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Gramsci, il grande incompreso del XX secolo

Gramsci, il grande incompreso del XX secolo
di Silvia Siniscalchi

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Sabato 1 febbraio, a Salerno, la “maratona gramsciana” coordinata da Alfonso Amendola e Pasquale de Cristofaro, su provocazione della pièce teatrale di Ugo Piscopo “Gramsci, chi?” edita da Plectica, ha prodotto risultati sorprendenti. Si è infatti dovuto ricredere del tutto chi, come i più, conosceva di Antonio Gramsci solo quanto la storiografia ufficiale italiana ne ha raccontato dal dopoguerra in poi. E ha dovuto apprendere che i veri nemici di Gramsci non erano solo fuori, ma soprattutto dentro al suo stesso partito. Gramsci è stato infatti ucciso due volte. Nel carcere ha trascorso gli ultimi undici anni della sua vita, nell’abbrutimento materiale più estremo (come mostra il film “Antonio Gramsci. I giorni del carcere” di Lino Del Fra e Cecilia Mangini, premiato al Festival di Locarno del 1977) e nell’abbandono a cui fu lasciato dai suoi stessi amici e compagni di partito (preoccupati di non rendersi sgraditi all’URSS, con cui Gramsci era entrato in conflitto), ma anche dalla prolungata, mistificatoria interpretazione dei suoi scritti, opera di una dittatura culturale pluri-trentennale di matrice togliattiana. Con un’abile e mirata operazione di “chirurgia estetica e selettiva”, Togliatti e i suoi, dopo avere abbandonato Gramsci da vivo, lo usarono da morto a proprio uso e consumo, privando i suoi scritti della profonda, articolata ricchezza intellettuale e morale che li contraddistingueva. Da qui lo stravolgimento profondo, strumentale e mutilante della definizione di “egemonia culturale” con cui Gramsci indicava una società contraddistinta da una cultura a tutto tondo, in cui la libertà creativa doveva essere disciplinata dallo studio, producendo una società capace di rendere intercambiabili i ruoli dei dominati e dei dominanti, a seconda  delle circostanze. Gramsci era dunque un pensatore libero, privo delle rigidità di una visione meccanicistica e dogmatica del materialismo dialettico marxista. Ma la mutilazione e uccisione intellettuale di Gramsci ha prodotto poi anche il suo progressivo abbandono, con il sopravanzare di altre scuole di pensiero (come la Fenomenologia di Husserl e il neo-marxismo della Scuola di Francoforte di Horkheimer e Adorno).
Dal quadro delineato da tutti gli intervenuti all’incontro (V. D’Acunto, E. D’Agostino, A. Granese, E. Scelza, A. Conte, A. Manzi, F. Tozza, L. Reina, U. Piscopo e i giovani V. Del Gudio, R. Di Florio e M. Francolini), sotto differenti punti di vista, è così emersa la vuotezza stereotipata della storiografia gramsciana di tradizione, che appare oggi non solo mistificatoria, perché ispirata all’interpretazione togliattiana dei “Quaderni” e viziata da un pregiudizio ideologico integrale, ma anche priva di valore scientifico. Non è infatti un caso se gli studi odierni su Gramsci (a proposito dei quali è di recente uscita una “guida pratica” di M. Filippini, integralmente scaricabarile da Google Libri), maturati non solo in Italia ma soprattutto in ambiente anglosassone, non citino in alcun modo tale produzione. Un Gramsci, dunque, tutto da scoprire – come ha evidenziato U. Piscopo a chiusura della prima parte della lunga “maratona” – un uomo dalla ricchezza intellettuale formidabile, con mille sfaccettature, aperto verso il mondo eppure saldamente ancorato nella propria isola. Un uomo che ha voluto incontrare il mondo attraverso il suo progetto culturale e che però è stato lasciato solo, in compagnia del proprio pensiero. Un uomo che è partito dallo studio di Gentile, Croce, Marx, del pessimismo dell’intelligenza e dell’ottimismo della volontà di Rolland, dei teorici del materialismo storico e del leninismo e però, anche rispetto a questa formula che sembrava decisiva per il cambiamento della storia, ha compreso che non poteva essere la chiave con cui aprire tutte le porte, perché la chiave andava (e va) costruita volta per volta. Il socialismo era per lui un continuo divenire con uno sviluppo infinito.
È questo il discorso della “egemonia culturale” di Gramsci, un discorso in cui ci siamo tutti. “Gramsci è in ognuno di noi”, ha continuato Piscopo, “come avviene nell’incontro di stasera tra persone che hanno messo in luce aspetti diversi di lui, che rimane un personaggio ancora da scoprire, come indica appunto il titolo Gramsci, chi?“.
Gramsci è con noi perché la realtà contraddittoria del nostro tempo ripropone questioni enormi da affrontare, che possono essere esaminate solo con una intellettualità aperta, coraggiosa, che sfida se stessa e gli altri, capace anche di rimanere sola. Gramsci era infatti solo, ma non isolato, era un uomo nel mondo, che ha lottato per il suo miglioramento, dando tutto di sé, gettando, come diceva Pasolini, “il proprio corpo nella lotta”.

IConfronti per le Cronache del Salernitano

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Ricercatore Università degli Studi di Salerno

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