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Moro prigioniero

di Rino Mele

21 aprile (le mani di Moro)

Nelle due foto polaroid (18 marzo e 20 aprile) Moro, il presidente della DC, è ripreso in piano medio, nella seconda regge un giornale del giorno precedente, “La Repubblica”, con un enorme titolo “Moro assassinato?” (quest’ultima fotografia campeggerà su tutte le prime pagine dei giornali il 21 aprile). Entrambe le immagini comunicano la condizione di ostaggio, di uomo simbolicamente legato, stretto nella sua impossibilità di muoversi: questo sgomento deriva soprattutto dall’assenza delle mani che pur avremmo dovuto almeno intravedere nella seconda delle fotografie, quella in cui Moro mostra la prima pagina del giornale. Il disagio di trovarsi di fronte a un uomo legato non abbandona il lettore: quanto poco basta a comunicare il vuoto aspro di una ferita, attraverso un’immagine apparentemente neutra. Il 20 aprile s’era riunito il vertice della DC che aveva respinto lo scambio dei prigionieri proposto nell’ultimo Comunicato (“la liberazione di prigionieri comunisti”). L’uccisione del maresciallo De Cataldo (avvenuta la stessa mattina in cui è pervenuto il Comunicato) è una troppo dolorosa contraddizione che gli avversari della trattativa non possono non sfruttare. Il 21 si riunisce la Direzione socialista e Craxi – con una una velocità di pensiero distante dalla pigrizia che segna le ingessate ipotesi strategiche della vecchia politica – chiama in causa lo stesso Moro perché diventi protagonista della propria salvezza: “Bisogna consentire all’onorevole Moro di riprendere il filo del ragionamento centrale che egli aveva iniziato a svolgere nelle sue precedenti lettere, Occorre che egli possa prospettare, nelle condizioni in cui si trova, tutti i termini della questione, così come essa è attualmente”. È una proposta astrattamente giusta e senza i tempi per essere sviluppata. Al contrario, un’altra significativa frase di Craxi (riferita alla strage della scorta) mostra l’ampiezza della virata che il partito socialista sta effettuando verso una forte disponibilità al difficile dialogo: “La giustizia per le vittime di ieri e la difesa di chi può essere vittima oggi non sono in contraddizione”, ed è una risposta al nicodemismo di Andreotti. Questa di venerdì 21 è una giornata di attesa, che passa nell’oblio della ragione, come di chi stia intorno a un palco e aspetti il turpe spettacolo di un’esecuzione sentendosene, ancora per qualche ora, incolpevole. L’ultimatum che le Br hanno dettato nel Comunicato del 20 aprile scade alle 15 di sabato 22. L’Italia è disorientata. Sembra, un po’ a tutti, di trovarsi in una storia che non sa intendere, una pagina dei tarocchi de “Il castello dei destini incrociati” di Calvino, pubblicato cinque anni prima: “Perché le cose che le carte nascondono sono più di quelle che dicono, e perché appena una carta dice di più subito altre mani cercano di tirarla dalla parte loro per imbastirla in un altro racconto”. Altre mani. Quelle che la storia non sempre riconosce, e hanno dita sottili, fermano il respiro.

20 aprile (la terribile lettera a Zaccagnini)

Quanti volti avevano le Br? Un’idra in cui formazioni, spesso minori e non controllabili, violentemente agivano e non sempre conoscevano compiutamente i progetti e gl’interessi del gruppo dominante di cui cercavano, col loro disperato attivismo, il riconoscimento. La giornata del 20 aprile inizia con il delirio di un’immotivata uccisione: “Da Milano la notizia che le Brigate Rosse si sono macchiate di un nuovo delitto. Hanno assassinato il maresciallo degli agenti di custodia Francesco Di Cataldo tendendogli un agguato poco dopo le sette, sotto la porta di casa” (come ssi legge nel primo libro sulla vicenda Moro, uscito già nello stesso maggio 1978, un instant book, “Aldo Moro il martirio di un uomo una tragedia che continua” di Gustavo Selva ed Enrico Marcucci). Poche ore, e all’Ansa di Torino viene fatto trovare un “messaggio”, è il Comunicato n.7 quello vero, che sconfessa il precedente, e propone (per la prima volta) uno scambio: “Il rilascio del prigioniero Aldo Moro può essere preso in considerazione solo in relazione della liberazione di prigionieri comunisti”. Ma com’è possibile che proprio nelle stesse ore le Br chiedano di trattare con lo Stato mentre uccidono un suo funzionario innocente? Di Cataldo era davvero innocente, e i detenuti di San Vittore saranno presenti ai funerali mandando dei fiori. Il Comunicato n.7 viene trovato anche a Genova, a Milano. A Roma alle 15.30: a un redattore del Messaggero viene comunicato di recarsi a via del Tritone per recuperare una busta. Insieme al lungo scritto delle Br c’è una fotografia di Moro, è la seconda, dopo quella del 18 marzo, e sarà l’ultima: Moro regge tra le mani la prima pagina di “Repubblica” del giorno precedente dal titolo inquietante, e sembra la battuta di un dialogo: “Moro assassinato?”. Riporto l’analisi del volto di Moro, fatta da Marco Belpoliti: “Il suo sguardo non è diretto (…). Nella fotografia c’è infatti una sorta di dissimmetria dello sguardo: il suo occhio destro guarda dritto verso di noi, mentre il sinistro è deviato, seppur di poco, verso qualcosa d’altro. L’effetto non è quello di uno strabismo ma di un’instabilità: guarda verso di noi, ma non guarda noi”. Intorno al primo Comunicato n.7, del 18, due giorni prima, quello della presunta uccisione di Moro, che sarebbe poi stato gettato nel lago della Duchessa (un lago di origine carsica a 1800 metri d’altezza dove il Lazio confina con l’Abruzzo) resterà un’intricata oscurità: era stato redatto da un falsario Tony Chichiarelli, per spingere il Vaticano a versare il denaro già raccolto nell’ipotesi di un riscatto (ed è la tesi di Andreotti) o voluto da un’ala della Br, da Morucci come lui stesso lascerà credere (ed è quello che è propenso a credere Cossiga). Le Br erano un mistero diffuso, si specchiavano in altri misteri che abitavano lo Stato, e tutto era imponderabile. Il 20 aprile, al viceparroco della Chiesa di Santa Lucia, Don Antonello Mennini le Br fanno recapitare una busta, lui la consegna a Eleonora Moro: contiene una lettera per Zaccagnini, un’altra “per la stampa ma indirizzata al Papa”. Al Papa la porterà il cardinale Poletti. La lettera a Zaccagnini è terribile, spalanca sipari devastanti per la coscienza dei politici cui si rivolge: “Se questo crimine fosse perpetrato si aprirebbe una spirale terribile che voi non potreste fronteggiare. Ne sareste travolti. Si aprirebbe una spaccatura con le forze umanitarie che ancora esistono in questo paese. Si aprirebbe, insanabile, una frattura nel partito che non potreste dominare”. Per tre volte, Moro al confine della propria vita ripete la stessa forma verbale: “si aprirebbe”. E sembra che nelle sue parole si apra la terra, “Il mio sangue ricadrebbe su voi, sul partito, sul Paese”. Zaccagnini fece conoscere la lettera prima a Cossiga, come dice nel commento alle “Lettere” Miguel Gotor: “poi ne diede lettura collettiva nella sede della DC in piazza del Gesù, in un clima di sgomento”.

 19 aprile (le acque fredde di un lago invasero Roma)

Gli portarono ritagli di giornali, qualche pagina intera, rimase allibito, lo avevano ucciso e gettato in un lago. Pensò le fontane, il Tritone di piazza Barberini, i fiumi fantastici – sempre del Bernini – a piazza Navona e intorno le ragazze, i turisti che sciamavano col giornale aperto in mano, gli operai che conservavano in tasca “l’Unità”, le donne, le massaie che guardavano inebetite le edicole e parlavano tra loro frastornate. Tra le mani di Moro era la parte superiore della prima pagina di “Repubblica”, nella cella il brigatista era rimasto in silenzio, aspettava la sua reazione, un commento. Nell’improvviso stupore, Moro era compiaciuto di quell’attesa, era lui l’interprete dell’artificio che ora gli presentavano, una realtà rovesciata. Provò la sensazione di essere Edipo e la Sfinge insieme. Avvicinava quel foglio e lo allontanava: peccato non avere tutto il giornale: anche questo gli toglievano in quello stupido sacco chiuso in cui stentava a respirare. Immaginava il volto del brigatista dietro quel ridicolo cappuccio, l’uomo che non visto guardava. Il titolo della prima pagina era una domanda: “Moro assassinato?”, preceduto da un occhiello: “Un messaggio delle Br annuncia che il cadavere si trova in un lago del Reatino”. Quest’idea del lago lo travolse – non la morte – sentì il freddo delle acque, lui che le attraversava fino a raggiungere il fondo, dopo un sussulto riprendeva a scendere, sempre più in basso, e le lunghe scale delle acque lo portavano verso un più oscuro richiamo, il gelo che non aveva fine. Si mise a leggere: “Il luogo indicato è inaccessibile per la gran quantità di neve. Solo con gli elicotteri è stato possibile raggiungerlo. Se il comunicato dei terroristi è veritiero il presidente della Dc sarebbe stato ucciso da diversi giorni e il suo corpo affondato”. Gli sembrò scritto così male: “affondato” era un verbo inadatto a un povero corpo senza peso, lieve nel suo pallore. Quest’idea dell’acqua gli procurò ansia e una leggera palpitazione, passò la mano sul petto fino a provarne consolazione. Il brigatista era andato via. Moro guardava con curiosità estrema l’inizio di un articolo di Giampaolo Pansa. Comincia a leggerlo, lo rilegge, sono solo poche righe (continuava a pagina 4) ma è tutto un mondo che ritorna e gliene viene uno straniante dolore: “La prima telefonata alle 10.30 è di Lettieri, sottosegretario all’Interno: c’è l’ultimo comunicato delle Brigate Rosse, Moro è stato assassinato. Zaccagnini ascolta, con lui c’è soltanto Pisanu, il capo della sua segreteria politica. E noi adesso siamo tutti qui col taccuino in mano, a torchiare Pisanu, per sapere le solite cose inutili e un po’ feroci. Com’era Zac? Che cosa ha fatto Zac? Che cosa ha mormorato Zac? Pisanu ci fissa senza vederci, poi replica: ‘Zaccagnini non ha fatto niente’ “. In quel ritaglio (come avrebbe voluto poter continuare quella lettura a pagina 4) ha ritrovato il tempo della DC, fermo e a spirale, che ritorna su se stesso per eludere ciò che gl’impedisce di continuare: mentre quel tempo si sposta e, muovendosi come di lato, aiuta a superare un ostacolo che nessuno ha  compreso, analizzato. Davanti al silenzio di Zaccagnini, di cui Pisanu ha detto ai giornalisti, e che Pansa riferisce, Moro s’è fermato, torna a leggere, poi chiude gli occhi. Quella piccola cella ora è un relitto invaso da profonde acque. Vorrebbe poter sorridere pensando agli elicotteri, le forze inutilmente armate, che s’affannano nella provincia di Rieti intorno a un lago colmo di neve. In un altro ritaglio, Paolo Guzzanti scrive: “Le prime ricognizioni non hanno dato alcun risultato”.

18 aprile (c’era chi custodiva il carcere e i carcerieri di Moro)
A via Gradoli 96, il 18 marzo 1978, pur avendo indagato sull’intero stabile, la Polizia non aveva saputo andare oltre la porta chiusa dell’ing. Borghi, nome di copertura di Mario Moretti, capo riconosciuto delle Br. Ora, un mese dopo, il 18 aprile, sempre a via Gradoli, l’inquilina dell’int. 7 nota cha dal soffitto del bagno una grande macchia d’acqua sgocciola, ne è responsabile l’appartamento del secondo piano (interno n.11, quello dell’ing. Borghi) che risulta chiuso, allora si rivolge all’amministratore e questi ai pompieri che, nello sbalordimento, improvvisamente si trovano all’interno di un covo delle Br. È lo stesso giorno in cui, in una busta arancione, viene fatto trovare a un redattore del “Messaggero” un falso Comunicato, il n.7, in cui si afferma che Moro è stato “giustiziato” e il corpo gettato nelle acque del lago della Duchessa, “nei fondali limacciosi”, poco lontano da Rieti: “Oggi 18 aprile si conclude il periodo dittatoriale della DC che per ben trent’anni ha tristemente dominato con la logica del sopruso”. Sul “Corriere della sera” del giorno successivo (il 19), l’avv. Giannino Guiso afferma di averne parlato con Il suo assistito del processo al nucleo storico delle Br, a Torino, Renato Curcio, che ha definito falso il Comunicato, e Guiso non ha remore nell’indicarlo come “una provocazione del Viminale”. I rebus s’inseguono, si scambiano il volto in una fuga crescente. Ma se a via Gradoli un soffitto banalmente perde acqua, e l’appartamento che lo sovrasta nasconde una sconcertante realtà, anche a via Montalcini, dove Moro è prigioniero, c’è un soffitto che nella parte superiore coincide con la superficie di un appartamento che potrebbe dare impensabili sorprese: trent’anni dopo ne verrà fuori un’incerta, difficile verità che resterà come una lama mai estratta da una ferita. Nel 2008 al giudice Ferdinando Imposimato (il sostituto procuratore che ha istruito i primi tre processi Moro), ormai in pensione, si presentano il luogotenente della Guardia di Finanza di Novara, Mario Paganini, il brigadiere Giovanni Ladu e l’appuntato Damiano D’Alessandro (autorizzati a quel colloquio dal colonnello Alessandro Falorni). Il racconto di Ladu è sconcertante, apre un abisso e i dirupi successivi. Nel suo “I 55 giorni che hanno cambiato l’Italia”, così Imposimato riassume l’incredibile storia e la sua deriva: “Ladu sosteneva di essere stato con altri militari – dal 24 aprile all’8 maggio 1978, vigilia dell’assassinio di Aldo Moro e del ritrovamento del suo cadavere nella Renault rossa parcheggiata a via Caetani – a Roma in via Montalcini, per sorvegliare l’appartamento-prigione in cui era tenuto il presidente della Democrazia Cristiana. Mi sembrò una notizia enorme e destabilizzante che poteva implicare responsabilità del potere politico a ogni livello”. Nel 1978, Ladu era stato bersagliere di leva ad Avellino e poi a Persano e, trent’anni dopo, quando si rivolge al giudice Imposimato, è sottufficiale della Finanza a Novara e consegnerà poi il suo breve memoriale al pubblico ministero di quella città, Francesco Saluzzo. Se fosse vero il suo racconto (“nell’appartamento sopra quello di Moro furono piazzati diversi microfoni dalle persone che parlavano inglese. Quando furono piazzati i microfoni gli occupanti dell’appartamento c’erano ancora. Si trattava di tre persone, due adulti e una bambina piccola. Ricordo che c’erano i giocattoli in quella casa. I tecnici piazzarono i microfoni e uno di loro dormiva in quella stanza per controllare gli apparecchi”) tutto ciò che abbiamo saputo fino a ora, si scomporrebbe nei segmenti non controllabili di un incubo. La condizione di Moro diventerebbe mostruosa, prigioniero delle Br ma anche di coloro che avrebbero dovuto liberarlo. “Un paese scombinato come l’Italia”: non dimentichiamole (nella lettera alla moglie, dell’8 aprile) queste poche parole di Moro che sembrano una disperata epigrafe.

