Mettiamo in pratica gli insegnamenti di Gesù

Mettiamo in pratica gli insegnamenti di Gesù
di Michele Santangelo

Dopo il lungo periodo della quaresima, del tempo pasquale e delle domeniche nelle quali in un modo diretto o indiretto si è continuato nella liturgia a meditare e farsi animare dalla considerazione del più importante mistero della fede cristiana, quello della passione, morte e risurrezione di Gesù Cristo, con questa domenica è ritornato il tempo cosiddetto ordinario, nel quale comunque dobbiamo sentirci impegnati a mettere in pratica il suggerimento di S. Paolo il quale tracciava per i suoi fedeli di Filippi un programma di vita che oltre ad essere particolarmente rivolto ai cristiani, potrebbe essere lodevolmente seguito da ogni uomo che voglia rendere la propria esistenza il più possibile rispondente al disegno di Dio per l’umanità che è un disegno di salvezza a cominciare dalla vita quotidiana. S. Paolo, infatti, così scriveva: “In conclusione, fratelli, tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri”. Ed è questo il tempo ordinario della Chiesa, quello cioè di mettere in pratica tutti gli insegnamenti di Gesù e di meditare la sua parola. Certo, a leggere i brani della Sacra Scrittura di oggi, almeno secondo il nostro modo di vedere le cose e in un’ottica puramente umana, c’è molto poco di ordinario. Infatti sia il primo brano tratto dal primo libro dei Re, sia il terzo tratto dal vangelo di Luca ci raccontano di due miracoli e non di poco conto; si tratta, infatti, della risurrezione di due fanciulli, l’uno avvenuto per intercessione del profeta Elia, l’altro operato da Gesù stesso, ma tutti e due con un elemento in comune ed è lo strazio di due mamme colpite dalla più tremenda delle disgrazie, quella della morte del proprio figlio e, in questo caso, per di più ancora fanciulli. No, nessuno, proprio nessuno riesce ad accettare tranquillamente che un bambino, agli albori della vita debba vedersi stroncata l’esistenza, magari quando comincia ad assaporarne la bellezza. Lo constatiamo tutti i giorni, specialmente di questi tempi, i tanti morti per disgrazie, per omicidi, per malattie, per disastri naturali ecc., se sono adulti o anziani e vecchi, impressionano, rattristano, ma alla fine ci si convince che la morte è una dimensione dell’esistenza, ma i bambini, i fanciulli procurano una tristezza indicibile. In un contesto di questo tipo, il profeta Elia viene riconosciuto “uomo di Dio e la vera parola del Signore è sulla tua bocca” gli dice la vedova di Zarepta. Ma lo dice dopo che il profeta gli ha “consegnato” vivo il figlioletto che aveva cessato di respirare. Allo stesso modo, alle porte di Naim, è il racconto di Luca, la gente riconosce: ”un grande profeta è sorto tra noi e Dio ha visitato il suo popolo”. Ma il riconoscimento avviene dopo che Cristo ha restituito ad una povera vedova il “figlio unico ” che veniva accompagnato al sepolcro. Sono questi gli uomini di Dio che la Bibbia accredita presso il popolo. È questo il Gesù dei Vangeli, un Gesù vicino agli uomini, un Gesù che ha pietà delle vedove, degli orfani, dei senza tetto, è vicino a chi soffre nel corpo e nello spirito e Lui è pronto a sanare nel corpo e nello spirito. Forse oggi più che in altri momenti della storia abbiamo bisogno di pensare a un Dio che salva l’umanità chinandosi su lei e ridandole speranza. E noi cristiani? Certo, i miracoli non li possiamo fare, ma la condivisione del dolore, delle lacrime è nelle nostre possibilità; anche commuoverci, non è debolezza e può aiutare più delle parole.

redazioneIconfronti

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