Miseria nera e rabbia in Campania, assalto ai centri Caritas

Miseria nera e rabbia in Campania, assalto ai centri Caritas
di Gianmaria Roberti
julienews.it
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Una sequela di record negativi, ma annunciati. Il gradino più basso nella classifica nazionale del reddito pro capite (poco più di 12.500 euro), appena rilevato dall’Istat. E poi il Vietnam dell’occupazione, con una serie di maglie nere: 39,4% i disoccupati, 44,4% i giovani senza lavoro, 38,8% i ragazzi che non lavorano, non studiano o non si formano. Un’emorragia di posti senza sosta, dall’inizio della crisi. Una massa di sfiduciati, che ha gettato la spugna, e un impiego nemmeno lo cerca più. La Campania è come un iceberg pronto a staccarsi dal resto della Penisola. Un divorzio inesorabile, sotto gli occhi rassegnati di cittadini e classi dirigenti. Come se povertà e irrilevanza fossero il capitolo finale di un copione già scritto. E la regione fosse immersa nel girone infernale dei vinti, senza possibilità di redenzione. “I dati negativi sono diversi, e segnano un ulteriore aggravamento” ripete Antonio Mattone, portavoce della Comunità di Sant’Egidio a Napoli, tra i gruppi che hanno realizzato l’ultimo Dossier regionale sulla Povertà. Un diario dalla tempesta della crisi, in cui si moltiplicano le storie di marginalità, accalcate nei centri di ascolto Caritas. E avanza la percezione di un distacco dalla realtà degli amministratori pubblici, incapaci di decifrare un società capovolta. Dove chi bussa in cerca di aiuto non è più extracomunitario, ma italiano, meridionale, campano. “Ci sono più italiani che stranieri nei centri Caritas. È la prima volta” sottolinea Mattone.

Il precipizio su cui la Campania è seduta non è più una notizia. Ma come ci si è arrivati?

Ci si è arrivati perché manca una politica di sviluppo, da una parte, e perché dall’altra c’è stata una serie di carrozzoni andati avanti in modo artificiale. E poi c’è la crisi del tessuto economico, delle industrie che vantano crediti con lo Stato, che non paga più, mentre le banche a loro volta non concedono più prestiti. Non a caso l’unico dato positivo è quello delle aziende che vivono di export.

Negli anni scorsi era già emerso come nei centri Caritas fosse in corso una mutazione antropologica, con gli utenti provenienti dal vecchio ceto medio, non più solo dalle tradizionali sacche di disagio sociale. Il quadro appare più netto?

Sì. Ormai è chiaro come il disagio sociale abbia travolto tante persone un tempo collocate nella fascia del ceto medio, tuttora in possesso di una dimora. Eppure in grandi difficoltà a tirare avanti. Ho appena parlato col direttore del centro Caritas di Pozzuoli, mi ha descritto la marea di gente che chiede aiuto, un vero assalto. In breve la situazione sarà preoccupante.

Come pensare di arrestare questo trend?

Speriamo che il nuovo governo risollevi le sorti dell’economia. Ma nessuno ha la bacchetta magica. Però qualcosa si può fare sicuramente.

Cosa?

Intervenire sulla questione dei crediti delle aziende, utilizzare bene i fondi europei. Evitare gli sprechi nelle poche risorse disponibili, scongiurando il solito assalto alla diligenza. Le risorse vanno utilizzate in modo efficace, non si possono più tollerare gestioni allegre.

Specularmente allo scivolamento nella povertà di ampie fasce di popolazione, c’è la destrutturazione dello Stato sociale, preda di tagli a due cifre. Come trovare un riequilibrio?

La prima cosa è spendere bene le risorse che ci sono. Cito uno dei nostri cavalli di battaglia: se le persone non si curano prima, poi vanno in ospedale e le devi curare comunque, con un aggravio di costi. Dobbiamo fare un discorso di prevenzione sugli anziani. Anche perché sappiamo che, di questo passo, nel 2050 la Campania sarà la regione più vecchia.

redazioneIconfronti

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