17 aprile (il sogno di passeggiare all’aria aperta)

In quella sua cella (“un cunicolo alto, lungo e molto stretto”, lo definisce Mario Moretti) sempre illuminata, Moro pensa, scrive, dialoga coi suoi fantasmi, sdoppia se stesso in lunghe visioni che durano un attimo, riprende ad analizzare la sua vita, rivede suo padre Renato, direttore didattico, tornare da un luogo familiare, un sentiero tra siepi di bosso, forse vede un’onda che lo sopravanza e resta ferma, sua madre Fida. Tra i libri di suo padre c’era “Dei delitti e delle pene” di Cesare Beccaria (pubblicato anonimo la prima volta, a Livorno, nel 1764). Siamo ancora a girare intorno all’orrore, pensava: non ne siamo ancora usciti, questi rivoluzionari mi fanno un processo come fossero lo Stato, e mi condannano come lo Stato non potrebbe più fare, a essere ucciso. In questa seconda cella – più stretta – in cui l’avevano cacciato con la condanna a morte, s’affannava, soffriva perché non intravedeva vie d’uscita. Ricostruisce una frase del suo Beccaria, “L’intensione della pena di schiavitù perpetua sostituita alla pena di morte ha ciò che basta per rimuovere qualunque animo determinato”. Vede, in questo, un filo che lo riconduca fuori dal labirinto. Dal 13 aprile, quando Moretti gli ha comunicato (in anticipo sulla divulgazione del Comunicato) la sentenza del suo processo, che si estende anche “allo Stato ed al regime”, come dicono i brigatisti, da quando ha saputo dell’invalicabile tempo, il termine della sua uccisione, Moro ha iniziato a morire: poi il 15 aprile pomeriggio, alle 18, il Comunicato n.6 viene recuperato in quattro città, Roma, Torino, Milano e Genova, e lo sapranno tutti. Moro pensa a una sua proposta (così difficile) da fare, per quasi due settimane. Il 25 aprile è il giorno della sua terza lettera a Zaccagnini che alle 19 viene fatta trovare al quotidiano romano “Vita Sera”, che esce con un’edizione straordinaria. Nella lettera, Moro scandice il tempo della fine: “Siamo quasi all’ora zero, mancano più secondi che minuti. Siamo al momento dell’eccidio”. In uno dei giorni successivi (ma i giorni e le notti s’inseguono, per Moro, indistinguibili) affronta, con Mario Moretti, il tema su cui ha lavorato nelle ultime due settimane, come un bambino può fare con una sua nave di sabbia, sperando di vederla salpare, e in essa di salvarsi. Ce lo racconta – riferendo ciò che avevano saputo da Moretti – Anna Laura Braghetti, l’unica presenza femminile tra i quattro che custodiscono Moro: “Argomentò che la pena di morte non esisteva in Italia, e che la condanna massima era l’ergastolo. Lo giudicavamo colpevole? Benissimo, lo condannassimo all’ergastolo. Mario gli rispose che non era possibile: non avevamo carceri”. Poi avviene un colpo di scena impensabile, geniale nella sua assurdità, visionariamente perfetto: “Allora Moro propose a Moretti di lasciarlo uscire da lì, ma non da libero: una volta fuori si sarebbe dichiarato prigioniero politico, un prigioniero delle Brigate Rosse. Avrebbe chiesto di scontare la sua pena in una delle carceri in cui erano rinchiusi i nostri compagni, sarebbe andato all’Asinara”. Mentre Moro s’accalora nello spiegare, sente inevitabilmente il freddo in cui la sua ipotesi cade: il meccanismo della sua macchina aerea s’inceppa, ritorna in basso. Ci sarà stato un lungo silenzio tra i due. Ognuno avrà sentito il respiro dell’altro. Penso che nel dire, all’ultimo capo delle Brigate Rosse in libertà, quella splendente figura d’impossibile fuga, Moro nello stretto cunicolo si sia alzato in piedi, e abbiano parlato l’uno nell’ombra dell’altro. Nella Nota alla fine degli aspri versi del mio “Il corpo di Moro”, del 2001, commento quest’episodio: “Nessun brigatista poteva pensare una così ardua e fantasiosa soluzione, e quindi nemmeno accettarla, ma nella sua assurdità (e proprio in quell’assurdità) fu un’ipotesi rivoluzionaria, ed era la stessa vittima a prestarla, a indicarne la strabiliante percorribilità”. Moro continua a parlare (sovrapponendo il suo stato presente col suo naufragato progetto) che “se doveva rimanere in carcere, desiderava almeno ciò che spettava a tutti gli altri condannati: rivedere i suoi familiari, passeggiare ogni giorno, sia pure per poco, all’aria aperta”. La Braghetti chiude il suo racconto (nel cap. XXI del suo libro edito da Mondadori il 1998) raccontando lo stupore e la colpa che bruciò l’aria quel giorno, nell’interno 1 di via Montalcini: “Mario ce lo raccontò. E noi ridemmo”.

16 aprile (ciò che resta della tempesta)

Il Memoriale di Moro è incompleto, preziose tavole dopo un nubifragio. Ritrovato a Milano in due diversi momenti, a distanza di dodici anni (1978 e 1990, paradossalmente nello stesso luogo, il covo di via Monte Nevoso 8), è diviso per argomenti come cassetti di un armadio, che possano essere spostati e diversamente ricomposti in una nuova prospettiva, un inedito montaggio. Le “Considerazioni finali” con cui termina, può non averle scritte alla fine della stesura del testo ma quando ha avvertito la fine di tutto, della sua vita di prigioniero, il confine della vita (finis terrae) in quei giorni di rinunzia e digiuno. Poi, così può volere la macchina del corpo, forse con diverso sentire riprende (se ne meraviglierà egli stesso) a sperare: arsi pensieri lo seguono in quell’illusorio dirupo. Se le “Considerazioni finali” del Memoriale furono scritte in questi giorni, a metà del tempo della costrizione del carcere, vuol dire che tutti i giorni che seguiranno saranno vissuti dal prigioniero come se tutto fosse già consumato: “Non piace che di democristiani si parli per i giorni oscuri della strage di Brescia come coloro che talune correnti di opinione in città consideravano non del tutto estranei” e continua argomentando terribili accuse secondo l’uso circostanziato della retorica (la figura dal doppio volto della litote): ha appena definito i democristiani “non del tutto estranei”, che significa colpevoli: negando la condizione contraria alla colpevolezza, che è l’estraneità (questa è appunto la litote), formula la stessa accusa ma come fosse detta appena, con lo sguardo o con una voce quasi inudibile, che afferma e non ferisce. Questo è stato il tridentinismo di Moro, l’abitudine antica di dire quasi tacendo, ma che in questo suo carcere si lacera e lascia passare moti d’inedita passione politica: “Che significava tutto questo per Andreotti, una volta conquistato il potere per fare il male come sempre ha fatto il male nella sua vita? Tutto questo non significava niente, Bastava che Berlinguer stesse al gioco con incredibile leggerezza. Andreotti sarebbe stato il padrone della DC, anzi padrone della vita e della morte di democristiani e no, con la pallida ombra di Zaccagnini, dolente senza dolore, preoccupato senza preoccupazione, appassionato senza passioni, il peggior segretario che abbia avuto la DC”. E, con uguale forza, qualche rigo prima: “Andreotti è restato indifferente, livido, assente, chiuso nel suo cupo sogno di gloria. Se quella era la legge, anche se l’umanità poteva giocare a mio favore, anche se qualche vecchio detenuto provato dal carcere sarebbe potuto andare all’estero, rendendosi inoffensivo, doveva mandare avanti il suo disegno reazionario, non deludere i comunisti, non deludere i tedeschi, e chi sa quant’altro ancora”.

Le fragili barriere della retorica progressivamente cadono, e Moro scrive ora direttamente, senza filtri, libero di morire. Alla fine – che serva a salvarlo o a finire la vita più leggero – può dire: “Non mi resta che constatare la mia completa incompatibilità con il partito della DC. Rinuncio a tutte la cariche, escludo qualsiasi candidatura futura, mi dimetto dalla DC, chiedo al Presidente della Camera di trasferirmi dal Gruppo della DC al Gruppo misto”.
Nella disillusione, s’intestardisce a scrivere (“Nei giorni seguenti scrive una valanga di lettere” dice la sua carceriera Anna Laura Braghetti), una pulsione che nemmeno il sonno riesce a spezzare. C’è sempre una luce accesa nella sua stretta cella, il letto quasi la riempie, lui v’è seduto sopra (in qualche contorto modo), non ha nemmeno una sedia, non v’è posto per essa, dorme o scrive con alternata indifferenza. La liturgia della sua residua vita è costretta in quel sonno leggero, così trasparente, che gli apre le porte di successivi pensieri e questi appartengono al sonno e alla veglia insieme.

15 aprile (la colpevolezza del sopravvissuto)

L’indifferenza, le reazioni scialbe, la falsamente familiare ostilità dei politici verso Moro metteva le Br in una situazione imbarazzante: se lo avessero rilasciato, senza nessuna trattativa (o almeno palese iniziativa), s’incupivano a immaginare una loro incapacità e sconfitta. Ma proviamo a pensarlo, cosa sarebbe accaduto se, invece, Moro fosse stato salvato contro la volontà stessa del suo Partito? Sarebbe stato sconsacrato per sempre, forse gli avrebbero riconosciuto lo statuto della “colpevolezza del sopravvissuto”: sopravvissuto a se stesso morto due volte, prima con la sua scorta e, poi, in quanto ostaggio, nella sua totale esclusione che il carcere gli aveva assegnato. È quanto Lévinas (in “Dio, la morte e il tempo”) dice di chi incontra la morte dell’altro, e si ritrova in un deserto. “È questo essere toccato dalla morte dell’altro che è la mia relazione con la sua morte. Nella mia relazione essa è la deferenza a qualcuno che non risponde più, già una colpevolezza – colpevolezza da sopravvissuto”.

In “Addio” – per la morte dello stesso Lévinas – ne parla Jacques Derrida: “È una colpevolezza senza colpa e senza debito”. Intanto, il 15 aprile, il Comunicato n.6 ha portato la sentenza di morte. Uccidere un ostaggio è rendere di nuovo vittima chi è stato catturato. La sentenza l’hanno scritta i brigatisti, ma anche coloro che si sono disinteressati alla sua sorte in nome di principi astratti: il corpo concreto di un uomo, la dolorosa imperfezione di prigioniero nella rovina della sua cella, era stato impudicamente messo a confronto, da chi poteva salvarlo, con l’esatta proporzione di principi astratti molto lontani dalla misura del dolore. In “Doveva morire”, attento libro del giudice Ferdinando Imposimato e Sandro Provisionato (del 2008), questo concetto è espresso con chiarezza: “Le Br avevano capito di essere in pericolo, e che probabilmente al loro interno agiva una talpa. Immaginano che Moretti sia stato pedinato prima della scoperta del covo di via Gradoli e che non lo si sia voluto arrestare per attendere un momento migliore. Capiscono anche che Moro è stato abbandonato dal potere politico: si rendono conto che il passare del tempo gioca contro di loro”. Il 26 ottobre 2007 Eleonora Moro concederà a Imposimato (che nel 1986 aveva lasciato la Magistratura, e nel 1983 gli era stato ucciso dalla Camorra il fratello Franco) l’unica intervista della sua vita: “Ora vedo che coloro che hanno ucciso Moro sono vivi. Non mi riferisco a quei poveretti che gli hanno sparato. Intendo gli altri, quelli che avendo in mano…ma non mi faccia parlare. Sono tutti conniventi”. Poi, rivolta al giudice: “E lei stia attento perché quelli che non hanno indietreggiato di fronte al fatto di uccidere una persona che aveva loro spianato una carriera, sono capaci di fare qualunque cosa”. Il Comunicato è molto lungo, accusa la DC, ciò che ad essi maggiormente crea disagio e paura ed è “l’infame complicità dei partiti cosiddetti di sinistra”, infine, la responsabilità dello “Stato Imperialista”: “Ma nostro compito e quello di tutti i rivoluzionari è di organizzare il proletariato, di costruire la forza che eseguirà in modo definitivo la condanna della borghesia e dei suoi servi”.

14 aprile
Con straordinaria specularità d’immagini Franco Cordero nel suo “L’orribile commedia dell’affare Moro” (“Repubblica” 11 ottobre 2003), avvertendo la neghittosità perversa con cui lo Stato risponde a una anche minima trattativa con le Br per salvare la vita di Moro, ricorda l’episodio della cattura del giovane Giulio Cesare ostaggio dei pirati, nel 75 a.C., mentre navigava verso Rodi per raggiungere un maestro di retorica. Gli vengono chiesti 50 talenti che lui “paga sull’unghia; riparte, arma una piccola flotta, insegue i rapitori, li cattura (…)”.  In realtà, i pirati ne avevano chiesti 20 ma lui volle che a essi ne fossero dati 50. Poi, Cordero – da professore di Procedura penale – cita l’art. 54 del codice che specificamente tratta di una situazione assimilabile a quella che s’era creata dopo la cattura di Moro: “Nel codice penale esiste l’art.54, fatti previsti come reato (a esempio, aprire le porte ai detenuti fuori dei casi legittimi) diventano leciti, ‘scriminati’, ogniqualvolta l’autore vi sia ‘costretto dalla necessità di salvare sé o altri dal pericolo attuale d’un danno grave alla persona, pericolo da lui non volontariamente causato né altrimenti evitabile’. Come minimo i negoziati mangiano tempo, guadagno netto dove esistano organi efficienti. Qui non lo sono. Dura 55 giorni la bancarotta poliziesca”. Intanto, il ministro della Giustizia, Bonifacio si opporrà fino all’ultimo a qualsiasi interpretazione non ristrettiva della Legge. Intanto, il 14 aprile alle 9.30 – non si riuniva da quasi due settimane – si svolge il Consiglio dei ministri, in un luogo improprio, a Montecitorio e non a Palazzo Chigi. Di Moro non si parla quasi, s’ascolta Cossiga di ritorno dalla Svizzera dove ha partecipato a un incontro coi ministri dell’Interno della Repubblica Federale Tedesca e dell’Austria, presente anche il capo sella Polizia elvetica. Prima delle 11 il Consiglio era già terminato, quasi in fretta. Dai verbali sapremo che nella riunione cui aveva partecipato Cossiga “piena solidarietà è stata espressa al Governo e al popolo italiano” e che è stata sollecitata una maggiore cooperazione tra i quattro paesi. Intanto, sempre il 14, Giannino Guiso, avvocato del nucleo storico delle Br nel processo che si svolge a Torino, si chiede come mai non si sia ancora (né lo si farà mai) tentato di leggere le lettere di Moro in relazione ai Comunicati delle Br, a volte giunti simultaneamente.
L’incubo continua, si riproduce. Era un arcipelago scomposto, ognuno sembrava fare la sua parte, che si muoveva sotto la superficie e aveva un potere devastante. Riporto quanto scritto dalla stessa Magistratura sulla P2 (da Sergio Flamigni, “La tela del ragno”, 1993): “La P2 finisce così per assumere i lineamenti di un vero e proprio servizio segreto che istituzionalmente si propone di operare in modo deviato e deviante”: ed è solo un’isola di quell’arcipelago sommerso. Verso sera del 14, a Genova, a Milano, Torino e Roma i maggiori giornali sono messi in condizione di ricevere il Comunicato n.6 che produce una ferita nel pensiero collettivo. Dopo la condanna a morte, Moro che sembrava stesse poco lontano, all’improvviso diventa estraneo, in un introvabile altrove. Di quei giorni, circa venti anni dopo, ne “Il corpo di Moro” ho scritto: “Tutto è diventato, / come sempre nelle tragedie, così piccolo, / stretto, basta un passo a chiudere la sconfitta, la mano / d’un bambino può contenere il pugnale / dell’assassino. Moro legge la Bibbia. La sua biblioteca / è quella militare branda, il letto del povero / in un ospizio, la coperta su cui è sperso qualche libro / di fantascienza, le edizioni Urania, e / pochi altri, la Bibbia (la Genesi, per sei volte, / nel capitolo primo ripete ‘di nuovo / fu sera poi fu mattina’ e Moro leggeva e in quella / primavera a quelli della creazione / paragonava i suoi giorni, la paura, l’orrore della notte, / la distruzione). Lei, Presidente / è un servo/ degli Stati Imperialisti delle Multinazionali. Rispondeva, / e parlava a lungo, si logorava / insieme a chi ascoltava”.

