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Napoli e la carità, come tutte le cose dell’universo

Napoli e la carità, come tutte le cose dell’universo
di Rosaria Fortuna

Vincenzo Gambardella è uno scrittore sconosciuto ai più perché anomalo nel panorama editoriale italiano: non è social; è gentile ma non di maniera; utilizza il telefono come usava una volta, nel senso che lo usa per comunicare senza il filtro della virtualità; scrive anche e soprattutto per divertirsi; è naturalmente scrittore e non lo deve continuamente rimarcare per convincersene.

Sei uno scrittore atipico nel senso che per te la scrittura è soprattutto gioco e divertimento e anche per questo sei un grande affabulatore. Le parole per te sono suoni, colori, luci. La maledizione della scrittura non è un dato per te.

Dici bene, ma aggiungerei che la scrittura è anche compagnia, cosa umana, viva. Sto seguendo la lettura dei Promessi Sposi, qui a Milano, al CMC. È incredibile la forza teatrale, la forza di rappresentazione che c’è nei Promessi Sposi. Una vera sorpresa. Un libro di oggi.  E le parole che uso, sì, sono suoni, colori e luci. Del resto ho studiato alle Belle Arti e ho studiato chitarra. Ho sempre amato la musica.

 Nei tuoi libri spesso gli animali sono i protagonisti.

Il corpo è ciò che ci unisce agli animali. Ho fatto parlare scimmie, gatti, topi, cani e persino una pulce, come nel mio ultimo libro: “Spicchi di Calderòn”. Nel mio romanzo “Splendore dei randagi”, i cani sono uomini e hanno le stesse speranze degli uomini. La loro speranza principale è quella di salvarsi, di fare parte anche loro del grande disegno della Salvezza, ma non da soli.

Vincenzo Gambardella

Vincenzo Gambardella

Quando e da dove nasce questa la tua esigenza di raccontare Napoli usando la toponomastica come chiave, in assoluta controdendenza con le descrizioni odierne di Napoli.

Mi viene da dire, in questo momento, in assoluta controtendenza, che ogni napoletano è Napoli, ogni napoletano ha una parte della città nel suo cuore, nel suo Dna. In questo senso Napoli è infinita, ed è dappertutto, anche qui, anche a Milano ci sono i napoletani, anche Milano è Napoli. L’uso della toponomastica serve proprio a rimanere radicalmente napoletani ed in questo senso mi piace utilizzarla per raccontare.

 

Cos’è per te la Letteratura e chi sono i tuoi autori preferiti?

La letteratura è principalmente senso, e direi naturalezza, cioè forma. Lo sforzo che compio per scrivere è in questa direzione. La Parola è di per sé Profezia, profezia piccola, minuscola, come siamo piccoli noi uomini nel mondo. Luca Doninelli una volta mi ha detto che bisogna avere la Pietà sulla punta della penna. Di conseguenza, mi sento legato agli scrittori che tendono a dire questo, che stanno dentro questa dimensione e la raccontano, la testimoniano. Mi piacciono Carlo Emilio Gadda, Giovanni Testori, Goffredo Parise, Silvio D’Arzo, e poi Pasolini, Domenico Rea, tutti gli scrittori espressionisti del Novecento. Alla rinfusa dico: Melville, Faulkner, Bulgakov, Nabokov, Kafka, Singer, i russi dell’Ottocento, primo fra tutti Gogol. Ne ho dimenticato qualcuno? Sì, un bel po’!

Le tue opere precedenti ai due romanzi sono interessanti al fine di ricostruire un percorso di formazione anche se capovolto.

Scrivere non è una fissazione, né un vizio, né una civetteria. È  un dono, qualcosa che mi arriva, mi arriva come senso, a cui devo dare voce. Niente di nuovo, comunque, basta leggere Pirandello, i Sei personaggi in cerca di autore, e poi il suo scritto sull’immaginazione. Ma voglio ripetermi: senza la Pietà niente esiste, lo scrivere deve incarnarsi, e scusa se lo dico così crudamente, ma per me la tecnica conta poco o niente. Bisogna che la scrittura si incarni in qualcosa. Ecco la verità dello scrivere e della Letteratura.

 Non usi la rete e non sei social per scelta. Quanto questo ti penalizza, o invece quanto ti aiuta a mantenere un rapporto più autentico con la realtà e quindi con la scrittura?

Non so, ci vedo qualcosa di ideologico nella rete, e nella tecnologia di oggi in genere. Me ne accorgo quando mi dicono: “Ma come non sei su Facebook?, Uno scrittore come te?  Questo pedagogismo mi sembra sospetto, non ammette alternativa, parla con la voce di uno qualunque. Io ci leggo il Potere dentro. Quello che vuol sapere chi sono, cosa penso. Insomma “1984” di George Orwell, oppure Dostoevskij, mi fa pensare al grande autore dei “Demoni”, mi ha sempre colpito quando uno dei terroristi dice: “Diffonderemo il pettegolezzo.” Si intende il pettegolezzo come arma.

 

Ti piace frequentare invece fiere e manifestazioni letterarie e anche i tuoi lettori. Cosa trovi di importante e di utile nel farlo?

