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Metrostorie underground

Metrostorie underground
di Luigi Zampoli

48802_new_york_le_personeMi siedo sempre allo stesso posto, come se mi fosse riservato dalle involontarie scelte e abitudini degli altri. Roma, Metro, Linea B, direzione Jonio, una sera come tante di un autunno dai colori grigio-rossicci.
L’imbrunire porta lo sciame umano dai luoghi di lavoro alle case, i nostri alveari urbani densi di persone, rumori e fumi di cucina; la metro in direzione casa è un sospiro lungo otto, dieci ore. Poi arriva, sai che arriverà, perché arriva sempre.
Si schiudono le porte automatiche, i reduci dell’ultimo viaggio escono veloci ed arrivano i nuovi passeggerei, io tra loro.
Le porte si chiudono, mi accomodo sulle poltroncine di plastica vissuta e sono già a casa… il piacere di prendere posto non è tanto per la stanchezza accumulata, è il magnifico punto di osservazione sul campionario umano che ti si presenta davanti agli occhi.
Un vagone della metro è come un piccolo zoo antropologico, basta solo osservare, ci trovi di tutto. Il travet statale dall’occhio spento dalla routine, il manager assillato dalla fretta che volentieri si metterebbe alla guida della metro per spingerla a trecento all’ora fino a destinazione, adolescenti sghignazzanti, studenti stranieri in via d’italianizzazione e, immancabili, i turisti con zainetti, cartine e macchina fotografica.
Io sono un instancabile osservatore della specie e salire sulla metro è un po’ come andarsene in giro sopra un tappeto volante e guardare la gente, il più grande spettacolo della nostra vita.
La varietà infinita di tipologie dell’essere umano potrebbe essere tradotta nei granellini di sabbia, tutti diversi tra loro, che compongono il deserto del Sahara; ogni vagone di ogni metropolitana del mondo è un flacone in cui è contenuto un campione di tutto questo, microrganismi dalle sembianze umane che si agitano senza sosta.
Le donne sedute in metro hanno qualcosa di peculiare, non tutte, certo, ma molte riescono ad indossare uno sguardo totalmente assente fino al momento di giungere alla fermata, quando, scendendo, riprendono vita e slancio; è una pausa che prendono dalla vita frenetica che tante di loro oggi conducono, aggrappate agli appigli, a volte si guardano intorno sospettose e diffidenti, altre volte, in particolare quando trovano un posto a sedere, sembrano immerse in uno stato catatonico.
metro-b1In effetti, il suono della metro ha un tono paradossalmente languido e delicato che concilia la nobile attività del sovrappensiero, anche quando il vagone è stracolmo di gente sudata, incazzata e sfinita.
Se non fosse per quell’aria melmosa, sudicia che si respira nel ventre venoso dell’underground metropolitano, non riuscirei a scorgere la differenza tra questo meraviglioso serpentone di ferro e acciaio, reso variopinto dai graffiti, e un concerto di musica dodecafonica, atonale con un pubblico numeroso e stipato.
Ritorniamo al principio; Roma, vagone metro, linea B, direzione Jonio. Saremo una ventina, anche di più, è stata una giornataccia per tutti, è la conclusione cui giungo dopo attenta osservazione delle espressioni pietrificate dei volti dei presenti.
Silenzio umano e un fruscio meccanico regolare, eppure la comunicazione ferve e s’intreccia tra ognuno di noi. Sguardi obliqui e muti si susseguono rapidi tra i pendolari ed accompagnano possibili interpretazioni reciproche della giornata calante e di quel che ancora ci riserva.
Il silenzio non è mutismo, il silenzio è comunicazione, a maggior ragione lo è in ambienti ristretti, densi di umanità sconosciuta; nel silenzio meccanico della metro si sviluppano momenti di autentica conoscenza dei nostri simili più tutta quella fervente attività d’immaginazione che parte dall’attenta visione dei volti dei passeggeri
Io, seduto, continuo ad osservare, come gli altri osservano me e proprio quando comincio a delineare uno straccio di quadro psicologico, i miei “pazienti” arrivano a destinazione ed scendono; non sanno di essersi persi la possibilità di sapere chi sono veramente, se solo avessero atteso qualche fermata in più per congedarsi dalla mia attenzione.
Sempre divertente è la scena dell’entrata nella metro dei nuovi viaggiatori, c’è la signora anziana che guarda attentamente dove mette i piedi prima di fare l’ultimo passo liberatorio che le darà quantomeno un’apparente sensazione di stabilità, prima di aggrapparsi con tutta la forza ad un appiglio qualsiasi per potersi sentire al sicuro, nella, spesso vana, speranza che qualcuno le ceda il posto. Poi ci sono i giovani che irrompono con un salto deciso e si fanno largo come la loro età impone, facce risolute gran fretta di arrivare, i turisti li noti subito, con quell’espressione perplessa di chi si chiede se avrà preso la linea giusta per una certa direzione e quella fermata, e così via; dimmi come sali in metro e ti dirò chi sei.
stazione jonio-3 La metro è democratica, sì, certo, i più fortunati riescono a sedersi, agli altri tocca aggrapparsi, per il resto, siamo tutti uguali, la mente non riposa, piuttosto ricorda, immagina, prevede. Fluiscono molti sospiri, si ode qualche mugugno e riconosci in tutti la speranza che la prossima fermata sia sempre quella buona; perché la metro, di certo, la vita non te la cambia, ma almeno la rasserena. I treni giusti dell’esistenza passano una volta sola, la metro no, non ti promette la felicità, ma passa ogni cinque minuti. Vuoi mettere?
Arrivo al capolinea, la mia destinazione è sempre il capolinea, fermata Jonio, scendo e mi tocca resettare tutto, le cose da fare riprendono il loro spazio nella mente, i volti incrociati nella metro hanno storie immaginate che il mio presente affida all’oblio.
Tornerà la metro a raccogliermi, è un orologio che rifà sempre lo stesso giro, scorre sottosuolo come sangue nelle vene, un vaso di Pandora traboccante d’umanità.
Sono già lì che l’aspetto.

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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