Movimento Cinque Stelle, dentro o fuori

Movimento Cinque Stelle, dentro o fuori
di Angelo Giubileo
Angelo Giubileo
Angelo Giubileo

È sempre difficile cogliere non solo i segni ma soprattutto gli sviluppi dei tempi che cambiano. Si discute, dall’avvento di Matteo Renzi al governo, della costruzione di un cosiddetto “partito della nazione”, in grado, semplifichiamo, di occupare stabilmente il “centro” della politica nazionale. È chiaro che anche un partito siffatto dovrebbe perseguire idee e attività nell’ambito di un sistema che, anche in tal caso, sarebbe costituito mediante una riforma, anche parziale, del sistema costituzionale. Le due questioni, l’una di sistema, l’altra di governo, s’intrecciano tra loro e possono condurre a sviluppi, per ora, anche imprevedibili.

Angelo Panebianco scrive sul Corriere della Sera che Renzi, nel perseguire la “metafora” del partito della nazione così come descritta, finora non ha incontrato grossi ostacoli, tranne la Cgil e la magistratura, e si sia mosso piuttosto bene, salvo “forse l’errore più grande (che) è stato la rottura del patto del Nazareno, con Berlusconi”. Panebianco dice anche che, a parte tutte le altre questioni sul tappeto di politica economica e internazionale, “il conflitto sulle unioni civili può davvero rappresentare il sasso che va a frenare l’ingranaggio” e costituire un pericolo, allorquando sarà possibile un’alternativa di governo a Renzi.

Eppure, sulla questione delle unioni civili sembra proprio che il premier voglia andare definitivamente allo scontro, senza approntare alcuna mediazione al testo definitivo da votare in Parlamento. Anche perché, proprio su questo punto specifico, il M5S ha posto la condizione di votare il testo “se non ci saranno cambiamenti”. Si profila dunque una strana alleanza? O, piuttosto, un altro passo che delinei un nuovo sistema?

Un nuovo sistema, nel quale un’alternativa di governo al partito unico della nazione continuerebbe ad essere rappresentata, come in gran parte del globo, da un sistema di alternanza incentrato su due partiti; ma, per il futuro, entrambi “populisti”, entrambi “plebiscitari”, incarnati da due leader nazionali provvisti di un’essenziale forza comunicativa. Non più una “destra” e una “sinistra” tradizionali, rappresentative di un’epoca “moderna” che già ora appartiene al passato; piuttosto, due partiti che, a modello di un passato che cambia, diventino sempre più strumenti di un leader, che avvalendosi pur sempre di una minore o maggiore partecipazione popolare, sia piuttosto autoritario o piuttosto affiliativo.

E ciò, in considerazione anche del fatto che la destra e la sinistra della tradizione – solo a conti fatti, così com’è sempre accaduto – si attiveranno per un’ipotesi di “rientro sistematico”.

 

redazioneIconfronti

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