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Monteverdi-Stravinskij secondo De Simone: matrimonio a rischio

Monteverdi-Stravinskij secondo De Simone: matrimonio a rischio
di Francesco Tozza
Luci e ombre dello spettacolo firmato da Roberto De Simone

Luci e ombre dello spettacolo firmato da Roberto De Simone

È doveroso – ma è anche motivo di piacere – registrare nella programmazione operistica di un teatro di provincia, inondato in modo pressoché esclusivo (e a ripetizione….) dai più noti titoli del melodramma ottocentesco (e questo sin dall’anno della sua riapertura, o comunque da quando lo si è voluto restituire, nel 1997, al genere di spettacolo per il quale indubbiamente era sorto), l’apparizione di quello che è ritenuto il padre dell’opera italiana, Monteverdi, messo accanto ad uno dei geni del Novecento musicale, Stravinskij: il tutto, per giunta, in una sola serata, e nell’adattamento (una vera e propria riscrittura, scenica e per molti versi anche musicale) firmato già un decennio fa per l’Opera di Roma, quindi nell’estate 2012 a Caracalla, da Roberto De Simone, ora ripreso dal Maestro per il Verdi di Salerno, in una versione più dimessa, senza le scene e i costumi dello spettacolo originario. Come ha risposto il pubblico? Forse meglio del previsto, perché non si è verificato il temuto ‘forno’, pur essendo evidenti alcuni vuoti in sala e nei palchi (almeno la sera della prima), anche per la latitanza di non pochi abbonati. Del resto si raccoglie, come si dice, ciò che si semina: i cartelloni dovrebbero essere più coraggiosi nelle proposte, senza cadere nel vicolo cieco o circolo vizioso di un modesto consenso (che tale rimane, nella consuetudine di un’offerta immobile, di fronte ad ogni pur piccola novità); la formazione (oserei dire non solo per le nuove generazioni, ormai aliene dal genere) dovrebbe stare a cuore quanto, se non più, della stessa distribuzione, pena una non lontana chiusura dei teatri (proprio di quelli lirici in particolare, ma non solo!) per mancanza dell’ovvio, necessario ricambio dei fruitori! Il tutto accompagnato ad una più attenta e generosa politica dei prezzi, non una tantum o con l’invito del ‘porta a porta’ magari all’ultimo momento (come si faceva nella Salerno di un secolo fa, dove le stagioni liriche non si svolgevano, o venivano annullate, se l’impresario non riusciva a coprire di adesioni il “cartello” degli abbonati), ma con incentivi predeterminati, ben fatti conoscere in anticipo e continuamente pubblicizzati sui manifesti (e sui più moderni mezzi di comunicazione, ovviamente!). Altrimenti ogni lamento è inutile, ingenuo o sospettabile di più riposte intenzioni.

La premessa era d’obbligo, per dare – come si dice – onore al merito di una scelta (peraltro – diciamola tutta! – ormai per molti versi imposta dalla nuova normativa riguardante i “teatri di tradizione”: efficace potenza, per una volta, del diritto!), ma anche per smorzare polemiche sul nascere (o già nate) circa la pretesa inutilità delle svolte e il mantenimento dello status quo, magari suffragato dalla tradizione, peraltro non sempre effettivamente conosciuta e comunque a sproposito invocata. Per dirne una – qui, mi si perdoni, è lo storico dei teatri salernitani che parla – se Stravinskij, almeno per quanto riguarda i suoi lavori teatrali, non è mai comparso sulle scene salernitane, Monteverdi – proprio con il Combattimento di Tancredi e Clorinda – fece la sua apparizione (è il caso di dire!) proprio al Verdi, nella stagione 1953-’54 (versione di Virgilio Mortari), accanto alla Serva padrona di Pergolesi; a non dire delle belle serate, dedicate a “Monteverdi e il suo tempo” nel corso della IX edizione del Festival di Musica Antica (30 dic.1992/11 gennaio 1993; Salone degli Stemmi, Palazzo Arcivescovile; direttore artistico Carmine Mottola), che permisero di ascoltare quelle musiche sublimi nell’esecuzione dei maggiori esperti del settore (Massimo Lonardi, Giuseppe Zambon, Ottavio Dantone, Rinaldo Alessanrini, ecc.), forse allora non ancora sufficientemente noti anche sul piano nazionale (Alessandrini approderà alla Scala solo nel febbraio prossimo, per dirigere L’incoronazione di Poppea, regista Bob Wilson!), ma qui da noi già applauditi da un pubblico entusiasta, perché formatosi (appunto!) nel corso degli anni a quel tipo di musica. Altri tempi! O, più semplicemente, una più tenace volontà di realizzare le cose, per il bene della collettività e senza cedimenti alla logica del consenso a tutti i costi!