13 aprile

Nel carcere del popolo, il 13 aprile, Moro diventa un fantasma, rifiuta il cibo per due giorni, nutrendosi solo d’acqua. Non parla. Tra i pochi libri che gli hanno dato i brigatisti, oltre ai romanzi Urania di fantascienza, c’è la Bibbia. Che legge costantemente. Questo 13 aprile, Mario Moretti gli ha detto l’esito del suo processo, la condanna a morte. Cerca anche di tranquillizzarlo, aggiunge che la sentenza costituirà anche l’inizio concreto delle trattative. La stretta cella è troppo vasta per lo sgomento di Moro, si rifugia nel corpo magro, vi si nasconde, mentre tutto gli appare lontano. Il giudizio (nel processo, accusatore e giudice sono stati coincidenti) verrà reso pubblico con il Comunicato n.6 fatto trovare la sera del 14 e pubblicato dai giornali il 15 aprile: “Le responsabilità di Aldo Moro sono le stesse per cui questo Stato è sotto processo. La sua colpevolezza è la stessa per cui la DC ed il suo regime saranno definitivamente battuti, liquidati e dispersi dall’iniziativa delle forze comuniste combattenti. Non ci sono dubbi. ALDO MORO È COLPEVOLE E PERCIÒ VIENE CONDANNATO A MORTE”. L’iperbole grafica della sentenza ipertrofizza anche l’immagine della vittima di cui i carcerieri tendono lentamente a subire il fascino. Tra essi è Anna Laura Braghetti, che racconta così la reazione politica al Comunicato: “Scrutammo alla televisione il volto terreo di Zaccagnini, guardammo quelli che si dicevano amici di Moro – Lettieri, Forlani, Anselmi – uscire dalle auto blu senza voltarsi verso le telecamere, e varcare in fretta il portone di casa sua”. Intanto, forse tra il 13 e il 15, dal carcere di quei giorni diventato così aspro, Moro scrive ad Agnese sua figlia una lettera che non sarà recapitata, ma ritrovata in fotocopia tra le numerose carte residue di via Monte Nevoso, nel ’90. Leggendo questa lettera, apparentemente familiare, nei giri concentrici della sintassi consueta, all’improvviso s’aprono i due bordi di un baratro intorno a cui si mostra la sua “angoscia mortale”. Di quest’espressione, lui nasconde il vero significato attribuendola, nel contesto, alla tristezza d’esser lontano dal nipotino Luca, ma sappiamo in quale lutto scrivesse, nutrito d’acqua. Sa che sarà ucciso: e da quel 13 aprile non cesserà di saperlo.

12 aprile 

Nell’estenuata storia della cattura e morte di Aldo Moro c’è l’ossessione – quasi un impegno servile – di dover sbagliare, una continua dimenticanza, la doppiezza che si riproduce, un faticoso dissimulare. Gli apparati preposti alle indagini sentono su di loro il fiato angusto dei politici, ne sono influenzati, con scrupolo imparano a fare e non fare, e la coscienza della nazione si devasta. Moro è stato tenuto prigioniero in quell’approssimativo carcere del popolo di via Montalcini 8, int.1, e in un giorno come questo, mercoledì 12 aprile, accade uno dei troppo numerosi episodi in cui il vero e il falso s’avvicinano, coincidono, si riassumono nello stesso volto, scambiano il loro profilo ingannando. Come se a teatro un attore mettesse in scena se stesso senza distinguersene e, a loro volta, gli spettatori fossero solo attori che guardano la scena: tutto sarebbe vero e capovolto. Così la vicenda Moro si dipana ricomponendosi nello stretto gomitolo da cui il filo sembra partito. Intanto, il 12 aprile, a Roma “la polizia perquisisce tutte le abitazioni situate nell’edificio di via Bonucci 10”, poche decine di metri lontano da via Montalcini 8, dove sono Moro e il suo carcere (ma quei pochi metri, i poliziotti non li percorreranno mai). L’1 giugno 1980, e poi il 2 e 3 febbraio 1982, Luca Villoresi scriverà su “Repubblica” che durante i due mesi di prigionia di Moro qualcuno indicò alla Polizia il covo di via Montalcini ma – sottolinea Villoresi – “la pista che avrebbe forse potuto portare alla liberazione dell’uomo politico rimase in un cassetto” (preziosa citazione che Flamigni riporta nel suo “La tela del ragno”,1988). Dopo l’uccisione di Moro, l’appartamento col piccolo carcere, fu ancora abitato (maggio e giugno) da Anna Laura Braghetti e Altobelli, e fu lasciato il 4 ottobre. In quell’estate del ’78, l’Ucigos svolse indagini sulla Braghetti, Altobelli e l’appartamento in questione. Il giudice Imposimato, due anni, dopo seppe di queste indagini ma non riuscirà mai ad avere notizie concrete dal Direttore dell’Ucigos De Francisci, che avrebbe avuto una segnalazione verbale dall’ufficio del prefetto Coronas (nel luglio 1978 era capo di gabinetto del ministro dell’Interno Rognoni, divenuto poi Capo della Polizia). All’incerta verità della strage, della cattura, e dell’uccisione di Moro, coloro che guidano le indagini, o le influenzano, sembrano avvicinarsi al simulacro della verità mentre se ne allontanano, è un continuo, composto muoversi di lato. Che tutto fosse un cattivo teatro (il teatro mette in gioco il corpo, e quindi trattiene quello che sembra dare) lo si saprà il 13 maggio, quando – assenti i familiari della vittima – nella basilica di San Giovanni, il Papa celebra una solenne messa funebre davanti a una bara vuota. “Cerimonia cupa e grottesca” l’ha definita Andrea Colombo, “con gli uomini del Palazzo dai volti cerei e dall’espressione attonita”.

11 aprile

Lorenzo Cotugno, guardia carceraria, fu ucciso a Torino l’11 aprile 1978. Morendo riuscì a colpire il brigatista Piancone che gli aveva sparato, “fu la prima azione omicida compiuta dalla Br durante il sequestro Moro” nota Stefano Grassi. Ma chi era Cristoforo Piancone? Un brigatista che sarà riconosciuto dai testimoni oculari dell’agguato di via Fani (sarà condannato all’ergastolo nel primo processo Moro). Quando, due settimane dopo la morte di Cotugno, il 24 aprile, con il Comunicato n.8 le Br stileranno l’elenco dei 13 detenuti da liberare per lo scambio con Moro, accanto ai nomi di Curcio, Franceschini, Ognibene, metteranno il nome di Piancone evidenziandone l’importanza (“oltre che per la sua militanza di combattente comunista”). Ora, con la sua cattura, lo Stato addormentato aveva in mano uno dei partecipanti all’assassinio della scorta di Moro, un’occasione unica: il rebus non sarebbe stato più un rebus. E invece le forze di polizia, gli apparati giudiziari, i Servizi segreti, l’Europa falsamente distratta, il presidente del Consiglio, il ministro dell’Interno, i partiti connessi, continuarono a essere affascinati dal non agire (come piccole volpi di notte catturate dalla luce dei fari delle automobili), alcuni di essi invischiati in intricati piani senza uscita, dalla propria cattiva coscienza, la viltà aggressiva dei deboli. Quanto inutile freddo nella primavera amara di Moro, chiuso sulla branda militare a scrivere. Intanto, nel nostro violento mondo continuava l’interminata tempesta, gli scannati, gli uccisi, i lacerati, gli amputati, i violati. Basterebbe pensare – proprio negli stessi mesi della strage della scorta di Moro e della sua prigionia – ai Khmer rossi in Cambogia (allora si chiamava Kampuchea Democratica Popolare): nei cosiddetti “Centri di trattamento”, o “Campi di lavoro”, si veniva puniti, fino a essere giustiziati “per infrazioni minime”. Una delirante situazione nella quale, dall’aprile 1974 a dicembre 1979, due milioni di cambogiani,1/3 della popolazione, quasi sempre di notte furono uccisi dai reparti speciali del loro Primo Ministro, Pol Pot (il suo nome era Saloth Sar). Un macello stancante, orrendo scannatoio alla ricerca della psicotica purezza di un comunismo astratto, fuori della storia. Insopportabile odore del sangue, fino a smorzare nel silenzio i volti delle vittime, i gridi. Pure, in quegli anni, tra il tanto sangue versato senza argini, la Cambogia di Pol Pot conservò il suo posto all’Onu, con il sostegno degli Stati Uniti (presidente Ford fino al ’77, poi Carter) e della Cina.
Ogni assassinio, anche quello realizzato nel segno di un’occasionale banalità, ha in sé il germe dell’orrore collettivo, la malata iperbole del genocidio.

10 aprile

Non è una lettera di Moro quella che il 10 aprile 1978 i giornali delle principali città, allegata al Comunicato n.5, potranno recuperare, ma uno scritto durissimo (otto fogli in fotocopia) forse una pagina di verbale del suo lungo interrogatorio. Riguarda il senatore Taviani. Di quello che Moro dirà di Taviani, il Comunicato n.5 rappresenta un violentissimo prologo: “il teppista”, “questo pupazzo manovrato, finanziato, protetto da vari padroni americani sappia che ogni cosa ha un prezzo e che prima o poi anche a lui toccherà pagarlo”. In questo Comunicato n. 5 le Br affrontano il problema della falsificabilità della comunicazione: “Gli organi di stampa del regime continuano la loro campagna di mistificazione, volendo far credere l’esistenza di trattative segrete o di misteriosi patteggiamenti”. Poi, con faticosa scrittura, che mostra l’urgenza, il testo continua: “Riteniamo necessario ribadire che questo, e ciò che vorrebbe il REGIME, mentre la posizione della nostra Organizzazione è sempre stata e rimane: NESSUNA TRATTATIVA SEGRETA, NIENTE DEVE ESSERE NASCOSTO AL POPOLO!”. Uno slogan gridato, cui segue un accenno ai “berlingueriani”, come chiamano i comunisti riformisti: “È cresciuta nelle fabbriche l’opposizione operaia allo SIM e alla politica collaborazionista di berlingueriani”. I giornali sono sempre più in fibrillazione, sanno di essere definitivamente entrati anche loro negli anamorfici triangoli del dialogo con le Br. Avvertendo l’eccezionalità del momento, pur essendo – questo 10 aprile – lunedì, “Repubblica” è ugualmente in edicola. Lo scritto di Moro arriva di sera, aspro nei riguardi di Taviani (ministro dell’Interno per 9 anni, dal 1962 al 1974), di cui analizza la vita politica con forza espressiva e precisione chirurgica che non lascia spazi vuoti, omissioni, ombre pseudoamicali: è un attacco preciso che certamente impaurì molti uomini politici e mostrò la conoscenza illimitata che lui aveva della struttura politica e morale della DC, del Parlamento italiano, della storia dell’Europa, le pieghe nascoste, le ferite degli ultimi difficili anni: “Di matrice cattolico-democratica Taviani è andato in giro per tutte le correnti, portandovi la sua indubbia efficienza, una grande larghezza di mezzi ed una certa spregiudicatezza”. Per inchiodare Taviani (il suo sotterraneo e pericoloso potere) Moro ricorda che “l’amm. Henke, divenuto capo del Sid e poi capo di Stato Maggiore della Difesa, era un suo uomo”.

Intanto Moro scrive, riscrive il suo testamento.

9 aprile

La confusione di quest’intricata seduta psicoanalitica di un’intera nazione (la strage, la cattura di Moro, il covarsi per quasi due mesi l’ostaggio e poi ucciderlo) ha costruito una torre babelica in cui chi scendeva si trovava ad aver salito e chi pensava d’essersi spostato di lato era ficcato sempre più al centro del disorientamento collettivo. Tanto che una figlia di Moro, dopo la morte del padre, fa un’ipotesi sconcertante (che leggo dal puntuale intervento di Paolo Cucchiarelli, da “Diario” 23-29 maggio 2003, dedicato a un “superservizio servizio segreto clandestino”, di cui s’è cominciato a sapere qualcosa nel 2000, “L’anello”, che è il nome dato da Andreotti): “La famiglia Moro, Maria Fida in particolare, ha il dubbio che Moro sia stato liberato dalle Br e ucciso da qualcun altro, Da chi?”. Sembra il delirio filiale a costruire questa cupa uscita di scena. Ma Cucchiarelli, sempre nello stesso articolo riporta l’affermazione fatta nel 2003 dell’ex presidente della Commissione stragi (1994-2001), Giovanni Pellegrino: l’incubo che le dita filiali di Maria Fida avevano cercato di aprire separando i sipari dell’assurdo viene viene ora affrontato in un tentativo di estrema razionalizzazione. È la teoria del “doppio ostaggio”. Pellegrino continua: “L’unica spiegazione è quella che aveva pensato Craxi. Cioè che non sono i carcerieri a decidere l’esecuzione. L’ordine viene da fuori. E non sono stati loro neanche gli esecutori materiali. Entra in campo la complessità di più trattative che tendono da un lato alla salvezza di Moro e dall’altro alla neutralizzazione di quello che aveva potuto dire alle Br. La vicenda alla fine precipita perché queste trattative si ostacolano e fanno emergere nei custodi finali di Moro l’idea che la soluzione politicamente più opportuna fosse la soppressione di un ostaggio, cioè il Moro vivo, per poter neutralizzare gli effetti destabilizzanti del secondo ostaggio, cioè le cose che Moro aveva detto alle Br”. Sembra la pagina di uno scrittore metafisico (“Dio muove il giocatore, questi il pezzo” ha scritto Borges in “Scacchiera”, Ajedrez). L’angoscia della vita sbarrata di Moro, e la sua uccisione, trasformano un popolo indifferente come il nostro in uno spettatore colpevole, già solo d’aver guardato. Come accadde all’agente di Pubblica Sicurezza del I Reparto celere di Roma, Giovanni Intrevado, che si trova alle 9 di mattina all’angolo di via Stresa quel 16 marzo 1978, ode degli spari, s’avvicina all’incrocio di via Fani e assiste in borghese, con la mano sulla pistola (“s’è inceppata”, dirà) alla cattura di Moro. Dietro quella sua sbalordita figura, ci siamo tutti, incapaci di fare niente di più, gli occhi sbarrati: “I terroristi fecero salire l’onorevole Moro dalla parte posteriore destra. Sulla stessa macchina salirono ameno tre terroristi in divisa. Al centro dell’incrocio vi era una ragazza di 20 anni circa, di altezza 1.65-170, snella, capelli castani fino al collo, con un visino pulito, indossava dei jeans blu” racconta Intrevado, con la precisione di chi in Questura è abituato a redigere noiosi verbali, poi continua: “Con la destra impugnava un mitra M12. Costei si voltò puntando il mitra e urlando: ‘Fermo là non si muova, vada indietro’. Ciò fece anche nei confronti di un’altra macchina che scendeva da via Stresa. In tal modo l’incrocio rimase parzialmente libero e la 132 in cui avevano caricato l’onorevole Moro poté scappare per via Stresa in direzione di via Trionfale”. Quell’agente di polizia, sorpreso da se stesso, era l’immagine dell’Italia.

