Miti e puri come i bimbi

Miti e puri come i bimbi
di Michele Santangelo

JesusÈ sulla via di Gerusalemme che incontriamo i punti forti dell’annuncio di Gesù circa l’epilogo della sua venuta nella storia degli uomini per trasformarne il destino, per assegnare alla loro esistenza uno scopo che va oltre la storia, che trascende la loro stessa vita e che trasforma tutti i regni terreni possibili in un unico regno, il regno di Dio. Ma la via che indica Gesù per questo non è un via che si percorre sui cocchi di oro, né è un percorso trionfale, è la via della croce: “per crucem ad lucem”, sintetizzavano gli asceti il particolare percorso al quale sono chiamati coloro che si mettono alla sequela di Cristo. Percorso che, diciamocelo con franchezza, attiene a tutti i percorsi umani che si propongono il raggiungimento di un fine nobile, durevole ed onorevole. È da qualche domenica che nella liturgia ci viene proposta la lettura del vangelo di Marco, nel quale gli studiosi della Sacra Scrittura hanno individuato nel cammino di Gesù verso la croce tre annunci della passione. Quello inserito nel brano di questa domenica XXV del tempo ordinario è il secondo – il primo lo abbiamo incontrato nel brano di domenica scorsa, a cui era legato un primo insegnamento, una prima lezione – così, come a quello di oggi è legata una seconda lezione, un secondo insegnamento che poggia, quasi obbedendo ad un vero e proprio progetto didattico, su due elementi l’uno costituito dalla parola, l’altro da un’azione, secondo lo stile orientale che troviamo confermato anche oggi nei criteri per un insegnamento chiaro ed efficace, capace di far presa sugli ascoltatori, impegnando la facoltà di ascoltare, l’uno e l’altro di vedere. Tutte e due le modalità, nel vangelo, tendono ad un unico scopo, quello di colpire l’orgoglio e la superbia. Erano, Gesù e i suoi discepoli, sulla via di Cafarnao e Gesù avrà intuito il tenore dei discorsi di questi, per cui andava insegnando loro: “ Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà”. Sull’argomento, che risultava duro alle loro orecchie, essi non avevano neppure il coraggio di chiedere spiegazioni, temendo, forse,  di ricevere conferma di quanto, magari vagamente, già sospettavano e che non era assolutamente in linea con i loro pensieri. Essi ormai pensavano piuttosto ad una onorevole e vantaggiosa posizione da conquistare a fianco del Maestro. Infatti poco più avanti Marco racconta che Giacomo e Giovanni, in un momento di maggiore riservatezza gli chiedono, anche in modo abbastanza sfrontato: “di sedere nella sua gloria, uno alla destra e l’altro ala sinistra”, nella posizione di maggiore prestigio. La prima doccia fredda se la buscano all’arrivo in casa, a Cafarnao, quando Gesù chiede loro di cosa stessero discutendo per strada e senza attendere risposta, giunge lapidaria la sentenza di Gesù: “Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti”. E come se questo non bastasse, ecco il gesto per rendere più chiaro ed incisivo il discorso: “E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: “Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato”. Già, il modello da imitare, rispettare, quasi venerare e che è secondo il cuore di Gesù, è un bambino. Un ribaltamento totale del modo di pensare orientale, secondo il quale un bambino è segno di debolezza, di marginalità, imperfezione che niente di veramente valido può insegnare agli adulti. Ed invece Gesù si identifica con lui e vorrebbe che anche i suoi discepoli scoprissero la vera grandezza dell’umiltà. L’immagine di un bambino si associa subito con l’idea di fiducia, di speranza, di mitezza, di apertura e queste sono qualità che sono richieste anche ai cristiani. Ci avviciniamo all’apertura del giubileo della misericordia proclamato da papa Francesco, ricordiamoci che chi è mite è anche misericordioso. È nel segno della mitezza che lo stesso Gesù si pone come esempio da seguire: “Imparate da me che sono mite ed umile di cuore” e promette: “Beati i miti perché possiederanno la terra”, non gli arroganti, i superbi, i prepotenti. È la sapienza che ci viene indicata anche da S. Giacomo nella seconda lettura: “La sapienza che viene dall’alto anzitutto è pura, poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, imparziale e sincera”.

redazioneIconfronti

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