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Michelina Di Cesare guerrigliera per amore

Michelina Di Cesare guerrigliera per amore
di Pietro Golia

La presenza delle donne nella storia del brigantaggio postunitario fu indubbiamente massiccia. Si trattò di guerrigliere, capibanda, strateghe, combattenti al pari dei maschi. Un libro edito dalla casa editrice napoletana Controcorrente racconta le gesta eroiche tra Campania, Lazio, Abruzzo e Molise della brigantessa Michelina Di Cesare.
Una guerra civile durata dieci anni. Un esercito di occupazione di almeno centoventimila uomini calato dal Piemonte, che si avvaleva di altri centomila tra collaborazionisti, guardie nazionali, cacciatori di taglie, “squadriglieri”, spie, infiltrati, avventurieri e mercenari stranieri. Una borghesia compradora che, come sempre, si schiera con le forze che combattono la comunità nazionale di cui fa parte. Uno scontro di civiltà derubricato a questione di controllo del territorio e di tenuta dell’ordine pubblico. La menzogna del moderatismo unitarista, imposta come verità indiscutibile, secondo cui i nemici sono solo ladri e assassini, grassatori, estorsori e sequestratori. La guerra civile che insanguinò le terre del Sud soltanto dopo centocinquant’anni inizia a emergere in tutta la sua enorme portata, rompendo il muro di silenzi e menzogne che ha nascosto a un intero popolo la sua storia. Che ha inquinato vicende, mistificato le storie di uomini liberi e donne coraggiose, che difendevano la loro comunità, le tradizioni, la religione e anche gli usi e i costumi che gli occupanti volevano distruggere.
È la storia anche delle donne, del ruolo delle donne, delle brigantesse, in un conflitto lungo e spietato. Di cui si ignorano ancora le reali dimensioni e in cui vengono capovolti i significati stessi delle parole. I briganti, i patrioti che difendevano i loro luoghi e i loro paesi erano definiti “occupanti”. L’esercito piemontese, invasore, veniva descritto come una forza di liberazione.
Le trasformazioni violente imposte dalle ideologie della disgregazione e dell’omologazione puntano sempre a scardinare le culture, a incidere sulle esistenze e sui modelli di vita, a impoverire le comunità. I processi unificanti o piuttosto di centralizzazione, che si ispirano ai modelli liberali, neogiacobini, laicisti, presentano sempre gli stessi connotati. Anche oggi, con la globalizzazione, si distruggono le economie, i sistemi produttivi, si usurpano le ricchezze dei popoli, si tenta di secolarizzare ulteriormente le religioni e banalizzare le concezioni del mondo. E così un Regno, che era stato grande, dove le donne già lavoravano a migliaia nelle fabbriche manifatturiere (ad esempio, nel Matese, a San Leucio, ad Arpino e Isola Liri), viene ritenuto arretrato, oscurantista, ostile all’impegno femminile nella società. Le brigantesse nascevano anche da questo ruolo comunitario partecipativo della donna, che nella società patriarcale era centrale, custode dei valori tradizionali della cultura contadina e permeato dallo spirito di sacrificio.
Le donne, come gli uomini, si ribellavano all’arroganza e alla violenza dell’esercito di occupazione e dei suoi collaborazionisti. La funzione delle donne nella guerra civile italiana degli anni successivi al 1860 si è voluta limitare a quella di semplici compagne e amanti dei guerriglieri. E non poteva essere così.
Il dispotismo liberale e borghese, intriso di maschilismo, impose questa lettura deviante di un fenomeno che smentiva la vulgata dominante sul ruolo delle donne nel Sud.
Anche il solidarismo comunitario del popolo meridionale fu travolto nello scontro tra borghesia unitarista e popolo. Una borghesia, quella risorgimentalista, che mostrerà il suo vero volto nella descrizione che ne farà Salvemini e che sarà il pilastro del trasformismo italiano. Una rovina per il popolo meridionale, che costringerà milioni di uomini e donne a emigrare, creando un grande vuoto di intelligenze e volontà, che contribuirà a segnare negativamente il destino di tutto il Mezzogiorno.
La storia di Michelina Di Cesare, la guerrigliera definita brigantessa, si inserisce a pieno titolo nella storia dell’opposizione popolare alla colonizzazione. Le rievocazioni di quei tempi, spesso, anzi quasi sempre, ignorano le tragedie di quelle vicende umane. Persino il significato di amori, di legami, di ruoli, anche militari. Sono rievocazioni al maschile, tiepide, che risentono della cultura borghese unitarista imbevuta di moralismo ipocrita, curiosità pruriginosa e pavida autocensura. Manca la dimensione epica, proprio perché manca l’ethos, che fa comprendere l’essenza profonda della vicende narrate.
Tocca a Eugenio Bennato, di cui riproduciamo il testo della ballata Il sorriso di Michela, evocare le emozioni e il significato della guerriglia di popolo della quale Michelina Di Cesare fu protagonista. Quello di Bennato è un inno (che si aggiunge a Brigante se more, Ninco Nanco, Canzone per Iuzzella, Vulesse addeventare) alla spontaneità di una ribellione contro il cinismo trionfante, la cattiveria, l’assenza di scrupoli e il disprezzo per gli altri, che la storiografia ufficiale si rifiuta di rilevare. Proprio questa mentalità cinica e discriminante ha imposto una lettura mistificatrice del brigantaggio, che a volte affiora anche in autori insospettabili. Il guerrigliero per l’indipendenza del Sud, il patriota, l’insorgente diventa un criminale, dedito solo al furto e all’arricchimento. Fu una lettura da cui perfino un liberale come Benedetto Croce prese le distanze. Croce invitava a non confondere la figura del guerrigliero-brigante che metteva in discussione il sistema di potere straniero, corrotto, per lui inaccettabile, con quella del delinquente che rubava per sé.
Il Mezzogiorno coltivava l’idea di Antico Regime nella quale le costituzioni venivano viste come strumento della dittatura dei ricchi possidenti e il re figurava da difensore delle plebi. Il conflitto sociale tra i proprietari, gli speculatori, gli accaparratori e i contadini, i pastori e i popolani non può essere disgiunto da quello politico.
La ribellione del Sud fu un darsi al bosco, istintivo, quasi ereditario; al bosco sacro luogo della religiosità naturale, della tradizione; alla montagna come simbolo di libertà. Non a caso i pastori rappresentavano le truppe scelte di questa ribellione, loro che avevano per tetto un cielo di stelle. Il brigante è un uomo portatore di passione, rifiuta di piegarsi a una realtà che gli viene imposta e che sente estranea. La sua è una partecipazione emotiva, in armonia con l’essere del mondo. Non appartiene alla ragion conveniente. Sa amare, sa combattere. Si imbatterà, nel decennio di guerra civile 1860-1870, in torture, repressioni efferate ed inimmaginabili, brutalmente estese a familiari e amici. Alcuni di loro saranno fatti a pezzi, bruciati e dati in pasto alle bestie. Come si fa a non comprendere la spietatezza di questi modelli di sadismo e ferocia repressiva? A presentare come legge e ordine quello che era frutto di violenza e usurpazione?
Eric Hobsbawm, a differenza sinanche di tanto nostalgismo storico, riesce a comprendere e a ben delineare la figura del brigante: Primo: il brigante non comincia la sua carriera di fuorilegge con un delitto, ma come vittima di un’ingiustizia o perseguitato per un’azione che l’autorità, ma non la sua gente, giudica criminosa. Secondo: raddrizza i torti. Terzo: prende dal ricco per dare al povero. Quarto: non uccide, se non per autodifesa o per giusta vendetta. Quinto: se sopravvive ritorna tra i suoi come un cittadino onorato. Sesto: è ammirato, aiutato e appoggiato dai suoi. Settimo: egli muore invariabilmente ed esclusivamente per un tradimento, perché nessun membro che si rispetti della comunità sarebbe disposto a collaborare con le autorità contro di lui. Ottavo: il brigante è – almeno in teoria – invisibile e invulnerabile. Nono: non è un nemico del re o dell’imperatore, fonti di giustizia, ma soltanto dei signorotti locali e di altri oppressori.
Quanti si tengono lontani da uomini e luoghi dell’epicentro della guerra civile italiana che va sotto il nome di Risorgimento non coglieranno mai appieno il significato, i sentimenti, le mentalità di quel tempo, di quello scontro. Non riusciranno mai a cogliere la partecipazione emotiva che animava quanti si rifiutavano di adattarsi al sistema di potere e ai tempi imposti dall’invasore. Sembrerà strano, ma è una storia che si ripete. C’è un evidente collegamento tra il 1789, il 1799, l’occupazione napoleonica e la rivoluzione unitarista.
Occorre, per comprendere il senso di questi eventi, uno sguardo profondo, capace di cogliere le linee e le direttrici dinamiche di una trama complessa, ma in ogni suo aspetto significativa. In questi tempi di ideologie disgreganti, omologanti e centralizzatrici, che vogliono ridurre l’uomo a una muta e spaesata comparsa della commedia umana, sempre più precaria, è necessario ripercorrere luoghi, evocare personaggi, rivivere vicende e gesta che esprimono culture e sentimenti di opposizione e di insorgenza, secondo un pensiero autenticamente ribelle, per un destino di dignità, consapevolezza e libertà.

