Home
Tu sei qui: Home » Cultura » Movida1 / A Salerno solo imitazione e la cultura è il nulla

Movida1 / A Salerno solo imitazione e la cultura è il nulla

Movida1 / A Salerno solo imitazione e la cultura è il nulla
di Andrea Manzi

La movida nacque come fenomeno libertario nella Spagna insofferente alla dittatura franchista. Andare per locali, nuotare in torrenti di note e di birra, dopo il 1975, fu come ubriacarsi di libertà, berne l’essenza fino all’ultima goccia, liberarsi dal guinzaglio stretto come un cappio al collo della gente per circa quarant’anni.
Oggi la movida muore perché non c’è più dittatura da dimenticare, ma disagi da vivere, possibilmente al di fuori d’inutili clamori. La Repubblica di ieri ricordava che la Spagna ora lotta per restare in Europa laddove quattro decenni fa si preparava ad entrarci. Altra vita, poca gioia. I consumi si sono ridotti, la metropolitana di Madrid chiude alle 24 per un drastico risparmio dei consumi deciso dal Comune, la città che non dormiva ha sonno già col primo buio della sera. Gli affari dei 2.400 locali della capitale si sono ridotti del 40% e l’imminente aumento dell’Iva di tre punti, annunciata dal governo Rajoy, farà il resto. Alzano sorprendentemente la voce contro l’inquinamento acustico i comitati dei residenti. Un tempo le loro istanze sarebbero state soffocate dal miliardo di euro all’anno portato dai commercianti della zona all’economia della sola Capitale. Scompare finanche il fenomeno del botellòn, gli ambulanti che vendono birra dopo la chiusura dei locali.
È una storia che muore in una civiltà morsa dalla crisi.
Il contraccolpo sarà forte in tutto il mondo, soprattutto laddove la movida è stata adottata come stile di vita posticcio, sintomo di uno pseudo meticciato culturale che determina nuove immagini del mondo senza modificarne il Dna. Il caso di Salerno è in proposito emblematico, perché propone una città da vent’anni incapace di costruire relazioni sapienti tra la cultura e il proprio corpo sociale profondamente modificato, una città concentrata sul travestimento simbolico della propria carente identità attraverso l’adozione di stilemi e codici importati da culture spesso antagoniste, una modalità raggelante nella sua superficialità. Quindi, movida (di marca spagnola), luminarie (di provenienza tardo-sabauda), gigantismo architettonico (matrice freudiana di stampo americaneggiante fantastico-onnipotente).
La crisi dei modelli artificiali è più tragica, nell’era della glocalizzazione, rispetto a quella dei modelli reali. A Salerno locali fatiscenti della pseudo movida tirrenica chiudono per carenze igieniche oltre che per la crisi, i residenti del centro storico ormai allo stremo affidano ad un Comitato di gestori virtuosi la loro antica disperazione contro la criminalità acustica che ha distrutto prima i sogni e poi il sonno della comunità, bivacchi e schiamazzi ripropongono ormai da qualche decennio la vetrina nazionalpopolare, nella quale una gioventù desolata lancia improbabili messaggi dialogando con pregiudicati e simil-boss anch’essi importati dal Casertano.
Madrid e Barcellona ce la faranno perché una cultura in crisi saprà sempre trovare interlocutori fuori di sé e occasioni per rivitalizzarsi, riuscirà a ricercare rapporti per costruire una storia possibile della contemporaneità. Le culture si raccontano e sanno aggiornare costantemente i loro codici d’inclusione. I fenomeni imitativi, invece, vivono fuori dai liberi spazi di parola e di manifestazione, spazi sostanzialmente nati morti nei quali non sarà mai possibile un’iterazione democratica. Più dura, quindi, sarà la vita per comunità, come quella salernitana, abituate a vivere nella propria “regione selvaggia”, avendo come unico riferimento l’angolo cieco nel quale non c’è trasparenza, dove sfumano identità e cultura e si scopre, d’un tratto, l’agghiacciante assenza della storia e l’ipocrisia delle promesse subite.

Informazioni sull'Autore

Numero di voci : 3627

Commenti (3)

  • Vincenzo Pascale

    L’articolo merita una discussione molto articolata, che tiri in ballo non solo i “signori” della movida ma anche una buona parte della borghesia salernitana, gli intellettuali da troppo tempo silenti e le istituzioni , sul ruolo identitario e culturale che la citta’ intende darsi.

    Rispondi
  • nicoletta scarpa

    Sottoscrivo questo articolo, dalla prima all’ultima parola.
    Purtroppo, in una città come Salerno, è davvero un evento quando un giornalista esprime una critica nei confronti delle scelte e delle politiche deluchiane.
    Per questo motivo, Andrea Manzi che è un onesto e bravo giornalista appare quasi un eroe, perché da quando lo leggo non ha fatto mai mancare la sua libera critica nei confronti del sindaco Vincenzo De Luca.
    Ma perché il giornalismo campano non torna alla nobile funzione alla quale è destinato?
    Diciamo che ringrazio il dottor Manzi ancora una volta, ma davvero mi dispiace che sia sempre lui, con qualche altra rara eccezione, a contro-bilaciare questo potere ormai ventennale con qualche rilievo critico.
    Anche nel corso del regime fascista, nonostante i prefetti e il ministero della Cultura popolare, si osava un po’ di più.
    Eppure, sono certa che quando De Luca cadrà o andrà via faranno a gara a dire “Io lo avevo detto…”.
    Ma noi ricorderemo questi giorni amari e, se saremo in vita, diremo anche con un filo di voce: “Non è vero”.

    Rispondi

Lascia un Commento

© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

Scroll in alto