Mesta parabola di un politicattore

Mesta parabola di un politicattore
di Andrea Manzi
Andrea Manzi
Andrea Manzi

La parabola politica di Vincenzo De Luca procede rapidamente verso il basso.
Vice ministro in pectore del governo Renzi, il suo nome è entrato ieri mattina dalla porta del Consiglio dei ministri e ne è uscito dalla finestra, per veti e interdizioni che hanno indotto il presidente del Consiglio a mollarlo. Virtuale nel governo Letta, il sindaco è addirittura evaporato nella compagine governativa guidata dal suo nuovo leader fiorentino. Probabilmente, sarà stata l’interdizione di Massimo D’Alema, che non ha tollerato la giravolta congressuale di De Luca, decisa dopo aver incassato l’incarico di vice ministro per il quale “baffino” si spese su devota richiesta proprio del sindaco.
Retroscenismo a parte, De Luca non è stato sostenuto da Renzi contrariamente alle attese. Un dato che non dovrebbe meravigliare per la forte ambizione del premier. Renzi, inquadrato in questi giorni da vicino, non metterebbe a rischio i suoi obiettivi per la difesa di un amico o di un sodale. Il gelido cinismo con cui ha liquidato Letta, dopo averlo rassicurato, segue ad atti e gesti di parruccona ipocrisia spagnolesca. Al di là dell’inaffidabile quadro psicologico del premier, c’è poi il pugnace ribellismo di De Luca a spiegare il resto: il presidente del Consiglio deve necessariamente rammendare una tela politica nella quale è entrato con lacerante e, forse, irreparabile strappo, laddove il sindaco di Salerno appare un elemento di minacciosa divisione.
L’eccentricità politica di Vincenzo De Luca da tempo, inoltre, non funziona più. Forse per questo motivo, i suoi adepti hanno sperato ieri mattina nel “miracolo” renziano. Essi sanno che il sindaco non catalizza come prima attenzioni locali e nazionali sulle sue rappresentazioni di efficienza. Fino a pochi mesi fa, riusciva a recitare su un doppio palcoscenico: a Salerno, colpendo ancora nel segno, ma mascherando a malapena le difficoltà della città e la desolazione delle opere incompiute. Lontano dalla Campania, invece, è stato ancora a lungo apprezzato nella messinscena di una competitività salernitana declinata come eccellenza meridionale, nonostante alcune evidenti crepe nella comunicazione: datato il suo gigantismo urbanistico mentre il mondo processa le archistar, incredibile l’ottimismo con cui nega la crisi di democrazia che assilla la città, intollerabile la sicumera con la quale occulta i limiti della classe dirigente cresciuta intorno a sé come nel recinto di un disciplinato pascolo. La sua amata Salerno gli ha fatto così conoscere le contestazioni, le critiche di inefficienza, le noie giudiziarie per vicende politico-familiari non immuni da risvolti che, se confermati, potrebbero mostrare lati imbarazzanti. L’alterazione della verità come pratica politica quotidiana non gli è però più riuscita per nulla da quando si è intestardito nella capricciosa resistenza sulle due poltrone di Palazzo di Città e del ministero delle Infrastrutture. La sua credibilità di supereroe, in quei lunghi giorni, è finita sotto un mucchio di macerie. E appare in frantumi, da allora, la vita di quest’uomo dalle smodate ambizioni, che ha creduto di poter deviare pericolosamente i corsi dei fiumi e quelli delle istituzioni, per il calcolato obiettivo di un futuro personale fatto di nuove scalate.
Attraendo su di sé ogni attenzione, il sindaco è riuscito a far dimenticare a lungo finanche la voragine finanziaria del Comune che minaccia i cittadini. Ma ora, “scacciato” da Roma (dopo esserlo stato da Napoli), appare mestamente in balìa del suo personaggio. Una sorta di “commedia nera” alla Durrenmatt, la sua, dalla quale comincia a fuoriuscire il grottesco. Il gioco politico di Vincenzo De Luca centrato sui suoi destini personali appare insomma finito.
Sarebbe il caso che la comunità non stesse più in platea ad assistere allo spettacolo di questo abile politicattore e riprovasse il gusto della partecipazione democratica. La tradizione riformista di Salerno richiede la fuoriuscita dei cittadini dal lungo letargo. Ma per riemergere occorre un distacco critico dai simboli arcaici di una politica post-ideologica gattopardesca, nella quale è riparato troppo a lungo il mito artefatto dell’adottato sindaco lucano.

redazioneIconfronti

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