Vengo finalmente allo spettacolo in sé: il matrimonio fra Monteverdi e Stravinskij, forse dettato da ragioni, per così dire, di tempo teatrale (troppo breve, ciascuno dei due lavori, per reggere da solo una serata!), più che da affinità effettive fra i due autori e le loro opere, si presentava in partenza difficile, poco credibile, sicuramente a rischio! Ma tutto sembra potersi fare in nome della tanto invocata – ma ormai abusata – contaminazione che ormai, da cifra stilistica volta ad innovare ed arricchire il linguaggio teatrale, si è trasformata troppo spesso in strumento giustificativo di qualsivoglia arbitrio, peraltro assai di rado autenticamente creativo. Della contaminazione De Simone è stato, da decenni, uno dei primi e illustri fautori, rappresentante postumo tuttavia anche lui, se solo si pensa a quanto in proposito ha fatto già due secoli fa proprio il teatro napoletano (era possibile, per esempio, vedere nei primi decenni dell’Ottocento, sulle scene ‘minori, della capitale, ma anche – per riaccennare alla storia dei teatri salernitani – al nostro San Gioacchino, poi San Matteo, in una stessa serata, La Gazza ladra di Rossini, seguita da un’aria soltanto della Semiramide dello stesso autore, quindi da una farsa con la maschera di Pulcinella!). La contaminazione, certo, è poi diventata, piuttosto che sovrapposizione o contemporanea proposta di generi e stili, scambio reciproco ed osmosi fra gli stessi, spesso ad alto tasso di creatività (Gatta Cenerentola, capolavoro indiscutibile!), ma col passare del tempo sempre più sulla soglia di un inutile arbitrio, peraltro mortificante la pur sempre necessaria conoscenza degli originali, importante soprattutto per le nuove generazioni, ma non solo.

Per farla breve, avremmo preferito riascoltare uno fra i più bei “madrigali guerrieri et amorosi” del grande Monteverdi, con lo strumentale dall’Autore previsto, la voce del Testo “chiara, ferma e di bona pronuncia”, i cantanti con “gli passi et gesti nel modo che l’oratione esprime, et nulla di più né meno”. E’ più probabile, in questo caso, che potesse ripetersi…. il miracolo di quella platea di nobili  (a Palazzo Mocenigo di Venzia, nel carnevale del 1624), “la quale restò mossa dall’affetto di compassione in maniera, che quasi fu per gettar lacrime”!

Anche all’Histoire stravinskiana non ha molto giovato, a mio parere, il preteso ammodernamento del testo (la cui modernità ha invece ben altri supporti, non ultimo il Faust goethiano): l’ostentata pluralità linguistica, non solo a livello verbale, con l’inserimento di frammenti narrativi in napoletano e l’ormai immancabile rinvio a cronache e personaggi contemporanei (il solito Berlusconi) davvero di dubbio gusto, ha appesantito, anziché alleggerire o rendere meglio fruibile il testo. Il quale si è voluto imparentare ai magnifici versi della Gerusalemme liberata, ripresi nel madrigale monteverdiano, in nome di una pretesa comune matrice, mitica e popolare (le gesta dei paladini di Francia e la perenne seduzione diabolica sugli incauti), tutta da dimostrare e qui comunque espressivamente non dimostrata. Unico aspetto positivo di questa, tutto sommato  semplicistica, riscrittura, almeno sul piano scenico, è stata l’ennesima prova d’attore offerta da Vincenzo Pirrotta, nel Prologo soprattutto, recitato nello stile dei cantastorie e dei pupari siciliani: una vera forza della natura, sprigionantesi dal palcoscenico ancora a sipario chiuso, con venature timbriche e raffinatezze ritmiche che indubbiamente gli derivano dal teatro dei pupi, come del resto avvenne al suo grande predecessore (di cui forse è l’ultimo erede), Giovanni Grasso, ammirato – una volta giunto nel ‘continente’ – dai pubblici più diversi e da intellettuali raffinati (D’Annunzio, Gramsci, ma incredibilmente anche Mejerchold e Gordon Craig).

Un De profundis per la contaminazione? Ebbene sì, in nome di un ritorno alla filologia (certo senza la pretesa di attingere l’essenza metafisica delle cose…., pia illusione di una scienza impossibile!), ma per riprendere un approccio più corretto, non per questo meno creativo (anzi!), certamente più approfondito e non semplicemente arbitrario. Un ritorno all’ordine? Dio ce ne guardi, di questi tempi! Solo più rigore e meno confusione. Non a caso, un insospettabile Giuseppe Verdi, memore della ricchezza storica della musica italiana, dal punto di vista strumentale e vocale (in parte oscurata proprio dal melodramma ottocentesco), ebbe a dire, con frase da intender bene però, “Torniamo all’antico, e sarà progresso!” (lettera del 1898 a Giulio Gatti Casazza, all’epoca direttore artistico della Scala di Milano).

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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