8 aprile

Ormai la letteratura si sostituisce alla realtà, e la storia di Moro diventa un cattivo romanzo. L’8 aprile la polizia intercetta una telefonata delle Br all’assistente di Moro, Francesco Tritto. Gli agenti arrivano prima di lui al luogo indicato, Piazza Augusto Imperatore, s’impossessano della lettera alla moglie, fermano Tritto e lo portano in Questura “per identificarlo”, bloccano anche un giovane che andava su e giù, inquieto (sono costretti a rilasciarlo, era solo un innamorato che aveva litigato con la fidanzata e ora nell’incertezza l’aspettava). Sulla lettera nasce un problema, ne viene investito anche il presidente del Consiglio Andreotti (lo scrive nei suoi Diari) che chiede al ministro dell’interno di portare a casa di Moro l’originale e non la fotocopia, come aveva già disposto la Polizia. Ecco alcuni passaggi delle parole di Moro: “Mia carissima Noretta, anche se il contenuto della tua lettera al Giorno non recasse motivi di speranza (…) un paese scombinato come l’Italia. La faccia è salva ma domani gli onesti piangeranno per il crimine compiuto e soprattutto i democristiani. (…) Ho visto con dolore ripreso dal solito  Zizola un riferimento dell’Osservatore Romano (Levi). In sostanza: no al ricatto. Con ciò la S.Sede, espressa da questo Sig. Levi, e modificando precedenti posizioni, smentisce tutta la sua tradizione umanitaria e condanna oggi me, domani donne e bambini a cadere vittime per non consentire il ricatto. È una cosa orribile, indegna della S. Sede. L’espulsione dallo Stato è praticata in tanti casi, anche nell’Unione Sovietica, e non si vede perché qui dovrebbe essere sostituita dalle stragi di Stato. (…) Naturalmente non posso non sottolineare la cattiveria di tutti i democristiani (…). E Zaccagnini? Come può rimanere tranquillo al suo posto? E Cossiga che non ha saputo immaginare nessuna difesa? Il mio sangue ricadrà su di loro. Ma non è di questo che voglio parlare, ma di voi che amo (…). Che male può venire da tutto questo male?”. È una lettera politica, diretta ed esplicita, che avrebbe dovuto spedire al Capo dello Stato o al presidente del Consiglio, a un personaggio di ampia responsabilità ma non lo fa perché teme che sarebbe stata assorbita dall’ipocrisia che tutto travolge, e la spedisce alla sua Noretta. Non fu pubblicata dai giornali che non ne riceverono copia, la si potrà leggere su “O.P.” dopo la morte di Moro. Una lettera terribile, dai toni biblici, scritta come dall’aldilà. A essa dedicherà alcune pagine Sciascia nel suo “L’affaire Moro”.

Sciascia ne resta sgomento, e il 24 agosto 1978 scrive il frammento che, in autunno, pubblica in “L’affaire Moro”. Lui è colpito soprattutto dal fatto che Moro prigioniero ribalti il termine “strage di Stato”, fino ad allora usato contro l’uso scomposto e violentissimo di apparati statali, e lo trasformi in una definizione dietro cui pone la sua condizione di vittima. Sciascia (ripensa a Piazza Fontana, 1969, al terribile 1974 con piazza della Loggia e la notte dell’Italicus) dice: “È possibile Moro non ricordi, nello scriverla, quel che questa espressione contiene di preciso – e cioè il riferimento al fatto, ai fatti, per cui è stata coniata e rivolta come accusa (accusa diventata ormai attendibile anche al vaglio dei più increduli) a certi organismi governativi, al governo, alla Democrazia Cristiana e a lui stesso? Assolutamente impossibile (…). Non distrattamente, dunque, scrive quell’espressione: ma facendola propria, adattandola al suo caso, trasmettendola come giudizio”.

Intanto, Craxi fa le prime mosse per la liberazione di Moro e per un vistoso distanziamento dal PCI: tutto si gioca sulla stessa scacchiera. Abilmente ha preso contatto con Giannino Guiso, l’avvocato di Renato Curcio e di altri brigatisti nel processo iniziato a Torino il 9 marzo e che vede (tra gli altri, in tutto 50) imputato il nucleo storico delle Br. L’8 aprile Craxi incontra il ministro dell’Interno Cossiga e il vicepresidente della DC Galloni per dire ad essi di questa sua iniziativa, e della disponibilità di Guiso per tentare i primi contatti (trovo singolare, ma del tutto in stile craxiano, che non abbia pensato d’invitare all’incontro – nello studio privato di Cossiga – un rappresentante del PCI).
Proprio l’8 aprile, su “Repubblica”, Sandro Viola ricostruisce lo stato di violento disagio tra la famiglia del presidente della DC e il suo partito. C’è nell’atteggiamento della famiglia di Moro “un’ostilità, uno sdegno nei confronti dei leader attuali della DC e che oggi sarebbero nessuno se non ci fosse stato Aldo Moro, i quali, malgrado i debiti politici contratti lungo un ventennio col presidente del partito, si ergono adesso a difensori della ragione di Stato voltando le spalle all’uomo che ne conosce le debolezze, i peccati, le malefatte”.

7 aprile

Il Partito socialista ha terminato il 2 aprile il suo XLI congresso a Torino, Craxi è riconfermato segretario. Sulla tragedia di Moro sta per maturare una svolta, il tentativo di Craxi di dare scacco al Pci salvando Moro senza aderire pienamente alle richieste delle Br. Il cambiamento sarà palese tra due settimane il 21 aprile, quando la Direzione socialista si riunirà in via straordinaria, scartando l’ipotesi dello “scambio di prigionieri” ma affermando che “per parte nostra non è accettato un sorta di immobilismo pregiudiziale e assoluto”. La politica italiana è stata sempre una disperante questione grammaticale. Così, all’istanza brigatista che vuole spingere la DC alla “trattativa”, Craxi risponderà alzando la bandiera umanitaria delle “iniziative”, e i politici democristiani più avvertiti ne coglieranno lentamente la differenza, tanto che, negli ultimi giorni di vita di Aldo Moro, Fanfani (e Forlani) cercheranno di spostare su questa prospettiva – del trattare dando, senza concedere – tutta la DC: la riunione della Direzione democristiana del 9 maggio (voluta da Fanfani, presidente del Senato), pur a tempi scaduti, voleva portare a questo. Ma proprio durante l’incontro di false coscienze di quella Direzione, sarà annunziata la morte di Moro: la notizia è data a Zaccagnini che interrompe la seduta (stava parlando Forlani). Zaccagnini dice poche parole, le prime sono: “L’assassinio è stato compiuto”. Basterebbe questa frase a mostrare come tutto ciò che avviene nei 55 giorni, iniziati nel sangue e che in esso terminano, è una confusa – eppure precisa – costruzione dell’immagine del sacrificio, tutti sono intorno al corpo catturato, in cerchio, intenti a spiare verso quello spazio vuoto. A Genova, intanto, questo venerdì 7 gennaio, ancora un attentato delle Brigate Rosse: il presidente dell’Associazione Industriali, Felice Schiavetti, è colpito alle gambe. Ma sembrano azioni lontane, ripetute. Andreotti è a Copenaghen per il Vertice europeo. Sempre il 7 aprile, infine, “Il Giorno” pubblica una lettera di Eleonora Moro a suo marito Aldo, gli parla delle “ore di questi lunghissimi giorni”. A lei era giunta, due giorni prima, una lettera di Moro, c’è in essa una frase misteriosa, criptica, forse un segnale: “La giovinezza ha il dono della fermezza e di un po’ di alternativa”.

6 aprile

Moro scrive cercando una via d’uscita, quasi percorrendo i giri ripetuti di un’ellisse, riempie i fogli delle lettere, del Memoriale che in questi giorni d’aprile ha iniziato a scrivere e sarà ritrovato parzialmente l’1 ottobre 1978 a via Monte Nevoso (49 pagine dattiloscritte, copie dei fogli scritti a mano): la parte più consistente del Memoriale riapparirà nello stesso luogo, dodici anni dopo. Ciò che ora gli è intorno, nella sua cella, per Moro è dolorosamente nuovo, ma – in quell’improvviso solido caos – cerca di porre ordine, immaginare percorribili sentieri, linee riconoscibili. Affida tutto alla ragione, nasconde il pianto (in un libro attribuito a Gallinari “Ho sentito Aldo Moro che piangeva”, leggiamo che, il 21 marzo, Moro gli chiede notizie di “quegli uomini che erano con me quella mattina”, vuol sapere se “sono tutti morti o qualcuno si è”, dopo quell’esitazione Gallinari risponde: “No, non si è salvato nessuno”. Il diario così continua: “E ho voltato di nuovo le spalle, piegandomi sulle ginocchia per andarmene da lì. Ed è stato allora, mentre mi infilavo nel buco per rientrare nell’appartamento, che l’ho sentito. Ho sentito che Aldo Moro piangeva”. In quella stretta cella, inevitabilmente cominciò a percepire il tempo come una spiacevole continuità, un lungo giorno notturno spezzato solo dalla sua stanchezza, dagli interrogatori di Moretti e dal sonno che ancora con un certo ritmo medicava i suoi pensieri. Si sentiva abbandonato: non sapeva che Cossiga andava progettando per lui – se fosse stato liberato – l’internamento nel reparto psichiatrico di una clinica. Giovedì 6 aprile erano tre settimane dall’eccidio e dalla cattura (una parola che fa pensare agli ordinamenti arcaici della caccia, e del sacrificio). A sera, anche Zaccagnini si recherà a via Fani. Sempre il 6 aprile arriva un’altra lettera di Moro alla moglie (la data è del 7, che lui pensava fosse il giorno in cui sarebbe stata consegnata): contiene imperfezioni ed errori impensabili per la cura che Moro metteva nello scrivere: “Sono intatto e in perfetta 7-4-1978 lucidità. Non è giusto dire che non so più capace”. Due brevi proposizioni scombinate, scritte con indicibile fretta, aggiunte all’ultimo momento nella parte alta della prima pagina. Poi, l’inizio: “Mia carissima Noretta, questi fogli che ti accludo sono tutti, a loro modo, importanti e li dovrai leggere con la dovuta attenzione”: parla di Saragat, del segretario della D.C. Zaccagnini (“egli mi volle (per i suoi comodi) a questo odiato incarico”), di Leone, Piccoli, Bartolomei, Fanfani, Andreotti, e di un importante funzionario della Camera dei deputati, Tullio Ancora: la moglie Eleonora dovrebbe sollecitarlo a incontrare Berlinguer (“i comunisti sono stati durissimi, essendo essi in ballo la prima volta come partito di governo”). Dopo aver ricordato il nipotino Luca, Moro termina questa così compatta, e grammaticalmente strana, lettera con la più luminosa delle frasi, degna della sapienza greca dei tragici: “Forse non si deve essere, neppur poco felici”.

5 aprile

Intorno a un tavolo, il 2 aprile, Romano Prodi, direttore della casa editrice il Mulino, trovandosi in una giornata di pioggia con alcuni amici bolognesi nella casa di campagna di un suo collega partecipa a un’innocente seduta spiritica. Per la chiesa cattolica le sedute di questo genere non sono innocenti, le condannava nel suo catechismo il cardinale Bellarmino nel ’500, così Pio X (morto nel 1914) e, infine, col suo ponderoso catechismo del 1986, Giovanni Paolo II. Prodi e i suoi amici, seduti intorno a un bel tavolo con un foglio aperto su cui è un piattino da caffè, pensano di evocare nientemeno che Don Sturzo e La Pira. Vogliono notizie di Aldo Moro. Sul grande foglio bianco sono disegnate tutte le lettere dell’alfabeto, ma come messe a caso e distanti tra loro, e i numeri da 0 a 9. Tutti cercano di avvicinarsi con un dito al piattino posto sul foglio, sanno che non devono toccarlo ma solo avvertirne la presenza e comunicargli la propria vibratile attenzione perché si muova. Lo spirito evocato gli riverserà addosso la sua forza con la collaborazione delle mani che richiedono la risposta: si muoverà – sempre senza essere toccato – fino a fermarsi su diverse lettere, formando parole inaspettate. Gli spiriti questa volta rispondono e danno un’indicazione precisa: Gradoli. A via Gradoli, a Roma, la polizia c’era stata, il 18 marzo, subito dopo la strage: cinque agenti guidati dal brigadiere Merola (su richiesta del commissario Costa) avevano perquisito l’intero palazzo contrassegnato col n.96. Solo un appartamento era risultato chiuso, al secondo piano, scala A, quello con la targhetta “Ing. Borghi”, e i nostri poliziotti dopo aver inutilmente suonato avevano pensato bene di non insistere. Borghi era il nome di copertura di Mario Moretti, il capo delle Brigate Rosse, e Moretti abitava proprio in quella base delle Br, l’appartamento non controllato. Ora tornava “Gradoli” con la seduta spiritica raccontata da Prodi che, venuto a Roma per un convegno, si reca il 4 aprile dal capo ufficio stampa della D.C. Umberto Cavina e gli racconta l’accaduto. Così la polizia, immemore d’aver già incontrato questa parola e d’aver malamente ispezionato lo stabile di via Gradoli 96, dirige le proprie ricerche nella provincia di Viterbo, dov’è un paesino, circa mille abitanti, dal nome “Gradoli”. Anche la signora Moro – nel pieno della tragedia che la sua anima sopporta – viene a sapere della seduta spiritica e allora telefona a Cossiga, lo investe con assurda speranza (in realtà tutti pensano che sia – quella di Prodi – un’indicazione mascherata) e chiede al ministro dell’Interno se lui è sicuro che non esista a Roma una via Gradoli. Cossiga le risponde che non c’è sulle pagine gialle. Il 5 aprile, intanto, Moro nella sua cella comincia a scrivere il testamento che sarà ritrovato nella base (archivio) di via Monte Nevoso. Sono giorni in cui inizia a prender forma anche il suo Memoriale.
Infine, come interpretare quello che Prodi è venuto a riferire sugli spiriti, una forma di gesuitismo di un gruppo d’intellettuali bolognesi o l’astuto gioco del caso?

