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 “Natale in Casa Cupiello” di Eduardo De Filippo, una parabola contemporanea / 2

 “Natale in Casa Cupiello” di Eduardo De Filippo,  una parabola contemporanea / 2
di Silvia Siniscalchi

Il testo teatrale sembra dunque avere un destino particolare che lo differenzia da quello puramente letterario, incarnandosi in un rapporto simbolico tra scena, eventi, personaggi e lettori/spettatori, in una immediata, reciproca compenetrazione[3]. Una peculiarità che, sin dai tempi della sua fondazione nell’antica Grecia, ha attribuito al teatro una funzione molto più profonda e compromettente di quella semplicemente ricreativa; la parola recitata, al pari di un affresco o di una carta geografica, esercita piuttosto un potere performativo che la trasforma in un processo di “ri-creazione” della realtà, con un gioco di rispecchiamento fra attori e spettatori solo in parte prestabilito[4]. Non a caso nel pensiero contemporaneo «l’arte assume un ruolo centrale nella costruzione dell’ontologia, cioè di quella visione costitutiva dell’essere che si offre nella comprensione del mondo» (Mirto, 2013, p. 356). L’arte teatrale è insomma, per usare un’espressione cara ai filosofi, un percorso di “svelamento” che mette in scena la natura ingannevole delle apparenze in cui viviamo e che, proprio per questo, è rischiosamente spalancato sull’abisso del non senso, come già Friedrich Nietzsche, alla fine del XIX secolo, aveva acutamente rilevato nel suo saggio sulla tragedia greca. Un abisso che può inghiottire lo spettatore, costringendolo a fare i conti con la parte più buia del proprio sé, giacché

Non è che il teatro debba portare il suo ‘fruitore’ al grado ‘zero’; al contrario, deve portarlo alla melma, al pantano iniziale (o, se si preferisce, alla pietra, alla schisto viscido del principio che ne forma, in ogni caso, il grado ‘totale’); e lì riimmergerlo nella parte più buia e indomabile della coscienza, là dove risiede la dialettica che non può essere dialettizzata; la dialettica insormontabile; quella cioè che si presenta dopo che tutte le altre sian parse o, in effetti, sian state sciolte ed esaurite; in modo che, alla fine, s’abbia la dilagante prova dell’impossibilità d’una risposta che sia veramente tale (come, invece, normalmente, per la risibile teoria della redimibilità o catarsi o funzione morale e sociale del teatro, anziché della sua spettrazione religiosa, si propende a credere e a fare). Condurre lo spettatore alla catarsi significherebbe condurlo alla soluzione? Esattamente e tragicamente il contrario: significa condurlo alla constatazione dell’impossibilità d’ogni soluzione. Il teatro non imita nessun’altra tecnica d’espressione e di rivelazione; estrude il problema, ‘la questione’, dal contesto della vita; ma lo estrude nella coscienza e nella carne, nella carne-coscienza d’ogni individuo; e con la vergogna, anzi, lo scandalo, quando questo s’effettui in pubblico, di sentire che quella estroduzione avviene davanti ad altri, insieme ad altri, nello stesso momento che per altri. La vera ragione (e giustificazione) dello spettacolo è questa. Il teatro, quando se ne tenti la realizzazione pubblica non può essere altro che il dilagare immenso e inarrestabile d’una vergogna; e, quindi, il verificarsi, altrettanto inarrestabile e immenso, d’uno scandalo. La lacerazione dell’ultima cellula di credibilità; ma non certo ideologica; la sua perpetua agonia (Testori, 1968, p. 5).

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Bibliografia

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[3] Sebbene anche il testo letterario, considerato nella sua origine storica, possa essere considerato la codificazione di racconti tramandati oralmente: basti pensare in tal senso alla genesi dei poemi omerici.

[4] Il carattere “performativo” e “ricorsivo” della rappresentazione cartografica, quale causa e, al contempo, effetto della “Weltanschauung” di una collettività (cfr. Farinelli,1992), lascia trasparire il proprio carattere “teatrale” già soltanto dal suggestivo titolo del Theatrum Orbis Terrarum di Abramo Ortelio, uno dei più celebri atlanti del XVI secolo. Un’idea, quella del teatro come metafora del mondo, che diventa d’altra parte cosmica e metafisica nella cultura e nella letteratura del Seicento (basti pensare alle opere di Pedro Calderón de la Barca).

Informazioni sull'Autore

Ricercatore Università degli Studi di Salerno

Numero di voci : 111

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