Mar. Lug 23rd, 2019

I Confronti

Inserto di SalernoSera

Monti rassegna le dimissioni, l’Italia spedita verso le elezioni

5 min read
Si attende l'annuncio ufficiale del Professore per una sua candidatura

Mario Monti si è dimesso stasera. «Il Presidente della Repubblica -si legge nella nota del Quirinale- ha preso atto delle dimissioni e ha invitato il governo a rimanere in carica per il disbrigo degli affari correnti». Previsto nella giornata di domani un giro di consultazioni al Quirinale. «Il Capo dello Stato consulterà i Presidenti dei gruppi parlamentari nella giornata di domani». Domenica mattina alle 11 ci sarà la conferenza stampa di fine anno del premier, durante la quale potrebbe arrivare l’ufficializzazione della decisione riguardante il suo futuro. L’ultimo impegno pubblico da premier per Monti è stato l’incontro con gli ambasciatori alla Farnesina. Occasione in cui il Professore ha chiesto di nuovo, lo aveva già fatto ieri a Melfi, di non disperdere il lavoro fatto fin qui. L’azione riformatrice del governo «mi auguro possa continuare anche nella nuova legislatura, nella consapevolezza che gli interessi nazionali prescindono ovviamente dal governo in carica in quanto sono interessi permanenti», ha detto il premier. Oggi alla Camera, è andato in scena l’ultimo atto della XVI legislatura. La standing ovation per Walter Veltroni. Massimo D’Alema che gli stringe la mano e dice: «Ultimo discorso? Io non ho il carattere per certe cerimonie…». E poi le lacrime di Livia Turco. E Simone Baldelli che imita Fabrizio Cicchitto nell’ultima dichiarazione di voto della legislatura. Quindi il ministro Piero Giarda che saluta l’aula di Montecitorio così: «E’ l’ultima occasione che abbiamo, volevo ringraziarvi della pazienza che avete avuto per le intemperanze del governo e… ci vediamo in una prossima vita».
Con le dimissioni di Mario Monti si chiudono poco più di 13 mesi di governo dei “tecnici”, nato il 18 novembre dell’anno scorso, quando dopo la larghissima fiducia del Senato il professore incassa anche quella della Camera. Un anno di “sacrifici” e di “medicine amare”, riconoscerà lo stesso premier, che però a inizio mandato era rassicurante: non ci saranno “lacrime e sangue” e tutti i provvedimenti saranno tesi al “rigore”, ma anche a “crescita ed equità”. Ma è in Europa che il governo muove i primi veri passi. Monti, e soprattutto il suo ministro Enzo Moavero, iniziano a tessere la tela diplomatica per risolvere la crisi del debito sovrano. A fine novembre viene invitato alla trilaterale con Angela Merkel e Nicolas Sakozy a Strasburgo, sancendo il ritorno dell’Italia nel “club” dei Grandi d’Europa. Il 4 dicembre il governo vara il “salva Italia”. E’ lo stesso Monti, durante la conferenza stampa in cui Elsa Fornero scoppia in lacrime, a ribattezzare così la manovra da 30 miliardi che prevede fra l’altro la riforma delle pensioni: messi in sicurezza i conti, scoppia però il nodo “esodati”. Nonostante il plauso internazionale a gennaio Standard e Poor’s declassa ò’Italia. Il professore capisce che è ora di premere su Berlino per dare maggiori margini di manovra alla Bce. Oltre al sostegno di Francia, Spagna e Gran Bretagna, per convincere la Germania serve però anche la sponda della Casa Bianca che Monti ottiene volando a Washington: l’appoggio di Barack Obama – e di Wall Street – è pieno, anche perché il presidente Usa – con la testa alle presidenziali – teme i riflessi della crisi europea sulla già traballante economia americana. Il governo a fine gennaio vara il decreto su concorrenza e liberalizzazioni che Monti ribattezza “Cresci Italia”: sul testo pesano però le pressioni di partiti e lobby e il risultato delude molti osservatori. Seguiranno il “Cresci Italia 2”: e il Dl Sviluppo. Ma le risorse sono poche e l’impatto appare insufficiente. L’azione del governo però convince Fmi e