4 aprile

Le Br uccidono 2 carabinieri e 3 poliziotti per catturare Moro, lo rinchiudono nella più stretta delle celle ma gli permettono e favoriscono il più continuo dei rapporti con tutti coloro da cui, con violenza, è stato escluso, uomini politici, familiari, il segretario generale delle Nazioni Unite, il Papa. Guardo a questa sua figura doppia, chiuso e portato verso la più ampia possibilità di comunicare, penso a questa sua immagine contrastante e mi viene da interpretarla come quella di una vittima espiatoria (prima di diventare sacrificale). I brigatisti concretizzano l’incubo politico della sua voce continua e ossessiva, accusatrice nell’assenza, il delirio di una presenza (non più mediatrice politicamente) che taglia come un coltello colpe pregresse di un partito e dello Stato. Tutti odono la sua voce implacata mentre il suo corpo è paralizzato in una cella che i brigatisti non vogliono far trovare e il ministero dell’Interno e gli apparati non intendono veramente individuare. Lo sconcerto delle sue lettere è lacerante (lo abbiamo visto con quella a Cossiga del 29 marzo che ha creato stretti meati d’angoscia). Dal suo Erebo miniaturizzato Moro scriverà (oltre al suo vasto Memoriale) circa 100 lettere, e quelle agli uomini politici del suo Partito saranno sempre taglienti, in un’inesausta richiesta e condanna.

Questo gioco delle Br ad occultare e a mostrare attraverso le continue lettere la vittima (e la sua espiazione) avrà il 4 aprile un passaggio molto interessante: durante la seduta parlamentare della Camera dei deputati, dedicata al sequestro Moro) giunge la notizia del Comunicato n. 4 in cui si polemizza tra l’altro sulla non accettazione dell’identità di Moro come autore delle lettere: “la manovra messa in atto dalla stampa di regime attribuendo alla nostra organizzazione quanto Moro ha scritto di suo pugno nella lettera a Cossiga, è tanto subdola quanto maldestra”. La Spedito insieme al Comunicato n.4, è un importante documento redatto nel febbraio del 1978 in una villa di Velletri dove si riuniva la direzione della colonna romana, la Risoluzione della Direzione strategica, che aveva la sua origine in una bozza scritta in carcere dal “gruppo storico”. È un testo in cui sono esaltati la violenza e la guerra, per stanare il nemico di classe. Uno dei passaggi più importanti dice: ” Si può si deve vivere clandestinamente in mezzo al popolo, perché questa e la condizione di esistenza e di sviluppo della guerra di classe rivoluzionaria nello Stato Imperialista”. Nata per il dialogo interno, la Risoluzione viene ora resa pubblica, e questo mostra quanto sia stato dirompente per gli stessi Brigatisti la cattura di Moro. Con i due documenti c’è anche una lettera di Moro a Zaccagnini. Moro disorientò coloro che lessero la lettera – ed era tutta la D.C. – quando afferma: “Sono un prigioniero politico” e subito aggiunge: “Un prigioniero politico che la vostra brusca decisione di chiudere un qualsiasi discorso relativo ad altre persone parimenti detenute, pone in una situazione insostenibile”. Quel “parimenti” mette sullo stesso piano (della violenza e del potere) Brigate Rosse e Istituzioni. Così, Aldo Moro sconvolge i pezzi sulla scacchiera, li getta in aria. Nell’Ottobre 1990 in quella ch’era stata una base delle Br, a via Monte Nevoso n.8, fu trovata una variante di questa lettera, che poi era stata addolcita nel testo inviato a Zaccagnini. C’è, nella stesura di Monte Nevoso, una frase che andò perduta nella lettera definitiva, ma che è di grande suggestione e interesse critico: “Ed io ricordo che Berlinguer ebbe a dire che il massimo di reazione delle Brigate Rosse avrebbe avuto luogo al momento in cui l’accordo fosse stato raggiunto”. Le Br, quindi, erano state oggetto di riflessione critica tra i due uomini politici che s’avviavano a fare la loro rivoluzione impedita. Moro ora dava ragione alle previsioni di Berlinguer e aggiunge: “Com’è avvenuto. A mie spese”. Le Br censurarono quelle parole con l’allusione a Berlinguer e alla sua conoscenza dei meccanismi delle reazioni del gruppo terrorista, ma conservarono quei fogli.

3 aprile

La Bibbia che aveva richiesto, e i suoi carcerieri procurato, gli dava una forza fragile e terribile: nelle mani d’aria e fuoco di Dio c’era anche la cella in cui era costretto. I politici che gli si mostravano ostili li aveva messi lui in quei posti di comando, aveva insistito perché Andreotti – e non lui stesso – fosse ora presidente del Consiglio, e Cossiga fin dal sottosegretariato alla difesa del 1966 (terzo governo Moro) era stato solo lui a volerlo. La sua vita ora gli sembrava deformata, come per un orrendo processo di anamorfosi, si sentiva come un fiume cui fosse rimasta una sola sponda e l’altra si fosse aperta e distrutta in un’alluvionale violenza. Ma quell’unica sponda c’era ancora, era il rapporto con se stesso, la sua razionale fede, quella sua forza che aveva sempre cercato di nascondere in un linguaggio che gli altri chiamavano involuto e serviva a non sopravanzare, a tenersi ai bordi di quel potere che pure aveva: necessario per santamente dissimulare: ma ora il fiume della sua vita aveva perso la sua forma, l’equilibrio necessario delle rive. Il 3 aprile 1978 s’incontrano (per la seconda volta) i segretari dei partiti di maggioranza: il giorno dopo ci sarà un dibattito alla Camera, e tutti sono ancorati a una “linea di fermezza” tra mille sfumature: ma quella linea resta, confine inattraversabile. Nelle settimane che hanno preceduto la strage, Moro aveva ricevuto, “sia alla sua abitazione sia all’ufficio personale di via Savoia”, messaggi minacciosi firmati Brigate Rosse, tanto che il fedele maresciallo Leonardi proprio la mattina del 16 marzo “aveva raddoppiato l’abituale dotazione di proiettili per la sua pistola”. Cito da “Le idi di marzo” di Flamigni, 2006: “Aldo Moro aveva informato dell’arrivo di questi messaggi intimidatori gli uffici competenti. Ma, a quanto risulta, all’informazione non è stata data alcuna importanza”. Con l’uccisione di Moro, l’Italia avrebbe potuto prendere coscienza del suo stato di disgregazione e di cronica viltà, quel modello servile che Moro (con tutte le ambagi linguistiche e gli stretti fascinosi labirinti del suo pensiero) aveva cercato di superare e, con esso, l’eredità di Yalta, la nostra appartenenza americana. Tutta l’ira di Kissinger nei suoi riguardi, nel 1974 (presidenza Nixon) e il cinismo aggressivo di Pieczenik (presidenza Carter) derivano dall’aver capito di Moro questo suo progetto essenziale.

2 aprile

L’interpretazione mancata delle lettere di Moro mostra non solo l’incapacità dello Stato a leggere, a capire, ma già ad ascoltare la voce delle vittime. Nella Relazione di Minoranza sul caso Moro della Commissione parlamentare del 1981 (v. “Storia di un delitto annunciato” di Alfredo Carlo Moro, il giudice fratello del Presidente della D.C.) Sciascia riporta un’affermazione di Cossiga riguardante questo problema. Afferma l’allora Ministro dell’Interno: “Una decifrazione non fu fatta durante il sequestro. Procedevamo con metodi artigianali. Furono invece eseguite analisi linguistiche sui messaggi delle Brigate rosse”. Intanto, il 4 aprile perverrà a “Repubblica” il Comunicato n.4, oltre alla “Risoluzione strategica delle Brigate Rosse” e una lettera a Zaccagnini, scritta tra il 31 marzo e il 2 aprile, di tre fogli, numerati in alto al centro: prevede più lettori, sembra un oratorio teatrale in cui anche chi è muto partecipi allo strazio. Segretario della Democrazia Cristiana da luglio 1975, nella lettera Zaccagnini appare come la figura più drammatica, una sorta di proiezione di Moro senza averne la grandezza. “Moralmente sei tu ad essere al mio posto, dove materialmente io sono” grida Moro (gli ha appena detto di leggere la lettera a Piccoli, Batolomei, Galloni, Gaspari, Fanfani, Andreotti e Cossiga). Per la seconda volta cita il sangue della strage che ha preceduto la sua cattura, e nell’aggettivo “amministrative” indica il limite dell’addestramento e dell’organizzazione, la mancanza di auto blindate: “Se la scorta non fosse stata, per ragioni amministrative, del tutto al disotto delle esigenze della situazione, io forse non sarei qui”. Ne aveva parlato già nella lettera scritta tra il giorno di Pasqua e il successivo 27 marzo, mai recapitata alla moglie Eleonora, e ritrovata manoscritta nell’ottobre 1990 a via Monte Nevoso: “Intuisco che altri siano nel dolore. Intuisco ma non voglio spingermi oltre sulla via della disperazione”. La risposta della D.C. giunge attraverso “Il Popolo”, il giornale del partito, con una nota che rifiuta Moro e la sua voce, e l’affermazione che quello scritto “non è moralmente a lui ascrivibile”: al terrore delle Brigate Rosse si oppone l’orrore che il deserto politico gli contrappone. Una lettera (qualsiasi lettera) può leggerla solo chi ha l’umiltà di sapersi avvicinare al fuoco che le parole trattengono, senza aver timore di bruciarsi le dita. Il 2 aprile è domenica: Papa Paolo VI, all’Angelus di Piazza San Pietro, dice: “È già troppo alto il prezzo pagato con il sangue e con la desolazione di cinque famiglie, e sono disumane le sofferenze del rapito, l’angoscia silenziosa dei suoi cari, il trauma della coscienza pubblica. Ma noi non disperiamo, noi preghiamo”. Nel suo “Affaire Moro” dell’autunno del 1978, pubblicato subito dopo l’uccisione e il cadavere esposto in via Caetani, nel tempo del disorientamento e del lutto, Leonardo Sciascia, a proposito delle lettere, e in particolare di quella a Cossiga (recapitata il 29 marzo), fa ipotesi molto interessanti: “Escludendo che nella lettera ci siano crittogrammi o che sia possibile decifrarla secondo codici spionistici, resta da applicare un solo e banalissimo codice: quello che chiamerei dell’insensatezza, del nonsenso”. Aggiunge spiegando: “E la frase che nella lettera ha meno senso è questa: ‘Penso che un preventivo passo della Santa Sede (o anche di altri, di chi?) potrebbe essere utile’. Un passo della Santa Sede presso le Brigate rosse! Niente di più assurdo”.
Così sull’interpretazione sbarrata – e nemmeno tentata – delle lettere, Sciascia apre un sipario che altri, inciampandovi, non hanno saputo vedere.

1 aprile

Luciano Infelisi era sostituto procuratore della Repubblica di Roma (fu il magistrato che per primo raggiunse via Fani dopo l’eccidio). Il 27 gennaio 1981, interrogato dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Moro, farà alcune dichiarazioni sconcertanti che mostrano lo Stato italiano nella sua verità, un paese paradossale e fantastico che si regge a testa in giù. Infelisi così risponde: “La cosa la sorprenderà, ed io non me ne meraviglio. Nel periodo in cui io conducevo quell’indagine il mio ufficio non disponeva di nessun ufficiale di polizia giudiziaria: io conducevo le indagini con una dattilografa, e le dirò di più! Non avevo nella mia stanza il telefono”. Tre giorni dopo, è chiamato a deporre il procuratore della Repubblica di Roma, Giovanni De Matteo, diretto superiore d’Infelisi. Quando gli viene contestata la mancanza di strutture elementari come un telefono nell’ufficio di un sostituto procuratore, De Matteo risponde: “Sono riuscito ad ottenerne un certo numero ma non per tutti. Comunque il mio telefono personale poteva benissimo essere utilizzato; c’è l’anticamera del procuratore che ha il telefono anche con l’esterno, c’è il gabinetto del procuratore che ha un telefono anche con l’esterno. Quindi, in caso di necessità, si poteva benissimo venire nel mio ufficio per telefonare”.
L’1 aprile 1978, il procuratore De Matteo si reca a via del Forte Trionfale per ascoltare come testimone la moglie di Moro, Eleonora. Non si può sapere cosa si siano detti. È probabile che abbiano anche parlato della breve lettera che la signora Moro aveva ricevuto il 29 marzo (“Mia carissima Noretta, desidero farti giungere nel giorno di Pasqua, a te ed a tutti, gli auguri”). Moro era nato nel 1916 (nel 1948 era già sottosegretario agli Esteri), a sessantadue anni appariva stanco ma era di un attivismo inarrestabile. Gli ultimi anni erano stati terribili e contraddittori ed egli tracciava linee di ragione per orientare l’Italia e salvarla dal caos. Fu a un crocevia come questo (stava per nascere il primo governo con l’appoggio dei comunisti) che la vita gli si spezzò tra le dita. Due anni prima, nel 1976, al Congresso del Partito Comunista Sovietico, Berlinguer aveva, con un famoso discorso, sancito lo “strappo” del Partito Comunista da Mosca. Nasceva tra questi due uomini, di straordinaria generosità politica, il progetto politico del compromesso storico, avversato da molti, combattuto da troppe irragionevoli ostilità, fino a impedirne la nascita. Le Brigate Rosse interpretarono questa richiesta di morte che superava di molto la realtà italiana.

31 marzo

I giornali, la confusa e impaurita gente comune, i politici, girano intorno alla lettera di Moro a Cossiga, del 29 marzo, ipnotizzati. Il giorno successivo, l’incontro dei politici democristiani alla Camilluccia era terminato (secondo li verbale) come un cattivo teatro, grottesco e assurdo: “Conclude Cossiga ritenendo che Moro al nostro posto non avrebbe dubbi sulla fermezza”. Spudoratezza smentita nella stessa lettera che cita il caso Lorenz per indicare una via d’uscita (leader democristiano e candidato alla guida di Berlino, Peter Lorenz era stato rapito dal “Movimento 2 giugno” tre anni prima, il 27 febbraio 1975. Il governo tedesco trattò con i terroristi la sua liberazione rilasciando cinque anarchici e pagando un riscatto). A dare forza alla sua richiesta, nella sua lettera Moro     aggiungeva: “Un atteggiamento di ostilità sarebbe un’astrattezza ed un errore”. Intanto – lo ricorda Flamigni – soltanto sabato 1 aprile, quattro giorni dopo, Cossiga avrebbe trasmesso la controversa lettera al Procuratore della Repubblica di Roma, Giovanni De Matteo, con un foglio “Riservatissimo” su cui scrive: “Trasmetto fotocopia di una lettera dell’On. Moro pervenutami il 29 marzo 1978, con riserva d’inviare l’originale sul quale sono in corso accertamenti tecnico-scientifici di polizia giudiziaria”. In questo modo, il ministro dell’Interno s’era sostituito al giudice, contribuendo violentemente al caos e all’arbitrio.

