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Mesto finale di partita con ennesimo autogol degli ex Pci

Mesto finale di partita con ennesimo autogol degli ex Pci

Da AltriSud, il blog di Massimiliano Amato, proponiamo questa acuta analisi dell’attuale momento politico, nel quale sembra compiersi il mesto percorso della sinistra italiana post-comunista, incapace da sempre di affrontare e risolvere la questione liberale al proprio interno.

di Massimiliano Amato
www.ilmessaggero.it

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Duole constatarlo, ma tra le convulsioni di Bersani e i disperati tentativi del Quirinale di evitare che il Paese scivoli verso una deriva istituzionale senza precedenti, si sta consumando, con più di venti anni di ritardo sui tempi della Storia europea, un dramma epocale. Quello legato alla fine ingloriosa di un gruppo dirigente che, per limiti culturali congeniti e gap psicologici profondi e troppo poco investigati, non è mai riuscito a trasformarsi in classe di governo. Parlo degli ex Pci, che dopo essere scampati al crollo della Prima Repubblica grazie ad una lunga serie di equivoci e anomalie democratiche (la più grossa delle quali è stata la permanenza sulla scena politica di Berlusconi, insospettata fonte di legittimazione indiretta), non hanno potuto evitare di finire schiacciati sotto le  macerie della Seconda. A rendere più triste questo crepuscolo, che per contagio rischia pericolosamente di estendersi al concetto stesso di sinistra, almeno per come l’abbiamo conosciuto e praticato nella seconda metà del Novecento e nel primo decennio del nuovo secolo, concorrono vari fattori, alcuni contingenti, altri strutturali. Tra i primi, l’ostinato arroccamento di Bersani su posizioni insostenibili e l’interessato silenzio degli altri dirigenti, coinvolti pur essi nel crollo “generazionale” (in realtà si ha netta l’impressione che non abbiano niente da dire). Tra i secondi, l’assoluta mancanza di alternative credibili nel medesimo campo.

HARAKIRI. Chissà, forse nel tentativo di renderla memorabile, Bersani sta trasformando la propria (a questo punto ineluttabile) uscita di scena in una mina per l’abbrivo di questa legislatura. Con uno sforzo di immaginazione “bellica”, si può ipotizzare che stia avvelenando i pozzi man mano che procede nella ritirata. La verità è che una quarantina di giorni fa ha clamorosamente perso le elezioni: usare l’espediente della “non vittoria”significa solo continuare ad alimentare un’illusione estremamente pericolosa, per la sinistra e per la tenuta stessa del sistema. In democrazia o si vince o si perde. E’ vero: in linea puramente teorica (e non è questo il caso), esiste anche il “pari”. Sta di fatto, però, che ogni altra possibilità “intermedia” può finire col rappresentare un’avventuristica e innaturale torsione della logica e delle regole, formali e sostanziali. Non c’è persona di buon senso, di destra, di sinistra o di centro, che non convenga sulla necessità di questa considerazione. Contro il dramma della sua generazione, quasi a volerne rallentare il decorso, Bersani scaglia dunque questo cocciuto ripudio della realtà, elemento non del tutto inedito nella storia recente della sinistra post o ex comunista.

LA SOLITUDINE DEL LEADER. Non sfugge, in un quadro in cui s’intrecciano a meraviglia vecchi abiti mentali mai definitivamente dismessi e nuove derive generate dal caos italiano, la solitudine del leader. Senza tacere i vizi già evidenziati, bisogna riconoscere che nell’ostinazione con cui egli cerca di ribaltare l’infelice esito elettorale c’è qualcosa di grandiosamente eroico: uno sforzo titanico, portato se necessario anche alle conseguenze estreme, per evitare che con la sua parabola arrivi precocemente a liquidazione anche quella del Partito democratico. Sennonché, a parte il fedele Letta, sembra di capire che questo terribile finale di partita il segretario se lo stia giocando praticamente da solo. Né D’Alema, né Veltroni, né Fassino, giusto per fare i nomi degli ultimi segretari di Pds-Ds-Pd, che presto o tardi saranno chiamati a compartecipare “in solido” al crollo che si sta delineando, sembrano molto interessati ai destini del mancato premier e della “ditta”. E’, questa indifferenza impastata nel peggior cinismo, un elemento “ciclico” che, dalla Bolognina in poi, si è più volte appalesato nelle guerre intestine per il controllo del partito, anche se adesso appare come un’inutile misura di cautela, adottata peraltro fuori tempo massimo.  Perché il declino è nelle cose, ed è destinato a non risparmiare nessuno.