 

Il sorriso di Michela 

Tu che stai lì prigioniera
di una guerra senza gloria
di una guerra che hai perduto
perché a scrivere la storia
sono sempre i vincitori
e Michela non sarà tra i loro eroi

Tu che stai lì prigioniera
nella tua fotografia
che il nemico ti ha scattato
per la sua vigliaccheria
lui confuso nei trofei
non si accorge di chi sei, di chi sei

Tu sei il sorriso di Michela
e così ti metti in posa
e il vestito che tu indossi
non è un abito da sposa
e il fucile che tu porti
è un fucile vero e non è una rosa

E così che va la guerra
così che va il racconto
e da che sud è sud così va il mondo

Tu che stai lì prigioniera
perché sei donna del sud
così bella così fiera
nella consapevolezza
che più forte del brigante
non può esserci che la sua brigantessa
Tu che stai lì prigioniera
a sfidare il tuo nemico
col tuo sguardo di pantera
tu con il sorriso antico
di chi non si è arresa mai
tu per sempre vincerai, vincerai

Tu sei il sorriso di Michela
tu sei la fotografia
che ci parla di una donna
che ha il sorriso di una dea
che se vive che se muore
non tradisce mai il suo amore e la sua idea

E così che va la guerra
così che va il racconto
e da che sud è sud così va il mondo

E così che va il confine
tra inferno e paradiso
tra un colpo di fucile ed un sorriso

(Accussì va la guerra, accussì va la gloria
da che Sud è Sud, accussì va la storia
ma la storia ‘e Michela è na storia diversa
pecché nun s’arrende, pecché è brigantessa
Accussì va la guerra, accussì va la gloria
da che Sud è Sud, accussì va la storia
ma la storia ‘e Michela è storia differente
pecché è brigantessa, pecché nun s’arrende)

Tu sei il sorriso di Michela
tu che non ti sei mai arresa
sei il sorriso che combatte
la retorica infinita
di chi ha invaso la tua terra
per rubare il tuo sorriso e la tua vita
Eugenio Bennato

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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