Qualche giorno dopo, il 5 aprile, Moro comincerà a scrivere il cosiddetto “Memoriale”, che merita ancora approfondimenti e analisi (sarà ritrovato in via Monte Nevoso a Milano). Nelle prima pagine leggiamo: “Quel che vediamo particolarmente allineate in questa vicenda sono le forze politiche della D.C. e del Partito Comunista. Se sulla bocca del sen. Saragat, se nel linguaggio del Partito Socialista Italiano si colgono, pur con ovvia cautela, accenni umanitari e, sussurrati, accenni alla complessità del fenomeno, nei due Partiti ora citati sembra vi sia un uguale plumbeo rigore”. Moro vive la sua morte, furiosamente la respinge, rassegnato. Questa la descrizione che nel 2003 Giovanni Bianconi fa della prigionia e della sua liberatrice fatica di scrivere (Moro è visto attraverso lo sguardo di uno dei suoi carcerieri, Germano Maccari): “Di tanto in tanto Gulliver apre lo spioncino della cella e scruta l’uomo chinato a riempire pagine su pagine: il memoriale, le lettere agli uomini di Stato e ai suoi colleghi di partito, a improvvisati mediatori, ai suoi familiari. Un uomo che un po’ per necessità e un po’ per abitudine si accontenta di pasti frugali e pochi comfort. Per sé ha chiesto solo una Bibbia e la registrazione della messa domenicale”. La via della salvezza era la Democrazia Cristiana, in quel momento al Governo, di cui era ancora Presidente. Moro ne conosceva bene il grande pragmatismo ma anche l’invidia e l’incapacità a superarla. Al giornalista Ivo Mey che gli chiedeva come avesse vissuto quello sconvolgente 16 marzo 1978 (sarebbe stato nominato presidente del Consiglio quello stesso mattino), Giulio Andreotti risponde: “Tra l’altro il rapimento Moro capitò in un momento per me terribile, perché mia moglie era vittima di un terribile esaurimento nervoso, quindi avevo gìà grandi preoccupazioni per lei”.

30 marzo

L’8 settembre 1974 era stato catturato Alberto Franceschini (le Brigate Rosse, che lui aveva contribuito a fondare, esistevano da quattro anni). Tra i documenti che aveva con sé fu trovato un piano per il sequestro di Andreotti. Ascoltiamo Franceschini:“Sequestrare Andreotti allora era facilissimo, non aveva la scorta. Lo avevo pedinato e addirittura, nella chiesa sul Lungotevere, dove andava tutte le mattine alle 7, gli avevo toccato una spalla”. Anche Moro andava in chiesa, con metodica precisione, e i brigatisti lo avevano seguito e osservato misurando i suoi passi. Ma fu scelta una soluzione di guerra: la scorta distrutta in un amen per suggellare con la strage delle 5 vittime la cattura di Moro, e farne un’azione senza ritorno. Tutto quello che accadrà nei 55 giorni successivi – non scordiamolo mai – ha al suo centro il luogo vuoto dell’incrocio tra via Fani e via Stresa con quei morti: Moro va via portato in una cassa come un violoncello nella sua custodia, ma quei morti sono rimasti là come le cinque punte del disegno di una stella che s’era suicidata. Il 30 marzo (giovedì) nuovo Consiglio dei Ministri, dal verbale si legge che Andreotti blocca la discussione su proposte e iniziative (“se vi saranno fatti nuovi e decisioni da assumere … si riserva di convocare nuovamente i ministri”). Intanto il ministro dell’Interno Cossiga chiede al Procuratore Capo – secondo quanto gli permette il recentissimo d.l. 21 marzo 1978 – “di trasmettergli copia di tutti gli atti giudiziari”. Intanto, la lettera di Moro a Cossiga, recapitata ieri, è un incendio d’interpretazioni. La frase che brucia di più, e confonde, è: “Questa ragione di Stato nel caso mio significa (…) che io mi trovo sotto un dominio pieno ed incontrollato”. Soprattutto l’aggettivo “incontrollato” sembrerà – risultando troppo ovvio per un esperto dell’uso della lingua come Moro – sia stato messo ad arte per inviare un messaggio cifrato. Ma ci si sbizzarrisce subito, con acrimonia distruttiva (e con una certa malafede), sul credito che si possa dare a queste lettere scritte in così difficili condizioni. Il passaggio più interessante della lettera di Moro, e passa un po’ inosservato, è quello che si legge verso la fine quando, dopo aver chiesto che sia accettata l’eventualità di uno scambio tra prigionieri, dice: “Queste sono le alterne vicende di una guerriglia, che bisogna valutare con freddezza, bloccando l’emotività e riflettendo sui fatti politici”. La parola “guerriglia” usata da Moro, in un contesto drammaticamente violento, mostra la sua maturità interpretativa dei fatti, che egli subisce restandone fuori. Il giorno dopo, il 31 marzo, “Il Popolo” organo politico della Democrazia Cristiana, come concludendo, scriverà: “Riteniamo perciò di dover ribadire con meditata convinzione che non possiamo accettare il ricatto posto in essere dalle Br”.

29 marzo

Nella cella di via Montalcini – l’aria consumata – Moro incontrava Mario Moretti che gli chiedeva di rispondere a precise domande (c’era un microfono col registratore). In quel luogo strettissimo dalla luce sempre accesa, Moro scrive quasi in risposta a quello che già hanno voluto sapere, scrive anche moltissime lettere, ai familiari, agli uomini politici cui chiede di salvarlo, di cavarlo da quell’imbuto osceno: e dalla sua esasperazione esce un’ininterrotta richiesta logica. Anche i brigatisti scrivono. I loro Comunicati, traboccanti di esasperazione didattica, con definizioni precise come dogmi, sono spesso autoreferenziali, al limite della tautologia, e descrivono il mondo della loro mitologia politica da cui vien fuori l’antico grido degli oppressi cui essi aggiungono la loro oppressione a un corpo nudo (nella costrizione estrema della cella accanto) che finiranno con uccidere. Da quell’attesa di morte, come da un cerchio sottile, non riescono a uscire né i brigatisti, né i politici con la loro incatramata insensibilità. Moro sa tutto questo dall’istante successivo alla strage, dopo quei tre deliranti colpi di grazia. Un esperto americano di terrorismo, uno psichiatra, Steve Pieczenick consulente del Dipartimento di Stato americano, entrerà nel Comitato di crisi (o di esperti) del Ministero dell’Interno e resterà due settimane a Roma trascorrendo (come lui stesso racconta) parecchie ore al giorno con Cossiga. Nel 2001 rilascerà a “Italy Daily” un’intervista terrificante: “Moro doveva morire. La mia missione non fu mai quella di salvargli la vita. La mia missione, come viceassistente del Segretario di Stato americano e consulente personale del Ministro dell’Interno italiano, era di stabilizzare l’Italia, evitare il collasso della Democrazia Cristiana e assicurarmi che il sequestro non portasse i comunisti a prendere il controllo del governo”.
Il Comunicato n.3 analizza il concetto di “controrivoluzione” come condizione propria dell’imperialismo (“L’imperialismo è controrivoluzione”) aggiungendo, con ardita metafora: “la belva imperialista possiede sì artigli d’acciaio ma dicono anche che è possibile colpirla a morte, che è possibile annientarla strategicamente”. La guerriglia urbana, la “guerra di classe nelle metropoli” – continua il documento – ha tra i suoi fini quello di far emergere la verità dell’Imperialismo controrivoluzionario: sullo sfondo, la costituzione del “Partito Comunista Combattente”. Il 29 marzo, intanto, è consegnata ai giornali anche una lettera a Cossiga (che, per averlo chiesto, Moro riteneva non sarebbe stata resa pubblica). Vi affronta il nodo del problema del suo essere ostaggio: con fermezza gli dice che un’astratta idea della legge non deve mai sacrificare un innocente: “Il sacrificio degli innocenti in nome di un astratto principio di legalità (…) è inammissibile”. Lui sa che non è facile impegnarsi a salvarlo, sa quanto sia più facile cedere al richiamo oscuro del sangue, del sacrificio. Nello stesso giorno, a Roma, alla Camilluccia, preso atto della lettera a Cossiga si riunisce il vertice della Dc, riconfermando il rifiuto a qualsiasi trattativa.

28 marzo

La storia di Moro è quella di un personaggio da tragedia, come l’Orestea di Eschilo dove le morti sono sempre precedute da inganni, lacci, buche che s’aprono improvvise, vesti che indossate non permettono alla testa e alle mani di uscir fuori, e divengono trappole. Il giudice Alfredo Carlo Moro nel suo attento libro, “Storia di un delitto annunciato” scritto venti anni dopo la strage, cita Ranieri La Valle (nel 1978 deputato della Sinistra Indipendente) che – dopo aver paragonato il delitto Moro a quelli di Kennedy, Lumumba, Luther King, Allende, Monsignor Romero – afferma che “a differenza di quanto avveniva negli antichi regicidi dove si colpiva il potere in quanto espressione d’immutabilità e di conservazione, in queste vittime si è invece voluto colpire il potere in quanto fattore di cambiamento”. E, a conferma, appare inquietante la citazione immediatamente successiva riguardante il giudice istruttore del caso Moro, Ferdinando Imposimato, che letteralmente afferma: “Io sono convinto che il destino di Moro fosse segnato. Anche se non fosse stato ucciso dalle Br, Moro sarebbe stato eliminato dalle forze della destra eversiva internazionale ed italiana che ormai lo consideravano un fattore di destabilizzazione degli equilibri mondiali”. Quest’affermazione – per la responsabile fonte da cui deriva – tira in ballo P2 e Servizi segreti, i molti interessi di potenti nazioni che prosciugavano l’acqua della nostra politica per potervi pescare più agevolmente. Moro è stato preso, catturato e infine ucciso secondo rituali che vanno al di là della soppressione di un uomo, dilazionando e spostando la violenza ad un livello simbolico imprevisto. Il 28 marzo, in un’intervista al “Tiroler Tageszeitung”, Montanelli disegna uno scenario altrettanto chiuso: “Se Moro dovesse ritornare a casa (ed è un aspro incipit) e riprendere la sua attività politica con l’aureola del martire, allora andremmo verso un governo con i comunisti e, più tardi, l’uscita dell’Italia dal Patto Atlantico e ad una collocazione terzoforzista, come la Jugoslavia. Se Moro sarà eliminato fisicamente, come Schleyer, o se torna dopo un’umiliante trattativa con le Brigate Rosse, allora le cose possono andare diversamente. In tal caso il compromesso storico perderebbe il suo grande stratega e nessuno sarebbe in grado di raccogliere l’eredità di Moro”. Già da quando Moro ha visto il sangue della strage coprire la sua auto e la piazza, e ha sentito i tre terribili colpi di grazia ai suoi agenti di scorta, ha capito che lui non era più la stessa persona. Quel sangue gli gravò addosso insopportabilmente, con quel sangue i terroristi lo avevano reso colpevole, trasformato in un corpo sacrificale. Nei giorni che seguirono Moro s’impegnò (furiosamente nella sua pacatezza) a scrivere. Capì subito che non aveva più chi lo difendesse, chi lo pensasse vivo.

27 marzo

Ieri abbiamo analizzato la breve lettera, dal ritmo spezzato e quasi burocratico, alla moglie Eleonora. Scritta a Pasqua sarà fatta avere il mercoledì successivo, Ma la vera lettera di Pasqua, alla moglie, fu censurata: se n’è trovata una fotocopia incompleta, dodici anni dopo, nell’ottobre del 1990 ed è così intensa e importante che vale la pena di leggerla insieme. Iniziata la domenica, probabilmente continuata il giorno dopo, lunedì 27, è lunga, percorsa da varie tonalità, a volte scolastica, poi struggente, e con indicazioni inedite. Comincia con il soave “Vorrei dirti tante cose”, e subito “ma mi fermerò alle essenziali”: con leggera torsione Moro ha già recuperato la razionalità cui si costringe. La lettera è semplice , l’inizio è quello di un militare che scriva della sua prima esperienza di caserma: “Sono qui in discreta salute” ed è struggente quest’avverbio ma anche, a mio parere, estremamente indicativo: potrebbe voler dire (con quel “sono qui”) che è vicino, nella stessa città, ma i nostri indagatori erano troppo distratti per leggerle davvero le sue lettere (questa, poi, non fu neanche recapitata). Moro continua parlando del cibo, delle medicine, di quotidiane necessità. All’improvviso, un flusso caldo di tenerezza: “Puoi comprendere come mi manchiate tutti e come passi ore e ore ad immaginarvi, a ritrovarvi, ad accarezzarvi”, ma subito frena l’eccessiva partecipazione emotiva: “Spero che anche voi mi ricordiate, ma senza farne un dramma”. Anche in questo surreale carcere, Moro vive dentro complesse simmetrie, accurati sillogismi, e non permette a nessuna parte della sua anima di prevalere sulle altre: c’è un equilibrio interno ai suoi pensieri al quale egli tutto sottomette. In questa lettera all’improvviso ricorda i cinque agenti della scorta, con dolorosa perifrasi, quasi nascondendo quello che dice, tanto è difficile parlarne: “Intuisco che altri siano nel dolore. Intuisco, ma non voglio spingermi oltre sulla via della disperazione”. Continua citando il suo lavoro scolastico, gli allievi, altro. Poi torna sul luogo dell’agguato (da cui non s’è mai allontanato): “Sempre tramite Rana, bisognerebbe cercare di raccogliere 5 borse che erano in macchina. Niente di politico, ma tutte le attività correnti, rimaste a giacere nel corso della crisi. C’erano anche vari indumenti da viaggio”. Miguel Gotor fa notare che “la fotocopia del manoscritto termina tronca, con l’ultima parola che occupa l’angolo estremo del foglio senza che seguano segni d’interpunzione”. Ma l’altro foglio non c’è. Non sapremo mai il seguito di questa lettera non spedita. La parte recuperata finisce con la parola “viaggio”, come un segnale verso un dove, che in quel lunedì di Pasqua lui cercava di non sapere. In “Todo modo” (1974) Leonardo Sciascia fa dire a un suo personaggio: “Ecco che lei torna alle parole che decidono, alle parole che dividono: migliore, peggiore; giusto, ingiusto; bianco, nero. E tutto invece non è che una caduta: come nei sogni”.

26 marzo

“Correvano entrambi, ma l’altro discepolo corse più velocemente di Pietro e arrivò al sepolcro per primo; chinatosi, vide le bende abbandonate a terra, ma non entrò. Giunse anche Simon Pietro, che lo seguiva: entrò nel sepolcro e vide le bende abbandonate, e il sudario che era stato posto sul capo di Gesù, non con le bende ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo”. È il capitolo 20 del Vangelo di Giovanni. Questa domenica di Pasqua del 26 marzo 1978, il cristiano Moro ripensò – inevitabilmente – alle Sacre Scritture, forse rivide la corsa di Pietro e Giovanni di cui parla il vangelo di quest’ultimo, Pietro che arriva dopo ma entra per primo nel sepolcro vuoto. Quella corsa dei due discepoli contrastava così fortemente con la sua dolorosa costrizione. Intanto i giornalisti, che non riuscivano a mettersi in contatto col giudice Infelisi, finirono col chiederne al procuratore capo De Matteo: questi con burocratica sufficienza li rassicurò dicendo che i “magistrati sono intercambiabili tra loro” (“si saprà poi che in quei cruciali giorni il giudice Infelisi era in Calabria per motivi personali, cioè in vacanza”, annota Sergio Flamigni). L’Italia era una lunga scala che, per i troppi gradini rotti o mancanti, costringeva a ricominciare sempre faticosamente a salire. Ma anche i brigatisti non erano da meno dei funzionari dello Stato. Anna Laura Braghetti, una dei quattro carcerieri di Moro, racconta che in quel giorno di Pasqua era lontana (come il giudice Infelisi): “Io ero impegnata nella mia identità di copertura, la cara Lauretta, tutta sorrisi e uova di cioccolato per i bambini della sua famiglia”. Quel giorno, Moro scrive una lettera alla moglie Eleonora. Sarà recapitata a Nicola Rana, suo segretario il 29, perché la consegni,  e spedita insieme a quella al ministro dell’Interno, Cossiga. La lettera a Cossiga era stata più volte corretta (“probabilmente Mario ne discusse con lui il contenuto” dice Braghetti): Moro aveva chiesto rimanesse riservata e gliene fu data assicurazione, invece – mercoledì 29 – verrà spedita ai giornali, a Torino, a Roma, a Milano, a Genova, insieme al Comunicato n. 3. Alla moglie (dalla difficile prospettiva di un carcere) scrive con amore e fredda sollecitudine: “Mia carissima Noretta, desidero far giungere nel giorno di Pasqua, a te ed a tutti, gli auguri più fervidi ed affettuosi con tanta tenerezza per la mia famiglia ed il piccolo in particolare, ricordami ad Anna che avrei dovuto vedere oggi. Prego Agnese di farti compagnia la notte. Io discretamente; bene alimentato ed assistito con premura. Vi benedico, invio tante cose care a tutti e un forte abbraccio. Aldo”.
Quel giorno, Andreotti annota sul suo Diario: “Il buio non si dirada”.

25 marzo

Il Comunicato n.2 delle Br viene fatto trovare in più città, Torino, Roma, Milano, Genova e comincia con la parola “spettacolo”: “Lo spettacolo fornitoci dal regime in questi giorni ci porta ad una prima considerazione. Vogliamo mettere in evidenza il ruolo che nello SIM vanno ad assumere i partiti costituzionali”. Il testo ricostruisce, poi, l’attività politica di Moro per mostrarne la pericolosità e l’asservimento alla strategia capitalista: “Chi meglio di Aldo Moro potrebbe rappresentare come capo dello SIM gli interessi della borghesia imperialista?”. Il testo è faticoso, leggermente ripetitivo, appesantito dal lungo insistere sulle attività politiche di Moro fin fagli anni fin dal 1955 quando partecipa al Governo Segni come ministro di Grazia e Giustizia. C’è un passaggio particolarmente interessante, ed è il riferimento a Mao: “Sin dalla sua nascita la nostra Organizzazione ha fatto proprio il principio maoista “contare sulle proprie forze e lottare con tenacia”. Intanto, il Sismi comunica al Ministero dell’Interno che Moro si trova in un’isola greca. Poi, la notizia si cancella. La cito per indicare un frammento del caos – verità spesso violate, deviate – in cui si costruisce quella nebbia che ancora, dopo quarant’anni non è diradata. Riccardo Curcio, dopo l’assassinio di Mauro Rostagno (26 settembre 1988), in un’intervista a “Frigidaire” si domanda: “Perché ci sono tante storie in questo paese che vengono taciute o non potranno mai essere chiarite per una sorta di sortilegio? Come piazza Fontana, come Calabresi, che sono andate in un certo modo e che per venture della vita nessuno può più dire come sono veramente andate; sorte di complicità fra noi e i poteri, che impediscono ai poteri e a noi di dire cosa è veramente successo”. La stessa irrazionale “complicità” che grava ancora sulla strage, e la cattura e morte di Aldo Moro.
Sempre il 25 marzo 2018, Luigi Compagnone scrive sulla prima pagina di “La Stampa” un articolo (“Lettera a Sciascia”) denso di impegno e passione: “Tu avesti il potere di scrivere che di questo Stato non te ne importava niente e che per te poteva tranquillamente (o disperatamente) morire. Io, tu lo sai, fui d’accordo con te. Non più oggi (…). Sì, questo Stato non è la Città del Sole (…) pure, e te lo dico con angoscia, questo Stato è la nostra realtà”.

24 marzo

Nelle devastazioni, nei disastri, c’è un duplice atteggiamento dell’opinione pubblica: tende ad anestetizzare la propria ansia per difendersene ma, con la sensibilità malata di chi non dorme, scova sintomi dappertutto. Poi c’è la realtà concreta, con le sue schegge inarrestabili. Il 24 marzo 1978 era venerdì, le Brigate Rosse a Torino feriscono gravemente, “gambizzano” l’architetto Giovanni Picco, sindaco democristiano di Torino dal 1973 al 1975. Mentre la vita di Moro si distrugge e si esalta in una stretta tana, il box, come lo chiama Moretti nel suo dialogo con Rossana Rossanda e Carla Mosca: “Quando entro nel box metto una specie di passamontagna di cotone”, ma poi lui, il capo delle Brigate Rosse, aggiunge che non si trattava di un processo ma di una conversazione e se, per catturare Moro, non avessero stabilito quell’orrenda rappresentazione medievale delle cinque vittime esibite, potremmo anche accettare questa più leggera terminologia (“Ma no, non è stato un processo anche se scrivevamo così”). Oltre al tempo giudiziario degli interrogatori, Moro passa questi giorni – in cui sperando sempre più dispera – scrivendo. Sa quello che loro vogliono sapere, e lui scrive. Moretti c’informa (“Si alza pochissimo dalla branda, sta sempre sdraiato. Legge e scrive con i cuscini dietro la schiena. Porta una tuta da ginnastica che gli abbiamo procurato e provvediamo a cambiargli”) e sembra affascinato da quel nemico catturato: “Ha molta carta, scrive in continuazione (…) non fa che scrivere”. Moretti definisce la cella di Moro un cunicolo, “un cunicolo alto, lungo e molto stretto”. E mi fa pensare all’immagine dell’imbuto nell’incendio delle parole del regista Giuseppe Ferrara, alla fine del suo libro (del 2003) sull’incidenza devastante della P2 nella cattura e la progressiva morte che per 55 giorni prende consistenza come un inarrestabile diluvio: “La storia d’Italia del dopo Moro è la storia di una nazione che ha le sue forze migliori costrette in una specie d’imbuto; finora faticosamente, riescono a passare, ma non c’è respiro. L’imbuto piduista rende la politica esplicita, e quella occulta, densa di perversioni”. Moro prigioniero usciva fuori da quell’angustia scrivendo, ricostruiva il passato con severità secondo strette prospettive di moralità politica, e non risparmiava nemmeno se stesso, mentre tutti i personaggi della nostra recente storia gli s’affollavano intorno. Si sapeva morto nella facile dimenticanza del suo Partito.

23 marzo

Mi viene in mente il terzo capitolo di Giobbe, quando grida la sua disperazione. Se non fossi nato – dice – sarei in un luogo senza dolore, dove “i prigionieri (“vincti”) non sono costretti a udire la voce dell’aguzzino”. Sono trascorsi quasi 2500 anni da quando sono state scritte queste parole ma tutto è rimasto intatto: il potere sul corpo di un altro si esprime nello stesso modo, in una tremenda oscenità, e quel potere aggredisce attraverso la parola. Qualcosa a cui Moro non poteva non pensare – e che certamente gli ritornava come un’ombra che pungeva e gli dava poche speranze – era l’asimmetria tra il suo rapimento e l’uccisione bestiale dei cinque uomini della scorta (a tre di essi era stato dato il colpo di grazia) nella volontà definitiva di annullare quei cinque agenti, cinque lavoratori colpevoli solo d’interpretare a loro insaputa un ruolo simbolico. Avrebbero potuto prendere Moro in tante altre occasioni, durante le sue passeggiate nei viali intorno alla Farnesina, col solo maresciallo Leonardi, o in chiesa (come pure avevano inizialmente pensato), ma infine tutto fu stato studiato per legare la cattura alla strage. Moro prigioniero, ora non poteva parlarne, né scrivere, ma certo sentiva quel salto verso l’assurdo cui l’aveva spinto la strategia dei brigatisti: era stato estratto – come in una nascita chirurgica – dal sangue, quasi a fargli intendere che da quel momento niente era più come prima. Catturato come un animale in una selva, dopo una serie d’impedimenti e annullando possibili vie di fuga. Era la cosiddetta “tecnica a cancelletto” (come suggerisce Sergio Flamigni), una serie di trappole. Come i pescatori fanno coi tonni e i cacciatori coi cinghiali. Ma da dove i brigatisti avevano preso quest’innominabile sacralità e necessità della strage? Sempre Flamigni, in un suo attentissimo libro del ’93, suggerisce che questa ossessione sia venuta alle Brigate Rosse, dalla cupa fascinazione subita dai terroristi tedeschi della Raf, quando rapirono (anche allora a un incrocio di strade) il presidente della Confindustria tedesca Schleyer, sei mesi prima, il 5 settembre 1977, uccidendo con assoluta determinazione tre agenti e l’autista (poi lo costrinsero in un furgoncino). In quelle lunghe ore in cui il tempo gli si fermava nella gola come un respiro sbarrato, Moro sentiva che la sua condizione di prigioniero era disarticolata, legata in maniera sconnessa alla morte non necessaria di cinque uomini che ora, come solide ombre, stavano da qualche parte, poco lontano.

22 marzo

Maria Cristina Rossi, una giornalista, due giorni dopo la strage, e la cattura di Moro, consegna al sostituto procuratore Infelisi un rullino fotografico con immagini che il marito, Gherardo Nucci – fa il carrozziere in via Fani dov’è anche la loro abitazione – aveva scattato dal balcone di casa, al quinto piano, quando l’attacco delle Brigate Rosse era nella fase finale o si era appena concluso. Una decina di fotogrammi di valore straordinario (negato, poi, dal giudice) ma che in ogni caso andavano custoditi: e invece – e sembra un salto di acrobati della Commedia dell’Arte – delle fotografie, della loro indiscussa forza testimoniale, non c’è più traccia. Scriverà Sergio Flamigni (membro della Commissione d’Inchiesta sul caso Moro) che Infelisi, interrogato dalla Commissione, ebbe a dire: “Le foto in questione non furono acquisite dal processo perché ritenute di nessun valore probatorio”. Sì, ma com’è possibile che siano state smarrite? Così, è andato avanti il disastro, come un torrente che trascini con sé ciò che incontra. Come ci ricorda lo stesso Flamigni (nel suo La tela del ragno del ’93), mercoledì 22 marzo, al Servizio Segreto del Ministero dell’Interno, Sisde, “viene segnalato che la signora Maria Cristina Rossi, redattrice dell’Agenzia di Stampa Asca, avrebbe ricevuto minacce dopo aver consegnato al sostituto procuratore Luciano Infelisi un rullino di fotografie”.
Sono passati solo pochi giorni dal feroce agguato e tutto comincia già a sembrare lontano, ed è l’aspetto brutale delle tragedie, il loro rapido normalizzarsi: le macchie di sangue si scolorano, la coscienza s’impolvera e diventa gesso, il ricordo esercitazione d’archivisti. Ciò che è accaduto, molto presto, riguarda solo coloro che ne sono morti. Moro è in un limbo doloroso, lo si potrebbe salvare ma nessuno pare sappia come arrivare a lui, che intanto scrive curvo su se stesso, seduto su una branda militare, a parlare con sconosciuti brigatisti cui, con intelligenza politica, attribuisce dignità di guerriglieri. Intanto, i giornali illustrano i provvedimenti del giorno prima varati dal Consiglio dei Ministri. “La voce repubblicana” scrive che sono insufficienti. La Malfa, nell’editoriale, insiste per il ripristino della pena di morte, mostrando tutto il suo sgomento.

21 marzo

Un episodio raccontato da Anna Laura Braghetti (non sappiamo a quale giorno attribuirlo) mostra come l’inconscio delle cose sopravanzi la nostra vita, ne definisca i sentieri che ci siamo vietati e li riveli alla nostra difficoltà di comprendere. La Braghetti portava ogni mattina nel piccolo giardino del covo di via Montalcini (i brigatisti chiamavano “base” quelli che i giornali indicavano come “covi”) una gabbietta con due canarini gialli che era appesa, in alto, al soffitto della stanza dove essi si riunivano. All’improvviso s’accorse della porticina della gabbia lasciata aperta, e della scomparsa degli uccellini. Fu presa dal panico nel timore d’essere rimproverata da Prospero Gallinari (carceriere di Moro, insieme a Mario Moretti, a Germano Maccari e alla stessa Braghetti). Tornata in casa, frastornata per l’accaduto, guarda attraverso lo spioncino della stretta cella di Moro: “Il prigioniero sedeva sul letto, un taccuino sulle ginocchia, e scriveva. In questi giorni scriveva sempre”.
Con dei fogli sulle ginocchia scrisse tutte le sue lettere, il memoriale, innumerevoli pagine dense di fatti, rabbia, macerie della più difficile autoanalisi. Come nella storia dei canarini, i piccoli fatti quotidiani e la storia imperscrutabile sempre si urtano, senza toccarsi. Al Viminale, intanto, il Comitato tecnico-operativo, in assenza del ministro dell’Interno Cossiga, è presieduto dal nostro concittadino il sottosegretario Nicola Lettieri. Mentre nel Consiglio dei ministri di quel 21 marzo, iniziato alle 11, viene discusso il Decreto Bonifacio, dal nome del ministro di Grazia e Giustizia, in cui vengono inasprite le sanzioni per il sequestro di persona, sia a scopo di estorsione che per finalità terroristiche. De Mita e il ministro Colombo prendono una posizione che contrasta con gli altri. Nel testo a stampa che ricostruisce, verbalizzando, la seduta, si legge che i due ministri “sostengono che il Governo può e deve assumere iniziative più incisive per tutelare il bene della libertà del cittadino” e, alla fine, Colombo con dolenza dirà: “La montagna ha partorito il topolino”. Infine, il Decreto viene integrato con l’obbligo dei proprietari a comunicare, “entro quarantotto ore alle autorità di pubblica sicurezza”, i nomi di coloro che abbiano preso in fitto (o acquistato) dal 30 giugno 1977, una stanza, un appartamento, un fabbricato. Ma, durante tutto il Consiglio dei Ministri, il nome di Moro non viene pronunciato mai.

