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Mettiamo mano al mondo, nella vita e nel teatro

Mettiamo mano al mondo, nella vita e nel teatro
di Pasquale De Cristofaro
L'attore e regista Pasquale De Cristofaro

L’attore e regista Pasquale De Cristofaro

Mentre continuano i bombardamenti sulla Siria, dove sono tanti i civili che ci lasciano la pelle, noi siamo distratti dagli ultimi tuffi di una pigra e altalenante estate. Oppure, siamo impegnati in estenuanti maratone televisive sulle Olimpiadi di Rio che, a saldo di qualche delusione cocente, stanno regalando agli sportivi italiani nuove soddisfazioni. Bene, dunque. Niente affatto. I morti e le bombe sono lontane, i problemi economici volentieri li rimandiamo di qualche settimana, così come il “Renzi si, Renzi no”, può benissimo aspettare l’autunno. In realtà, non siamo felici del tutto. Una latente insoddisfazione ci tormenta. Semplicemente, non abbiamo la coscienza pulita. Quelle bombe e quei morti ci chiamano alle nostre responsabilità. In queste ore calde neppure la poesia che è “ignoto turbine di suono”, ci soccorre. Quella poesia “visionaria e veggente” che ci trascina nel gorgo più profondo della nostra “anima buia”, e che urla tutta la nostra angoscia, la nostra solitudine di fronte alle ingiustizie di un mondo sordo e malato, ci lascia soli, “trafitti da un raggio di sole”. Eppure, un altro approccio è possibile. Infatti, se ci lasciamo prendere e suggestionare dalla post-modernità ci troveremo nella stessa posizione afasica in cui dovette trovarsi Brecht quando si trovò ad affrontare la cosiddetta “immedesimazione”, pilastro fondamentale dell’estetica dominante in teatro a partire dalla “Poetica” di Aristotele fino ad arrivare a tutto il teatro borghese di fine ottocento inizio novecento. Dunque, questo il suo lineare ragionamento : “(…) Se non si va a teatro per farsi riempire d’illusioni, per adagiarsi nell’atteggiamento consueto di sognante, passiva rassegnazione al destino, allora, il godimento artistico sarà possibile procurarlo muovendo da una base diversa, (…) sostituire al timore del fato la sete di sapere, alla compassione lo slancio di solidarietà.” Insomma, attraverso “lo straniamento” che presuppone uno stile epico lo spettatore non vedrà “ più, sulle scene, personaggi immutabili, non influenzabili, in totale balia del proprio destino” perché “il teatro non tenterà più di ubriacarlo colmandolo di illusioni, di fargli dimenticare il mondo, di conciliarlo col proprio destino ma, d’ora innanzi, gli porrà davanti il mondo perché egli gli metta mano.” Allora, se le cose stanno così, signori miei, chi aspettiamo a mettere mano ad un mondo che così com’è non ci piace per niente?

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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