L’EREDITA’. Il terzo fattore di accentuazione della crisi fa temere seriamente che, d’ora in poi, possa addirittura non esserci più una sinistra in Italia, e che conseguentemente lo spazio lasciato vuoto venga riempito o da leadership populiste, alla Grillo per intenderci, o (e sarebbe, tutto sommato, la migliore delle ipotesi) da figure provenienti da tradizioni lontane, o comunque diverse, da quella del movimento operaio. E’ chiaro che il pensiero corre a Matteo Renzi, il quale si è già alzato dalla panchina per avviare il riscaldamento a bordo campo. E’ da escludere che a traghettare nel futuro prossimo la storia, la tradizione, le speranze, le idealità e i valori che hanno contribuito a formare la “dote” della sinistra italiana in un arco lunghissimo di tempo, che in pratica va dall’ultimo ventennio del XIX secolo al primo decennio del XXI, possano essere i cosiddetti “giovani turchi”. Non è certo sedendosi nel mitico scranno 26 dell’emiciclo di Montecitorio che si acquisisce il diritto a passare per legittimi eredi di Togliatti. Nella loro asfittica dimensione di grande occasione mancata, i “giovani turchi” appaiono, purtroppo, come uno dei prodotti, certo non dei peggiori, dell’incompiuta transizione della sinistra italiana post 1989, incastonata nella transizione più ampia che, permanendo irrisolta, tiene prigioniero il Paese.  Sono stati assemblati lontano dalle sezioni (che non ci sono più), nei tanti pseudo pensatoi e laboratori del dalemismo “finto riflessivo” che, a partire dalla fine degli anni Novanta e fino a tutt’oggi, hanno rappresentato strutture parallele ai vari partiti (Pds-Ds-Pd) succedanei del Pci, con l’unico scopo di mantenere a galla un generale senza esercito. Bersani ha offerto loro uno spicchio di  ribalta sperando così di “coprirsi” a sinistra, ma con tutto il rispetto Orfini, Fassina, Orlando e gli altri non sanno di niente. Anzi, sanno di vecchio. Il perché è abbastanza semplice da spiegare. A questa generazione di dirigenti è stato precluso un passaggio identitario fondamentale: l’adesione piena, incondizionata, al socialismo europeo, sempre accuratamente evitata dai leader che li hanno allevati. I coetanei francesi, tedeschi, spagnoli, portoghesi, inglesi, non hanno alcuna difficoltà  a definirsi socialisti, socialdemocratici, laburisti; i “giovani turchi” oscillano tra ingiustificate (per ovvie ragioni anagrafiche) nostalgie e la ricerca di nuovi, indefiniti, approdi. Renzi a parte, la cui leadership piaccia o meno è ormai fortemente strutturata anche sul piano della cultura politica, più credibili di loro appaiono perfino gli altri quarantenni mai transitati per le scuole quadri: da Civati a Scalfarotto, alla Puppato.

LA FINE ERA NOTA. E’ in questo snodo delicatissimo della propria Storia che la sinistra italiana rischia seriamente di smarrirsi per chissà quanti anni. I limiti culturali del gruppo dirigente ormai al tramonto definitivo sono riassumibili nelle contorsioni ideologiche del tardo berlinguerismo, un processo rimasto sospeso tra l’anacronistica fede nella riformabilità del comunismo e il millenarismo morale, pauperistico e antimoderno, del grande leader rimasto nel cuore di milioni di militanti. Quelli psicologici ruotano intorno al complesso di legittimazione che, dalla cadua del Muro in poi, ha spinto i leader della sinistra italiana sempre più a destra, fino all’abbraccio mortale (soprattutto con D’Alema) con il neoliberismo, ora nuovamente (e fortunatamente) rinnegato e combattuto. Per dirla con il titolo di una celebre canzone di Renato Zero, potevano essere “i migliori anni della nostra vita”. E’ stato veramente un peccato, di più: un delitto, averli sprecati così.

 

 

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Commenti (2)

  • giuseppe

    Abbattiamoli come gli ecomostri sulla nostra costa salernitana ! Almeno ci raccogliamo ortiche per far fluire nuovo sangue nelle nostre vene !

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  • Michael

    Rivolto al piĂą grande ermeneuta, se ce n’è uno, del politichese, specialmente quello che fiorisce sulle labbra del sig. Bersani: urge individuare coerenza logica e semantica all’interno del seguente periodo pronunciato dal nostro: “La forma di responsabilitĂ  comune io la svolgo in un certo modo, (cioè?) perchĂ© un governo in cui ci sono io e Gasparri non è ciò di cui l’Italia ha bisogno”. Stai a vedere che ci troviamo al cospetto di un novello Luigi XIV – L’Ă©tat, c’est moi – e nessuno lo sa. Pare che l’anno scorso, Nicolas Sarkozy, forte dell’appoggio della sua CarlĂ , nel ricandidarsi alla presidenza abbia avuto il coraggio di aggiornare l’espressione di Re Luigi, esclamando: “La Francia sono io”. Suvvia, sig. Bersani, la pronunci anche lei la frase fatidica: L’Italia sono IO”, e così la facciamo finita.

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