20 marzo

È il giorno in cui il giudice Luciano Infelisi rilascia Franco Moreno, un operaio che ripara antifurti. La sua presenza nella ricostruzione della morte di Moro è un rebus appena avvertibile: viene fermato il 17 marzo, accusato di favoreggiamento (nella sua abitazione sarà trovata una sirena simile a quella che nascondeva il cofano anteriore di una delle vetture dei brigatisti) ma tre giorni dopo è fuori. La sua storia comincia il mese prima, agli inizi di febbraio quando viene sorpreso in via Savoia a sbirciare con eccessiva curiosità nel giardino su cui s’affacciano le finestre dello studio di Moro. Il giorno prima della strage il capo della Polizia, Giuseppe Parlato, ha incontrato il segretario di Moro, Nicola Rana, aggiornandolo sulle indagini riguardanti Moreno: una persona certamente inquietante se cinque anni prima era stato imputato per spionaggio politico su denunzia dell’ambasciata del Libano. La storia di Moreno resterà sospesa tra gli altri mille nodi mai sciolti, a volte evanescenti, altre volte cupi e forse solo apparentemente senza rapporti con l’azione di via Fani: come l’uccisione eseguita con tecniche militari di Fausto Tinelli e Lorenzo Jannucci appartenenti al Circolo Leoncavallo, due giorni dopo la strage di via Fani. Tinelli abitava a Milano, in via Monte Nevoso proprio di fronte a quello che si rivelerà un importante covo delle Brigate Rosse (dove saranno ritrovati, il 1 ottobre del 1978, documenti essenziali). La regia del ritrovamento appartiene al caso o a qualcuno che lo aveva interpretato: un borsello perduto in un tram a Firenze permetterà di raggiungere quel covo di grande rilievo. Ma tutta la storia che gira intorno alla morte di Moro sembra spesso fermarsi, ripetersi, e quasi ricominciare: nello stesso appartamento di Monte Nevoso tanti anni dopo, nel 1990 furono ritrovati altri documenti, non meno importanti.
Erano giorni confusi quelli di metà marzo 1978. Il 16 – mentre Moro è trasportato di corsa per Roma, in una cassa di legno con due manici (il particolare dei manici lo narra Anna Laura Braghetti) – si vara il nuovo governo. Solo pochi giorni prima, la Camera aveva votato la prosecuzione dei procedimenti nei riguardi del ministro Gui sullo scandalo Lockheed: Moro aveva preso con veemenza la parola gridando (lui, abituato a parlare in un soffio d’aria) che “la DC non si lascerà processare”. Ma in quello scandalo anche lui stava per essere trascinato, dalla diffamazione. C’era poi la situazione di ostilità crescente tra Zaccagnini e Andreotti, che Moro cercava di controllare. Infine, lo stato di agitazione studentesca gli dava non poche apprensioni. In queste complesse, e molte altre ancora, linee di fuga s’inscrive la tragedia di via Fani che sembra azzerare tutto, sbiancare la scena politica e lasciare tutto solo Aldo Moro, “rinchiuso” (come hanno scritto i brigatisti nel Comunicato n.1) in una cella grande quanto una porta, secondo la suggestiva definizione di Miguel Gotor (“quanto una comune porta di appartamento, stipiti compresi”). Siamo abituati a leggerle le tragedie, quando invece siamo costretti a vivere il loro tempo, anche solo da lontano, non riconosciamo l’agguato del sangue nel quale anche siamo caduti: ci disperiamo cercando di uscirne o di non vedere. I protagonisti, e coloro che ne lambiscono l’ombra, non sapranno poi dire quello che è avvenuto ma il buio delle loro parole spiega la caduta che si ripete, dà un nome all’angoscia.

19 marzo

Le cinque copie del Comunicato n.1 sono arrivate il 18, insieme alla fotografia di Moro, e pubblicate dai giornali il giorno successivo. Questo primo Comunicato tende a disegnare il perimetro dell’azione terrorista. Il tono è aspro, aggressivo, ingigantisce l’avversario per rendere più dirompente il proprio coraggio. I cinque uomini della scorta, due carabinieri e tre poliziotti, familiari nella consuetudine con Aldo Moro – in particolare Leonardi e Ricci – diventano, ad apertura del Comunicato, “famigerati corpi speciali”. Di Moro con derisione (siamo nella vertigine di una non conclusa tragedia) è detto che “dopo il suo degno compare De Gasperi, è stato fino ad oggi il gerarca più autorevole”: e così è spiegato anche il senso della sua scelta e non di un altro politico. L’ostaggio non poteva che essere democristiano perché – dice il Comunicato – è essa, la DC, la più attenta interprete della politica degli Stati imperialisti delle multinazionali, è essa “il nemico più feroce del proletariato, la congrega più bieca di ogni manovra reazionaria”. Intanto, così inizia il testo, ”un nucleo armato delle Brigate Rosse ha catturato e richiuso in un carcere del popolo Aldo Moro”. Passerà una settimana per il secondo Comunicato (il 25 marzo). Intanto, in via Licinio Calvo viene trovata la terza automobile dei brigatisti, è inutile chiedersi come facessero a portarle in quella strada non anonima, ormai segnata dai precedenti ritrovamenti, indisturbati. S’era appena messa in moto una tortura da cui non si salverà nessuno. Il 19 marzo 1978 è domenica. A Palazzo Chigi una nuova riunione, cui partecipano un po’ tutti, da Andreotti al segretario del Cesis Gaetano Napoletano, al ministro dell’Interno Cossiga. Quindici anni dopo nel 1993, il 28 novembre (l’anno prima aveva terminato il suo mandato presidenziale) in un’intervista a una televisione tedesca, la Westadeutscher Rundfunk, Cossiga dice parole terribili, non dimenticabili: “Io ero tra i più irremovibili. Sapevo che Moro sarebbe morto: era questa la mia tragedia personale. Sapevo che la nostra irremovibilità avrebbe condotto all’uccisione di Moro”. In quella stessa intervista (forse era la prima volta che parlava di Moro pubblicamente) svela l’angosciante piano Victor, dice che se Moro fosse stato liberato, “nessuno avrebbe avuto contatti con lui al di fuori di me, di uno o due magistrati e della famiglia”. Continua parlando dell’immediato internamento di Moro in una clinica: “L’avremmo portato in una clinica (…) dove tutto era predisposto (…)”. Si tratta di una stanza del Policlinico Gemelli. Sempre il 19 marzo, mentre i nostri fantasiosi e impietosi politici si riuniscono, a mezzogiorno il Papa s’affaccia alla finestra del suo studio di Piazza San Pietro e dice alla folla che agita un vento di piccoli rami: “Preghiamo per l’onorevole Aldo Moro, a noi caro”. Era la domenica delle Palme.

18 marzo

I brigatisti s’affrettano a fotografarlo per far entrare tutta l’Italia nella sua cella. È il 18 marzo quando a un redattore del “Messaggero” vengono fatti trovare il Comunicato n.1 e la fotografia di Moro: che sorprende tutti, mostra il buio, la violenza, la cattura, la pazienza infinita della vittima, tutto messo in bell’ordine, in posa. La fotografia è pubblicata su tutti i giornali il giorno dopo, il 19. Con quell’immagine, la cella s’è aperta ed è diventata piazza, ma per quel povero corpo che ha freddo s’è chiusa ancora di più. Moro sa che deve solo aspettare ma sa quanto inutile sia farlo. Conosce le trappole delle parole, i labirinti delle azioni, è come Tiresia nella “Terra desolata” di Eliot, quando dice d’aver già sofferto tutto, in anticipo. Nella fotografia, davanti alla stella dei brigatisti fissata al muro, Moro è ripreso in piano medio, la testa piegata leggermente verso destra, il sorriso che si spegne, lo sguardo stanco come non vedesse il fotografo (la camicia aperta lascia scorgere la canottiera a girocollo). Con quella prima fotografia i brigatisti hanno abbattuto la parete tra lo stretto carcere e l’esterno, le mille periferie, le città impaurite e avide di sapere. Ci sarà una seconda fotografia, molti giorni dopo e mostrerà la conoscenza delle operazioni artistiche, in particolare dell’arte concettuale, da parte dei brigatisti perché Moro è mostrato con “Repubblica” del giorno 19, il numero del giornale che aveva riportato la prima fotografia, quella che abbiamo appena analizzato: un gioco di specchi complesso e non immediatamente avvertibile ma presente nella complessità dei messaggi. Restiamo al 18 marzo, con l’invio della fotografia dell’ostaggio i brigatisti ormai sono in grado di dettare il tono e la violenza della prima pagina dei giornali. Ha scritto Marco Belpoliti: “Moro è consegnato alla foto documentale nel ruolo inevitabile di sovrano detronizzato e condannato, e quindi restituito, poco prima dell’esecuzione, all’aspetto di privato cittadino, di uomo ordinario, proprio perché la condanna è certa”. La fotografia fatta pervenire al “Messaggero” è in bianco e nero, realizzata con una polaroid, utilizzando un flash. Il rettangolo dell’immagine era stato ridotto con le forbici per evitare di dare informazioni sulla macchina fotografica, il tipo di carta, altro. Della tragedia di un uomo tratto illeso dal sangue di una strage, questa così composta fotografia non poteva dare altro che un’eco, la superficie buia della vertigine, il teatro bianco dell’inganno seducente che la rappresentazione sempre porta con sé. In quel giorno, 18 marzo, si svela il rapporto asimmetrico tra la strage (la cattura) e la debole incertezza dello Stato, anche quando questo s’ostina a credersi inconsapevole della propria complicità. La mattina di quel giorno, il secondo dopo l’agguato, il brigadiere Domenico Merola e gli agenti del commissariato Flaminio Nuovo perquisiscono l’edificio n.96 di via Gradoli, il palazzo dove abita Mario Moretti, la guida strategica delle Brigate Rosse. Tutti gli appartamenti vengono minuziosamente controllati salvo quello dell’ing. Borghi (che è il nome di copertura di Moretti): gli agenti si giustificheranno dicendo che nessuno aveva aperto la porta, dopo che era stato suonato il campanello. A fine mattinata, intanto, la fotografia di Moro ha raggiunto i giornali allontanando ancora di più, in una realtà teatrica irraggiungibile, la vittima.

17 marzo

La pietra, con cui termina il mio intervento di ieri (16 marzo), scese subito verso il basso, sembrò perdersi in un gorgo. Basta una notte per allontanare, anche un poco, quell’evento indicibile e vederlo riproposto dai giornali con drammatico rilievo ma come avesse già un epilogo (perché aveva ormai avuto un inizio). Fa parte della nostra natura, e della nostra civiltà, abituarsi al male. Ciò che era assurdo il giorno prima (quanto acre), diventa memoria. Intanto, continua il ritrovamento delle auto, in via Licinio Calvo è recuperata la Fiat 132 blu sulla quale Moro era stato costretto a salire: nella stessa strada il giorno precedente era stata trovata la 128 bianca dei brigatisti che, nel cofano anteriore, aveva – nascosta – una sirena, come quelle della polizia. Sulla 128, subito un interrogativo: quando l’hanno portata in quella strada, se nella giornata del 16 non c’era? Sembra di vedere Roma dall’alto con le sue vie ben disegnate, le auto che scorrono, si nascondono, riappaiono, e l’orrore nascosto in ogni angolo. Nel docufilm di Ezio Mauro (Il condannato) ieri trasmesso da Rai 3, Adriana Faranda (che ne diventa protagonista per un’intervista che percorre tutto il film) rispondendo a Mauro dice che era stato scelto il giorno 16 per creare una specularità col processo dei brigatisti rossi, che iniziava a Torino, ma sarà anche il giorno in cui si vota il quarto governo Andreotti, il primo con la partecipazione del PCI: alla Camera 545 sì, 30 no. Che i brigatisti possano chiedere scambi di prigionieri è già chiaro il giorno dopo la strage e la cattura di Moro, se il Presidente di Corte d’Assise di Roma, Guido Barbaro, dichiara: “Su possibili proposte di scambio sarò io a decidere”. Eleonora Moro è andata a via Mario Fani, s’è fermata un attimo in silenzio. Il 17 è una giornata disorientante per Aldo Moro costretto a familiarizzarsi con lo spazio ostile della cella, con le voci dei brigatisti, la difficoltà di muoversi: è uno sforzo enorme in cui deve ricostruire i suoi gesti necessari, i movimenti anche minimi. Tutto per lui comincia daccapo. Venerdì 17 marzo è anche il giorno in cui è stato fotografato se la sua immagine sarà fatta trovare il giorno dopo in una busta gialla a Largo Argentina, dopo aver avvertito un redattore del “Messaggero”.

16 marzo

Quella mattina di giovedì 16 marzo 1978, qualcuno, intorno alle 10, entrò all’improvviso nell’aula delle riunioni a via Urbano II a Salerno (facevo parte di una commissione per il trasferimento dell’Università a Fisciano: sarebbe avvenuto dieci anni dopo) e disse trafelato che Moro era stato rapito. Uscimmo in fretta, tutti, dalla stanza senza nessun motivo: una reazione che resta per me inspiegabile, come avessimo voluto liberarci da qualcosa, l’incubo che avevamo appena appreso. Era stato catturato un uomo che tutti, anche gli avversari politici sentivano, nella sua complessità, anche sapienziale e paterno. Non sapevamo ancora che erano stati uccisi quattro agenti della sua scorta e un quinto ferito gravemente (morì qualche ora dopo). Usciti dalla stanza, ci ritrovammo in un corridoio male illuminato. Dopo molte parole e un confuso silenzio, dissi che era opportuno rientrare, Giuseppe Cacciatore rispose che avremmo dovuto sospendere.
Intanto, Moro stava vivendo il suo progressivo strazio: nella familiarità atroce col sangue degli agenti della scorta e il suono aspro dei colpi d’arma, è preso, trascinato in una diversa auto, infine in un furgone per essere piegato in una cassa e spostato su un nuovo veicolo (una Citroën Ami 8) fino a raggiungere il covo di via Montalcini. Di Moro, in un tempo brevissimo, era rimasto in vita solo un dolore estremo, aveva il suo volto e la voce.
Dalle 8.30 i brigatisti, nelle loro mascherate divise, erano appostati nell’incrocio tra via Mario Fani con via Stresa, davanti a un piccolo negozio di fiori (il proprietario si chiamava – e sembra un gioco – Spiriticchio). La strage e la cattura avverranno due minuti dopo le nove (“un macello”, dirà Moretti a Faranda). Quando l’eccidio stava per essere consumato, una ragazza, loro fiancheggiatrice, avvertì i brigatisti nascosti dell’arrivo delle due automobili, di Moro e della scorta, agitando un fascetto di fiori. Ecco come Moretti racconterà la sua presenza: “La ragazza deve fare solo questo, poi salire su una Vespa e andarsene. È giovane, carina, non ha che da star ferma all’incrocio con un mazzo di fiori in mano”. Tutto inizia come un film leggero, un negozio di fiori chiuso, la strada che scende lenta, una ragazza che dà il segnale, agita in aria forse delle rose. Sarà una tragedia per tutti, testimoni che scompaiono, tra i protagonisti un “tiratore ben addestrato al fuoco incrociato” di cui non si saprà mai l’identità, assassini che fuggono con la preda e, poco dopo, tutta l’Italia costretta in una piccola cella, come Moro, a confrontarsi con la paura: l’orrore e la sonnolenza gira intorno a quello che è appena accaduto, a nasconderlo e a preservarlo per la dimenticanza. Nello stesso 16 marzo, alle 19, il Ministro dell’Interno pubblica nomi e volti di venti presunti partecipanti alla cattura di Moro e alla strage (intanto era morto anche l’agente ferito). Tra quelle fotografie ci sono cinque brigatisti che risulteranno implicati nell’agguato ma gli altri quindici nomi sono presi a caso, due di essi sono in carcere per reati comuni, un volto è ripetuto due volte: già alle 11.30 il Ministro Cossiga aveva istituito un comitato per gestire quell’intrico. Il potere, quel giorno, fu spogliato dei suoi segni, catturato e nascosto, tenuto nascosto per barattarne il valore o, come un simulacro, ucciderlo. I fili dell’assurdo s’infittiranno sempre più e il gomitolo diventerà una pietra.

© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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