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Napolitano, gli onorevoli e un “apologo” di Totò

Napolitano, gli onorevoli e un “apologo” di Totò
di Diogene

OLYMPUS DIGITAL CAMERASiamo arrivati così al Napolitano bis; una mossa disperata, tirata fuori dal cilindro dei tanti prestigiatori della politica all’ultimo momento. Evento storico per l’Italia, giacché mai nella pur giovane storia repubblicana un suo presidente aveva avuto proroghe o era stato rieletto alla scadenza del mandato settennale.
Napolitano se ne stava per i fatti suoi, in pieno regime di sfratto, e pregustava una serena vecchiaia, senza cerimonie protocollari, senza visite all’estero, senza calendari di appuntamenti istituzionali. Poi nella mattinata di sabato, gli si sono presentati i soliti noti, detti anche leader politici. “Stiamo con le scolle in fronte – pare gli abbiano detto, più o meno – non ci mettiamo d’accordo. Ci devi dare una mano e ci devi guidare dall’alto della tua saggezza. Devi essere ancora tu il nostro presidente.”
Napolitano si è commosso; ha capito il momento critico; ha soprattutto intuito che la sua presenza, in un momento delicato per le sorti del Paese, avrebbe potuto pacificare le parti. “Accetto ma a patto e condizioni – deve aver detto – e guai se non mi state a sentire!
E lo hanno sentito poi tutti, ieri, nel discorso che ha fatto alle Camere riunite. Lo hanno sentito e applaudito a piene mani, alzandosi dagli scranni; applausi interminabili, battute di mani scroscianti, anche qualche evviva, un po’ come accade negli stadi per una partita di calcio.
Avete tradito la fiducia che la gente comune ha riposto in voi – questo più o meno il succo del discorso di Napolitano – non avete fatto niente di tutto quello che gli italiani si aspettavano dalla vostra legislatura. Li avete traditi, umiliati, avete ridotto l’Italia alla fame. La gente è senza lavoro, la disoccupazione cresce di giorno in giorno, i pensionati non ce la fanno più ad arrivare a fine mese. Per non parlare poi delle riforme istituzionali, promesse ma mai fatte.
Insomma un cazziatone a quel Dio biondo, come si diceva una volta. E quelli che fanno? Applaudono a scena aperta, come se non fossero loro i destinatari di tutte quelle “benedizioni”.
Ve lo ricordate l’episodio raccontato a Studio Uno da Totò alla sua spalla Mario Castellani?
Totò raccontava a Castellani di uno spiacevole incidente occorsogli in mattinata in una piazza centrale di Roma. Un energumeno, dalle spalle grosse quanto un armadio, lo aveva aggredito apostrofandolo al grido di “Pasquale, ti uccido” e gli aveva dato uno schiaffone grande così. Castellano, mentre Totò si scompisciava dalle risate, gli disse: “Ma come quello di riempiva di botte e tu ridi contento?” E Totò di rimando: “E che m’importa a me; e che so’ Pasquale io?
Hanno ragionato allo stesso modo, evidentemente, i rappresentati delle Camere riunite ieri, quando Napolitano parlava e si infervorava fino a dichiarare, più o meno, tradotto terra terra: “Se non fate quello che mi aspetto da voi, vi lascio e me ne vado!
Mi auguro che alla fine, passata la sbornia degli applausi a scena aperta, più d’uno non si sia chiesto, alla Totò: “E che m’importa a me; e che so’ Pasquale io?

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