Mer. Giu 26th, 2019

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Miracolo di carità nel centro storico di Napoli

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Parla Modestino Caso dell'Associazione Riario Sforza / di Rosaria Fortuna
di Rosaria Fortuna

A Napoli, in via Tribunali 216, in una strada unica al mondo, che prova la grande disponibilità di Napoli, da sempre, nei confronti degli ultimi ha sede L’Associazione Sisto Riario Sforza, ospedale gratuito per i poveri. In questa strada, infatti, si trovano il Pio Monte della Misericordia, la Fondazione Banco di Napoli ed il Lazzaretto. Nella chiesa di San Tommaso a Capuana, chiesa non sconsacrata, ha sede l’Associazione, un luogo dove la povertà diventa una mappa che percorre in lungo e in largo l’Italia e che racconta una realtà fragile, ma anche la voglia e il desiderio di aiutare gli altri con l’amore e la solidarietà. Il povero è solo una persona che ad un certo punto della sua storia va a finire a gambe all’aria, una condizione ben più che umana ma che in un mondo in cui bisogna dimostrare di essere forti e vincenti viene rigettata in toto ed emarginata.
Modestino Caso è il presidente dell’Associazione. Per tutti quelli che entrano in questa chiesa è “il professore”.
Professore, quando inizia questa esperienza sociale?
Inizia cinquant’anni fa nella chiesa dei Santi Apostoli. Allora non esisteva la cassa mutua e c’era un’emergenza sanitaria. Sentivamo la necessità di aiutare il prossimo e con altre persone, tra cui padre Luigi Stradella, fondammo  l’Associazione.
Cosa fece scattare la molla?
Chi ha vissuto la povertà può capirla. Sono figlio d’operai, questo mi ha spinto ad aiutare gli altri. Il povero è visto come una brutta malattia. E questo gli fa incassare tanti “no” da parte della società.
Oggi ci sono diversi livelli di povertà.
C’è una differenza tra il povero, che potremmo definire consapevole, e il povero “vergognoso”, parlo di coloro che hanno paura e non vogliono essere additati come poveri. Quello consapevole si affida, l’altro, il vergognoso, difficilmente si fa aiutare. Purtroppo è ancora una vergogna, la povertà, soprattutto oggi. C’è pure una percentuale altissima, il 60% delle persone, che si spaccia per povera. Facciamo delle indagini, mando i volontari a controllare. Talvolta anche chi non ha bisogno ci prova.
Siete e vi comportate da istituzione.
Le emergenze sono tante. Ad esempio, abbiamo avuto un paziente che aveva un tumore al cervello di un chilo e mezzo. Siamo riusciti a farlo operare, l’operazione è durata diciannove ore. Adesso sta bene. È tornato a svolgere la sua vita normale.Con noi collaborano non solo medici napoletani.
Come “indagate” per accertare la vera povertà? 
Chi vuole usufruire dei nostri servizi deve esibire il modello ISEI, modello che non deve essere superiore ai seimila euro annui. Se arriva il padre di famiglia, con tre figli e mille e trecento euro di stipendio, gli prestiamo comunque assistenza. È una situazione al limite già.
Quando siete arrivati nella chiesa di San Tommaso in Capuana?
Nella chiesa siamo arrivati nel 2012. La chiesa era chiusa da trent’anni. C’erano migliaia di colombi vivi e morti, pulci e ratti. L’organizzazione,  padre Luigi ed io, abbiamo messo dei soldi e abbiamo ripulito insieme ai volontari. Ci ha aiutato anche un’ impresa a titolo gratuito, impresa che ha ultimato i lavori di muratura, visto che c’era anche questo problema.
Quanti medici collaborano con voi?
Trenta specialisti che operano o presso la nostra struttura o nei luoghi dove prestano servizio abitualmente. Poi ci sono un ragazzo e una ragazza del servizio civile e alcuni volontari. Tra l’altro, visto che è impossibile fare visite specialistiche senza l’utilizzo di un ecografo, abbiamo lanciato una campagna di crowdfundig e abbiamo scritto anche al Papa, che ci ha donato una cifra ragguardevole, ma restano ancora da raccogliere 20 mila euro. Si tratta di un ecografo poliedrico con cinque sonde. La ditta a cui ci siamo rivolti ci ha fatto uno sconto enorme.
Come reperite i farmaci?
Grazie ai medici e agli informatori che ci supportano previa ricetta medica. Al 90% siamo autonomi. Quando servono carrozzelle, sedie a rotelle, letti ospedalieri riusciamo a consegnarli.
Distribuite anche abiti e cibo?
Le esigenze sono tante e noi cerchiamo di raccogliere tutte le istanze. Del resto collaborano con noi la Caritas, il Pio Monte della Misericordia, la Comunità di Sant’Egidio, la Croce Rossa, la Fondazione Leone, Pianoterra, la Tenda, la Banca del Farmaco. Organizziamo anche dei pranzi per bambini, anziani in occasione delle festività, come Natale, ma anche in periodi differenti. Il pranzo in comune è sempre un modo per condividere le esperienze di vita differenti.
Collaborano con voi anche avvocati che prestano gratuitamente il loro servizio?
Ci avvaliamo della collaborazione di due avvocati civilisti e di un penalista.
Organizzate anche eventi culturali?
La cultura è fondamentale, soprattutto in condizioni di disagio. Ogni volta che organizziamo un evento abbiamo piacere che ci sia uno spettacolo a fare da intrattenimento, così da coinvolgere tutte le fasce d’età. Bisogna curare anche lo spirito, non solo il corpo.
L’Associazione prende il nome dal Sisto Riario Sforza: ci spieghi perché.
Sisto Riario Sforza meritò l’appellativo di Borromeo redivivo,  così lo rappresentò Giuseppe Mancinelli. Era un paladino autentico della carità cristiana, dovette fronteggiare quattro epidemie di colera e tre eruzioni del Vesuvio. Si mise a servizio degli ultimi. Quello che facciamo anche noi tutti i giorni.

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