Miseria e poca nobiltà del partito pigliatutto

Miseria e poca nobiltà del partito pigliatutto
di Giuseppe Foscari *
Il professor Giuseppe Foscari
Il professor Giuseppe Foscari

Quando il giurista e politologo tedesco Otto Kirchheimer teorizzò, a metà degli anni Sessanta del Novecento, la presenza nello scenario politico del catch-all party, ossia del partito pigliatutto, non immaginava che quella sua formulazione avrebbe avuto un successo notevole e, soprattutto, non poteva pensare che a distanza di cinquant’anni si sarebbe rivelata, pur con qualche variante peggiorativa, ancora terribilmente attuale.

Egli riteneva che quella organizzazione di nuovo conio avesse del tutto soppiantato il partito di massa, classista e/o confessionale, e rappresentasse la nuova frontiera della politica, volta a prendere voti in tutte le direzioni. I canoni di quel partito gli apparivano ben chiari: 1) ridimensionamento del ruolo dell’ideologia 2) rafforzamento dei gruppi dirigenti di vertice, e, quindi, del comando 3) elettorato interclassista 4) apertura ai gruppi di interesse e di potere. Il tutto finalizzato, di fatto, ad un ampliamento della propria sfera di controllo sulla società.

Pochi intuirono che dietro quella riflessione ci fosse il palese riconoscimento di un mutamento genetico dei partiti, persino di un qualche tradimento della propria natura originaria, e che tutto avrebbe portato ad un progressivo svilimento del loro ruolo nella società civile e democratica, trasformandoli in agenzie di marketing elettorale, in linea con l’idea, malsana, che l’apparire è meglio che essere.

Sicché, per questa via, l’idea di partito si è ammantata di estremo pragmatismo, abbracciando il populismo e richiedendo una cospicua dose di leaderismo, alla quale affidare il compito richiesto dalla globalizzazione, ossia, la velocità della decisione politica, erodendo, tuttavia, in modo costante gli spazi e i luoghi di democrazia.

L’elemento implicito di questo processo è impadronirsi del potere ovunque possibile, finalizzarlo alla strategia di allargamento del consenso, con pratiche clientelari, amplificando l’autorità e il suo più intrinseco messaggio di potere incontrastato.

In questa progressiva deriva anche il nepotismo ha giocato e gioca un ruolo davvero significativo. Nelle corti monarchiche europee dell’età moderna e in quelle ancora rimaste in piedi la prosecuzione della dinastia era e resta un elemento vitale, che trova riscontro nella felice e chiara espressione: The King is dead, long live the King, il re è morto, lunga vita al nuovo re, all’erede. La dinastia assicurava e assicura prestigio, continuità storica.

Ma occorreva e occorre l’erede, meglio due, in caso di sciagurata morte del primo. Ecco, nel partito pigliatutto dei giorni nostri, l’elemento personal-dinastico è l’altro fattore della continuità storica del potere dell’avo. Un posto al proprio figlio non si nega mai, figurarsi se deve iniziare la scalata al vertice del partito. Ancora meglio se sono due, come le famose pizze ordinate da Totò a Peppeniello in Miseria e nobiltà.

Miserie della politica, proprio vero, infatti, quel che manca è la nobiltà, ovvero la rispettabilità del partito che non asseconda i voleri del capo nel creare spazi agli eredi della dinastia. Ma – ahimè – chi potrebbe traghettare il partito moderno sulla sponda della rispettabilità? Vedo solo somari in giro, non aquile.

 

* Professore di storia dell’Europa presso il Dipartimento di Scienze Politiche, Sociali e della Comunicazione dell’Università degli Studi di Salerno

Andrea Manzi

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