Lun. Ago 19th, 2019

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Carta, radio e televisione? No, i giovani hanno scelto il web

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Nello “spettacolo di parola” su La 7, targato Fazio e Saviano, non è mancato un monologo sulla crisi. Una parola che è il leitmotiv dei mala tempora che corriamo.Il settore della stampa non fa eccezione. Lo confermano impietosamente i numeri: l’Osservatorio stampa Fcp - Federazione concessionarie pubblicità fa sapere che l’andamento del mercato pubblicitario su quotidiani e periodici nel mese di aprile 2012 è molto negativo. Rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente il fatturato pubblicitario del mezzo stampa in generale registra un calo dell’11,1%.

Giulio Anselmi, Presidente Fieg

di Vera Arabino

Nello “spettacolo di parola” su La 7, targato Fazio e Saviano, non è mancato un monologo sulla crisi. Una parola che è il leitmotiv dei mala temporache corriamo. Il settore della stampa non fa eccezione. Lo confermano impietosamente i numeri: l’Osservatorio stampa Fcp – Federazione concessionarie pubblicità fa sapere che l’andamento del mercato pubblicitario su quotidiani e periodici nel mese di aprile 2012 è molto negativo. Rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente il fatturato pubblicitario del mezzo stampa in generale registra un calo dell’11,1%.
Che fare? Ci sia consentito scomodare John Fitzgerald Kennedy che, nel celebre discorso di Indianapolis, consegnò alla storia una frase di grande attualità: “Scritta in cinese la parola crisi è composta di due caratteri. Uno rappresenta il pericolo e l’altro rappresenta l’opportunità”. Malgrado i linguisti considerino questa interpretazione una colorita “pseudo etimologia”, frutto di una idea sbagliata largamente diffusa nel mondo anglofono, ci piace cogliere il messaggio positivo che reca.
Siamo dinanzi all’agonia della stampa, almeno quella che abbiamo conosciuto finora, ed alla necessità di accettare la sfida lanciata dalle nuove tecnologie. Non a caso la relazione del Presidente della Fieg, Giulio Anselmi (nella foto), a corredo dell’analisi dei numeri del settore nel triennio 2009‐2011, si intitola “Il presente dell’editoria: la rivoluzione della multimedialità”.
Lo snodo è qui, ma non solo. Va detto che i giornali negli ultimi decenni sono riusciti a vivere attraverso ricavi fasulli e, a differenza di altri settori industriali, non si sono mai adeguati alle evoluzioni del mercato grazie alla pubblicità che assicurava un minimo garantito superiore alle vendite in edicola, per non parlare poi dei famigerati contributi statali. Scrive Anselmi nella sua relazione: “Gli editori italiani sanno che non è più tempo di interventi a pioggia e di distribuzione indiscriminata di risorse. Pubblicamente e ripetutamente si sono detti favorevoli a una ventata di moralizzazione e trasparenza. E perché non appaiano parole al vento ribadiscono oggi che occorre indirizzare i contributi pubblici verso i giornali veri: per copie vendute  e per numero di dipendenti con regolari contratti. Conseguentemente nella determinazione dei contributi dovrebbero essere eliminate le distorsioni, ad esempio quelle che si esprimono attraverso i “giornali panini”. Mentre altri canali più propri rispetto a quelli dell’editoria dovrebbero riguardare la stampa dei partiti che già dispongono di altre fonti di finanziamento”.
E farne a meno? C’è chi ha dimostrato che si può. “Il Fatto Quotidiano”, un giornale su carta nato  nel 2009 in piena era web, in meno di 36 mesi è riuscito a registrare 12,53 milioni di euro di utili e a distribuire lauti dividendi. Parola dell’ex amministratore delegato Giorgio Poidomani che, in una recente intervista a Lettera43.it, ha spiegato il successo di questa avventura imprenditoriale: un giornale libero e non condizionato attraverso l’opposizione ai contributi statali, l’attenzione al conto economico e la qualità dei giornalisti. Ecco un altro aspetto sottovalutato: la qualità, che evidentemente paga ancora, malgrado la crisi. Laddove c’è, e questo è un altro nervo scoperto. Difficile che ci sia laddove si taglia puntualmente sui costi interni, vale a dire i giornalisti.
Secondo Poidomani mai come ora il giornalismo ha dinanzi a sé un grande futuro perché “il desiderio di indagine e di comunicazione cresce enormemente e le piattaforme digitali ampliano all’infinito le possibilità di azione”.
Anche nel nostro Paese, secondo il Censis, circa la metà della popolazione (48%) ha ormai compiuto il passaggio a internet, riducendo il cosiddetto “digital divide” ma questo processo  sarebbe andato a scapito dei mezzi stampati che avrebbero visto diminuire il loro pubblico di lettori dal 66,1% del 2008 al 54,4% del 2011. Lo spostamento verso il digitale non si è concretizzato però in un totale “abbandono” dei giornali, quanto piuttosto di un’utilizzazione su mezzi digitali di un’informazione fornita dagli stessi giornali e che, in rete, è preferita da circa il 50% degli utenti online. In buona sostanza, circa la metà della popolazione adulta italiana nel 2011 si è accostata ai giornali. È un dato di fatto che ribadisce la straordinaria forza del mezzo.
L’era digitale, dominata dall’esplosione del web e da possibilità pressoché illimitate di veicolazione di notizie, immagini e suoni, rappresenta un cambio di paradigma sia nella produzione che nella fruizione di informazione. Le attività multimediali – carta, web, televisione, radio, applicazioni mobili, tablet – richiedono certamente la mobilitazione di cospicue risorse in termini di investimenti, ricerca, innovazione, individuazione e sperimentazione di nuovi modelli organizzativi di impresa. Diventa fondamentale coinvolgere i lettori nei nuovi percorsi, perché proprio dalla loro fidelizzazione ai contenuti offerti dipende il futuro delle imprese editoriali e il loro sviluppo come “multiple media companies”. Anche la crescente presenza nei siti dei giornali di aree di partecipazione collettiva rientra nelle strategie di fidelizzazione dei lettori che, nel “citizen journalism” e nello “user generated content”, intravedono opportunità di allargamento degli spazi operativi, suscitando dibattiti, valutazioni, giudizi da parte di un pubblico che, a differenza del passato, vuole interagire con le fonti dell’informazione.
Basti pensare che Northcliffe Digital, divisione digitale della società editrice di quotidiani locali controllata dal gruppo Daily Mail, ha appena siglato un accordo con Newsflare, un social network di video amatori. In base all’accordo, Northcliffe Digital potrà utilizzare i video di informazione postati sul network Newsflare riconoscendo un compenso all’autore. La piattaforma Newsflare, disponibile sia su web che tramite app iPhone, sarà completamente gratuita per i videomaker.
Questo non significa che i giornali e le loro redazioni debbano abdicare al loro tradizionale ruolo di mediatori dell’informazione. Professionalmente sono i più qualificati ad esercitare un simile ruolo. Significa, però, che devono fare i conti con un pubblico che vuole avere la possibilità di intervenire in tempo reale sui problemi e rappresentare le proprie idee.
Per acquisire queste nuove generazioni di lettori, è allora necessaria una presenza estesa in tutti i comparti in cui si articola il sistema dei media. L’ingresso in rete e nell’area delle applicazioni mobili vanno visti come un’opportunità di grande interesse, dal momento che la diffusione di smartphone e tablet è in costante aumento. Ed è un’opportunità che non implica il superamento del prodotto stampato ma può portare al suo rafforzamento rendendo ancora più fedele il lettore che collega il prodotto elettronico derivato a quello stampato che resta il fondamentale punto di riferimento.
Sarà un caso se Warren Buffett, l’oracolo di Omaha, ha fatto shopping sul mercato editoriale, facendo comprare alla sua Berkshire Hathaway 63 giornali locali in tutta l’America per un totale di 142 milioni di dollari? Una mossa che arriva in controtendenza con quella di molti investitori che invece, di fronte alla crisi che da anni investe la carta stampata americana, sono in fuga dalle testate più autorevoli del paese. Il ceo di Berkshire Hathaway  la spiega così: “In città e piccoli centri dove c’è un forte senso della comunità non c’è nessuna istituzione più importante che un giornale locale, che è ancora un’importante risorsa economica”. Tra l’altro, malgrado siano separati da oltre mezzo secolo all’anagrafe, Buffett e Mark Zuckerberg, il 28enne ceo di Facebook, sono già da tempo alleati in uno dei più importanti quotidiani americani, il Washington Post, per il quale Zuckerberg ha sviluppato l’applicazione “social reader” che permette agli utenti di creare una propria home page dove condividere i contenuti del giornale. Una partnership che forse si amplierà alla nuova impresa di Buffett che ha già scritto ai direttori dei suoi neo acquistati quotidiani locali: “Vogliamo le vostre migliori idee, mentre elaboriamo la combinazione di digitale e stampa che attrarrà sia il pubblico sia il fatturato di cui abbiamo bisogno”.
Il viatico è tracciato. In Italia sta facendo da apripista il settimanale Panorama di Mondadori, che ha da poco lasciato il porto sicuro del giornalismo tradizionale per rimettersi in discussione nel tempo reale del web. Speriamo sia presto in buona compagnia.

 

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