Mi piace ascoltare, e poi credo molto nel confronto, quando è libero però. C’è sempre una sorpresa che ti arriva, la sorpresa, ecco un altro elemento umano dello scrivere. E poi, non è il poeta Celan che dice che la poesia è una mano tesa?

 Sei nato a Napoli,  vivi a Milano ma le tue radici sono in Costiera amalfitana.

Ho radici profonde e solide, ma non ho il mito del lavoro. Quello che è importante è la gratuità, non chiedere e pretendere nulla, dare soltanto, e in modo libero. È  questo modo di affrontare la vita è di ogni luogo. La mia famiglia è un’antica famiglia di imprenditori minoresi, della Costa Amalfitana. Sono stato educato a dei principi molto particolari rispetto a un Sud costantemente in affanno, costantemente bisognoso.

 Oggi i cani sono diventati sempre più presenti nelle nostre vite. Hai usato i cani come pretesto letterario per narrare una Napoli a tinte forti, ma estremamente poetica. Cosa ci puoi raccontare, ancora, di questo universo.

Niente è pretesto, tutto è scrittura, ed è scrittura se si incarna. Non mi interessa l’animalismo. Hai detto bene, hai citato la Poesia. Sono cresciuto leggendo e scrivendo poesie. Quando ero giovane  leggevo e scrivevo decine e decine di poesie. Ho iniziato a quattordici anni. Imitavo ora Dylan Thomas, ora Eliot, ora Rimbaud, ora Edgar Lee Masters (caso mai ascoltando De Andrè), ora Pound, ora Auden, e sono andato avanti così, educato allo Spirito della parola poetica, che è di una ricchezza straordinaria. Una vera grande formazione totale per un futuro Uomo.

 La religiosità della scrittura è il tema che meglio in te prende forma. Spiegacene le ragioni.

Scrivere è pregare, nella preghiera c’è una domanda. Non sono un prete, né ci tengo ad esserlo; nello scrivere ci sento una domanda, una domanda che ha a che fare con una totalità straordinaria, oppure, diciamo che la scrittura ha un che di totale, che ti avvicina interamente al destino. Niente di sentimentale, bensì orizzonte spalancato sull’universalità della letteratura. L’uomo lo vedi in Mo Yan, come lo trovi in Cormac Mc Carthy.

Per chi scrive quanto conta la gentilezza?

Mi piace essere gentile. Lo sono naturalmente, rifiuto qualsiasi strategia. Attenzione però al formalismo, lo trovo pericoloso.

 Insegni Storia dell’arte, ritieni davvero che la bellezza sia salvifica?

Non lo so, aspetto di capire. La Bellezza è una scoperta degli antichi Greci, un misto di realismo e di idealità. La stessa Bellezza è un mistero, come faccia a salvarci non lo so. Penso alle statue del Cristo in croce, guardo la Sua bellezza e mi commuovo. La Bellezza è Lui, la Bellezza ideale dei Greci è diventata un Uomo senza fine.

È in uscita a breve un nuovo libro, una cosa di cui stai parlando con me in anteprima e di cui ti ringrazio, di cosa si tratta?

È un romanzo, e penso che uscirà in primavera, s’intitola “Come tutte le cose dell’universo”, lo pubblica Ad est dell’Equatore, racconta la carità a Napoli. Un uomo apre un banco di solidarietà a vico san Geronimo alle Monache, pieno centro storico di Napoli, che sbuca in via Benedetto Croce. Ogni personaggio che si reca al banco fa dono di quello che ha, lo consegna al suo destino, che è quello di diventare di un Altro.  C’è anche molta nostalgia in questo gesto del donare. I personaggi nel consegnare qualcosa, è come se consegnassero se stessi.  Il Dono è l’Uomo. Un gesto unico, come è unico il gesto che compiamo ogni giorno. Quello di vivere.

A Napoli esiste, da tempo, un ospedale dei poveri e il tuo nuovo libro è in tema con questo. Perché ancora sopravvive questa idea sbagliata di una Napoli solo matrigna?

Napoli è matrigna perché si dona. Occorre capovolgere il senso delle cose, avere la forza di cambiare dentro di noi la storia, e guardare più in profondità, non come ci è stato ordinato di pensare. Domenico Rea scrive all’inizio de “Il Re e il lustrascarpe”, un libro del 1960: “Ma la cosa più straordinaria da cui sono stato colpito in quell’attimo di smarrimento è stata questa: mi è sembrato di scorgere che qualcuno cercasse di rubare qualche cosa alla città invece di darle qualche cosa perché divenisse la funzionale patria comune”. Ecco, se si ruba qualcosa, si ruba a chi ha, anche solo per se stesso, per egoismo, insomma, fino a scoprire che l’ultima parola a quell’egoismo non è stata ancora detta.  

 Come ti capita di pensare alla vecchiaia ma soprattutto dove ti piacerebbe vivere più in là.

Vorrei vivere dove continuo a scoprire tutto il senso del mondo. Tutto il senso per cui sono stato fatto.

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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