Gio. Ago 22nd, 2019

I Confronti

Inserto di SalernoSera

“Napoli siccome immobile”

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Rileggendo l'intenso libro di Aldo Masullo e Claudio Scamardella edito da Guida qualche anno fa
di Andrea Manzi
La copertina del libro
La copertina del libro

Cosa fanno, insieme, un giornalista e un filosofo se si accordano per parlare di Napoli? Potrebbero applicare la regola delle cinque “W” alla vita (della città), e dire cose immediatamente comprensibili sulla tenuta di una borghesia anemica, sull’appannamento della identità civile e, perché no?, sull’ipocrisia di contenitori culturali che “rinchiudono il vuoto senza confini” o su una democrazia che, sotto il Vesuvio, vive soltanto nei riti elettorali. Claudio Scamardella (il giornalista) e Aldo Masullo (il filosofo) riescono a pre-vedere il chi, il cosa, il quando, il dove e il perché, che sono le cinque originarie angosciose attese del lettore che si imbatterà nel loro libro “Napoli siccome immobile” (Guida, 260 pagg., 12 euro). E, dopo aver adeguatamente previsto, riescono a rispondere con autonomia e una “eversiva” dose di irriverenza. Proprio questo tratto di irrispettosa obiettività nella descrizione dell’attuale assetto di potere partenopeo, fotografato nei giorni dell’ultima guerra perduta dal potere locale, deve aver suscitato i garbati disappunti registrati nei giorni successivi all’uscita del libro.
Le macerie e il vuoto, quali emergono dall’intervista di Claudio Scamardella ad Aldo Masullo, travolgono, senza eccezioni e sconti, anche le abituali auto-assoluzioni politiche ed intellettuali. In ogni catastrofe, c’è chi invoca o presume la benevolenza del giudizio storico. Duro accettare, quindi, soprattutto per adepti e simpatizzanti anche pentiti della casta dei philosophes engagée, il passaggio che gli autori di fatto affermano dall’era dell’intellettuale “legislatore” (adottiamo la metafora di Zygmunt Bauman) a quella dei semplici, umani “interpreti” delle dinamiche sociali o dei rapporti tra soggetti sovrani.
Bassolino, per Aldo Masullo, è il prodotto della debolezza della borghesia napoletana. Egli fu adottato dal cento medio opportunista, agli inizi degli anni ’90, come cooperatore di utilità, soprattutto grazie ad uno spaventoso deficit della cultura collettiva. Il filosofo chiarisce che il termine cultura, da lui adoperato, non separa i dotti dagli ignoranti, ma è la specificazione del concetto di “avere a cuore”. Compare una crisi abissale, in questa analisi, che non salva nessuno e della quale occorre prendere coscienza per poter ipotizzare una risalita. Procedere per la strada della ripresa significa, però, riconoscere che il basso impero bassoliniano non aveva né progetti né obiettivi e che anche gli oppositori interni alla sinistra, come il sindaco di Salerno Vincenzo De Luca, non rappresentano alcuna alternativa credibile ma appartengono alla stessa razza padrona post-comunista che, dopo Tangentopoli, si lanciò in una clientelare sfida di pura gestione, forte di una presuntuosa propagandata tradizione di diversità etica.

Masullo e Scamardella
Masullo e Scamardella

La radicalità dell’analisi di Aldo Masullo, incalzato con intelligenza da Claudio Scamardella, fa a pugni con le ambizioni universalistiche di una folla di intellettuali “regolatori” (o, peggio ancora, ispiratori) di rapporti anche istituzionali. La “Napoli siccome immobile”, nella quale il giornalista e il filosofo si sono incamminati per un percorso di conoscenza, è la città alla quale l’attuale classe dirigente ha inferto un colpo irreparabile, inaridendo la radice stessa della coesione sociale, pre-condizione imprescindibile della democrazia. Nessuno sconto a chicchessia, quindi, come avrebbero voluto alcuni tempestivi e frettolosi critici di questo libro: né alla destra consociativa né alla sinistra riformista che, in Campania, agli autori del libro, non si è mostrata con una sua genetica inequivocabile diversità. In questa sconsolata conclusione, però, non si scorge alcun catastrofismo, bensì la consapevolezza della tragica condizione napoletana. E solo se si è consapevoli dello sfascio, si potrà riagganciare la storia. Un’opzione possibile, questa, non un sogno, sostiene Aldo Masullo: avere chiara davanti agli occhi la catastrofe non potrà non favorire, infatti, la ripresa del moto delle forze reali in campo. La globalizzazione, sostiene il filosofo napoletano, dovrà per forza sostenere l’impulso alla rinascita, perché essa abbassa le difese e falcia i protezionismi tradizionali delle città, annulla le civiche autocontemplazioni narcisistiche dei popoli e, quindi, indurrà i anche i napoletani a non crogiolarsi più negli antichi vizi. C’è di più: le cause dell’emarginazione di Napoli, riconducibili soprattutto alla perdita di centralità del Mediterraneo, “possono essere rimosse dal processo di globalizzazione o, meglio, dalla cosiddetta compressione dello spazio e del tempo”. Non più una città-limite, Napoli, ma una città-ponte, una città-mondo in un Mediterraneo che, dopo cinque secoli, sta riaprendo i conti con la storia. Se è questo il catastrofismo del libro di Aldo Masullo e Claudio Scamardella, nel quale si addenserebbe – secondo letture iper-intellettualistiche – una buona dose di populismo, ben venga. Nella radicalità delle analisi di questo libro, noi al contrario cogliamo l’affermarsi della pre-condizione di un ruolo centrale di Napoli e del Mezzogiorno, simile a quello che, sessantacinque anni fa, ebbe il Nord in altra storica lotta di liberazione. Che poi vi sia chi non ancora è disposto ad accettare la fine delle ideologie e la scomparsa dell’intellettuale portatore di idee, non è tema di alcun interesse. La tensione determinata in alcuni ambienti dall’uscita del libro conferma, tuttavia, che la presunta nuova sinistra liberal-riformista nella quale hanno trovato ospitalità molti maitre à penser di origine comunista sia, a volte, meno disposta del vecchio rugoso marxismo a immaginare nuovi assetti e inedite, più moderne modalità politiche. Soprattutto se ipotizzati al di fuori dei grandi “compromessi”, in grado di salvaguardare rendite di posizioni.
No, Masullo è credibile proprio per la laicità dell’analisi e il distacco assoluto da ogni ipotesi di futura ingegneria politica. Un discorso su Napoli, il suo, per questo motivo libero e “rivoluzionario”, e Claudio Scamardella lo srotola nella descrizione di una catastrofe di civiltà sotto le cui macerie, tra le vittime, è finita proprio la politica napoletana con i suoi protagonisti, i poco credibili antagonisti e i molti interessati portatori d’acqua e di idee.
Il discorso perciò passa ai giovani come costruttori dell’unico futuro possibile, il che presuppone – come auspicano gli autori – la cesura con ciò che è stato e che ora è irrimediabilmente sepolto.
Il libro si legge d’un fiato, ha un ritmo incalzante: e qui il bravo va a Claudio Scamardella, che padroneggia come pochi lo strumento dell’intervista, tecnica ardua ancorché abusata.
Tradurre una conversazione appassionata, lunga e difficile in un testo godibile come questo – risparmiandoci l’ennesimo appuntamento con un ostico saggio – non è da tutti (i giornalisti).

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