Ue; e lo spread inizia a calare. Una settimana dopo, il 27 gennaio, è il turno delle semplificazioni (Semplifica Italia). Ancora una volta i veti incrociati delle forze di maggioranza influenzano il testo. Ma il professore strappa un altro successo diplomatico in Europa: al vertice di Bruxelles di fine gennaio evita brutte sorprese sul fronte del debito nella trattativa sul Fiscal Compact. Al suo rientro a Roma boccia la candidatura di Roma alle Olimpiadi del 2020. Ma il dossier spinoso che deve affrontare è un altro: la riforma del mercato del lavoro. Il ministro Fornero surriscalda il clima con i sindacati: L’art. 18 non è un “tabù”, dice. Presto si capisce che dietro le parole del ministro c’è lo stesso Monti che nei suoi contatti internazionali promette di modificare lo Statuto dei lavoratori. Stretto fra i veti di Pd e sindacati e le richieste del Pdl sulla flessibilità in entrata è però costretto a rinunciare al decreto e propone un ddl. Ma tira dritto sui contenuti: per i licenziamenti economici l’unico rimedio deve essere l’indennizzo, non il reintegro. Il Cdm vara la riforma il 23 marzo. Qualche giorno dopo Monti parte per l’Asia con l’obiettivo di allettare gli investitori d’oriente. Ma da Tokyo scatena un putiferio politico: «I sondaggi dimostrano che il Governo ha il consenso, i partiti no», dice. La reazione è tale che il capo del governo è costretto a correggere il tiro con una lettera al Corriere. Al rientro, con la mediazione di Giorgio Napolitano, concede qualcosa anche sulla riforma del lavoro: ammorbidisce i ritocchi all’articolo 18 e sulla flessibilità in entrata. Ma lo Spread torna a impennarsi e la borsa crolla. In aiuto del professore arriva la Francia che archivia l’era Sarkozy. Ora Monti ha in Francois Hollande un utile alleato all’Eliseo per piegare le resistenze tedesche. Sul fronte interno gli alti e bassi con i partiti proseguono: il Premier strappa sulla Rai, rinnovando i vertici della televisione pubblica, e sulla giustizia, ponendo la fiducia al ddl di riforma. Sul versante europeo, col sostegno di Hollande, lancia l’idea di uno “Scudo anti spread” mettendo la proposta sul tavolo del vertice Ue di fine giugno. Il premier arriva a Bruxelles forte del varo della riforma del lavoro e determinato a ottenere qualcosa: per riuscirci non esita a minacciare il veto sul patto per la crescita. L’azione diplomatica ha successo: passa il principio di “condizioni” meno severe per chi ricorra allo “scudo”. Monti lascia a Grilli il timone dell’economia. Ma con il passare dei giorni si capisce che l’esito del summit Ue è meno risolutivo di quanto sperato. Lo spread riprende a galoppare. In soccorso del premier arriva Mario Draghi che a inizio agosto lancia il suo piano di acquisti di titoli di Stato per i Paesi in difficoltà. La minaccia del governatore della Bce da’ respiro al governo che può partire per una breve vacanza agostana senza eccessivi timori. La temuta tempesta sui mercati non c’è, ma solo a settembre, con il via libera della corte costituzionale tedesca all’Esm e la conferma del bazooka di Francoforte, Monti può finalmente tirare un sospiro di sollievo. Al rientro il governo si concentra sull’ultima grande manovra: la legge di stabilità. A sorpresa propone l’abbassamento dell’Irpef per le fasce deboli in cambio dell’aumento dell’Iva. Il testo però non piace ai partiti. Persino il fedelissimo Casini chiede di cambiarlo. Monti è costretto a modifiche chiedendo però saldi invariati. Ma la novità arriva sul fronte politico: Angelino Alfano annuncia che Il Pdl non voterà i provvedimento dell’Esecutivo. Napolitano media per una chiusura “ordinata2 della legislatura. Ma è Monti a sorprendere tutti annunciando l’intenzione di dimettersi. E soprattutto non smentendo il proposito di scendere in campagna elettorale.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *