nello spettacolo di teatro danza che Mercato San Severino dedica – per la Rassegna teatrale Frontiere 2015 – alla drammaturgia di Andrea Manzi (autore di alcuni volumi di poesia fondamentali nel panorama letterario nazionale degli ultimi anni). Seguiranno Ring e Blackout. Si tratta di un agguerrito, spiazzante esempio di metateatro che governa tutte le acrobatiche flessioni di un linguaggio aperto, le movenze inattese dei passaggi, i rimbalzi di immagini proiettati in brividenti aloni di biancore, e li dissemina in una cangiante struttura lirico-narrativa, trafitta di suggestive schegge simboliche, di enigmatici lampi. E il silenzio cala, imperioso e folto di sussurri lontani, fra le partiture di segnali che sembrano venire dall’assenza, da quel vuoto che i poeti vogliono riempiere per rintracciare le radici della pena del vivere, come adagiate su un tessuto avvolgente di ipnosi. Il flusso delle azioni, visualizzato dai ballerini in un rispondente nastro di figure, ondoso o immobile al pari degli irati flutti del mare, fermi sull’incombente agguato e poi lanciati nell’abbraccio mortale, riesce a richiamare lontane e indefinite storie di una patria-terra desolata, popolata di fantasmi oscuri e ormai sconosciuta. Irrecuperabile per i migranti che solo possono riannodarla in una sorta di ultimo delirio, respiro strozzato in maschera d’orrore che l’ammaliante regia di Pasquale De Cristofaro traduce anche in cartoni animati, accesi da fotogrammi crudeli nella loro storica realtà spietata, testimonianza di un’Africa amara e perduta, incollata a un’imprigionante iconografia.
In filigrana, ma portate al rintocco, alla melodia e al rombo da una musica adeguata, piombata da percussioni alte e pause struggenti, dispotica e generosa nel dare il tempo esatto alla danza funerea e tribale, ribelle e piegata su se stessa, si dirama il senso teorico e lirico, di protesta e di pietà che Manzi vuole esprimere a volte quasi per magia (o per “archivio” o per “vertigine”), a volte attraverso una scrittura ad ampio raggio, spezzata dall’aculeo della metafora straniante, pure dal taglio di una tessera fonosimbolica più aperta (e, per contro, dal sigillo di un “rebus”) o dall’ariosa cantabilità di “poemi di strada”. Il pensiero va subito all’intera produzione lirica dell’Autore, alla teatralità indicata da Pasquale De Cristofaro, a quel “remoto, prezioso e intoccabile”, individuato da Elio Pecora, agli accadimenti “a grappolo” di cui ha parlato Ugo Piscopo, alla “necessità morale di spingere più avanti e più a fondo la ricerca”, riscontrata da Maurizio Cucchi. I nodi culturali, psicologici e sociali, incombenti da una condizione insolubile di disagio, personale e collettivo, divengono il motore di una cronaca amara che non chiama in causa solo il movimento scenico del discorso proposto dalla rappresentazione (risolto dall’ottima regia di De Cristofaro mediante il ricorso a un coinvolgente gioco di estrapolazioni, forse un po’ riduttivo, anche per esigenze tecniche, dell’ “alta quota” delle parole del testo scritto, che risulta in tal modo non compiutamente utilizzato e, pertanto, a tratti frammentato), ma che si innerva in un raffinato canone di affabulazione. Emerge un composito mixer di generi letterari nei quali la confessione drammatica si fa aria favolosa e romanzo, saggistica storica e teatro onnicomprensivo, nel quale autore, attori e spettatori sono simultaneamente i viaggiatori di un inferno, dentro un circuito di gestualità folgorate in emozioni e di attenzione di sguardi che, dalla sala, sembrano imprimere alle figure danzanti “percorsi (che) esistono d’incanto”.
In una scena spoglia di paesaggi, quasi metafisica, in cui lo spettatore resta in ansia del “prodigio di suoni” lasciati presagire dai suggerimenti del testo di Manzi, si visualizza quel dramma che il “logos” del Mediterraneo “ospita”. E allora, fuori dalle parole, tutto è espresso dai gesti di una danza convulsa e al rallenty, da corpi dipinti di dolore, stigmatizzati in espressioni sfigurate. Una sorta di straniamento vola su un armonico groviglio umano che d’improvviso s’apre in traiettorie velocissime, rapinose come le onde di quel mare feroce. Le dissolvenze, gli abbagliamenti, le ellissi, le spezzature repentine e i prolungamenti di echi, le modulazioni in chiave icastica, i rimandi colloquiali stampati sull’idillio e la catturante melodia dei versi delle liriche di Manzi si incrociano qui, in questa pièce, fra millimetrati dettagli e latitudini sconfinate, per narrare vicende di “invisibili”, chiusi “al destino”, dentro una vita (come in Ring) che “va viene e torna”, eternamente “sul dirupo”.

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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