Lun. Giu 17th, 2019

I Confronti

Inserto di SalernoSera

Negli scritti degli italiani d’America tracce forti della nostra identità

5 min read
Francesco Durante (foto) è uno dei maggiori studiosi di letteratura italoamericana. Ha tradotto John Fante in Italia, ma anche autori come Bret Easton Ellis e Raymond Carter. Durante è stato direttore editoriale della casa editrice Leonardo, redattore capo centrale di “D La Repubblica delle donne”. Incontriamo Francesco Durante a New York durante una delle sue lunghe permanenze tra ricerche di biblioteche e conferenze accademiche.
di Vincenzo Pascale (da N.Y. City)

[one_half]

[/one_half]
[one_half_last] Francesco Durante (foto) è uno dei maggiori studiosi di letteratura italoamericana. Ha tradotto John Fante in Italia, ma anche autori come Bret Easton Ellis e Raymond Carter. Durante è stato direttore editoriale della casa editrice Leonardo, redattore capo centrale di “D La Repubblica delle donne”. Incontriamo Francesco Durante a New York durante una delle sue lunghe permanenze tra ricerche di biblioteche e conferenze accademiche. [/one_half_last]
[divide]
Come si è sviluppata la tua passione per la letteratura degli italiani in America? Quali difficoltà hai incontrato nella ricerca per la stesura dei due volume di Italoamericana?
La spinta decisiva a esplorare la storia e la letteratura degli italiani d’America me l’ha data l’incontro con John Fante. Nel 1983 lessi “Ask the Dust”, e ne rimasi impressionato. Pochi anni dopo, in un periodo in cui traducevo romanzi americani (tra gli altri, i primi due di Bret Easton Ellis), lo scrittore Pier Vittorio Tondelli, cui la Mondadori aveva appena affidato una nuova collana di narrativa chiamata “l’Ottagono”, mi contattò per chiedermi se ero interessato a tradurre per lui “Dreams from Bunker Hill” di John Fante. Risposi di sì, ovviamente. Da allora in poi mi sarebbe capitato di tradurre sette libri di Fante. Soprattutto, però, mi accadde di pormi una domanda: quel mondo raccontato da Fante – la sua famiglia di immigrati, le frizioni tra gli usi e costumi della vecchia Italia e quelli del nuovo mondo che la aveva accolta – incominciò ad appassionarmi. Possibile che non ci fosse nulla da leggere, a parte i soliti saggi statistico-sociali sull’emigrazione? Possibile che quell’universo della prima generazione migrante fosse rimasto così, senza voce? Di lì partì un lavoro di ricerca, effettuato soprattutto in America, che piano piano mi portò a elaborare i due volumi di “Italoamericana”. Per comporli, ho dovuto visitare una settantina fra biblioteche e archivi sulle due sponde dell’oceano. Un aiuto fondamentale mi venne, a Minneapolis, dal caro e indimenticabile Rudi Vecoli. Mi è capitato di fare scoperte elettrizzanti: per dire, del secondo romanzo di Bernardino Ciambelli, “I drammi dell’emigrazione” (1893), che figurava nel catalogo della Library of the Congress ma poi in effetti a Washington non si trovava, scovai per caso una copia (l’unica al mondo!) in una biblioteca di Avellino. E non saprei dire l’entusiasmo e insieme la malinconia che mi prendevano tutte le volte che trovavo qualche vecchia copia di giornali italoamericani vecchi di cent’anni, li aprivo in cerca di qualcosa, e a poco a poco quelli mi si sfarinavano tra le dita, di modo che sapevo di essere stato l’ultimo a leggerli…
Perché in Italia c’è sempre stata scarsa considerazione per la produzione letteraria italiana fuori dal nostro Paese? E perché gli amercan studies nelle università italiane prestano poca attenzione a questo fenomeno?
Oggi in Italia gli studi su questi argomenti sono molto più numerosi e di alta qualità di quanto non fossero dieci o quindici anni fa. Credo che per un lunghissimo tempo l’Italia si sia preoccupata di mettersi dietro le spalle un passato (quello dell’emigrazione) vissuto come una specie di vergogna, un’umiliazione troppo grande e il ricordo di una miseria assoluta. Ovviamente era un errore: a quel passato si sarebbe dovuto piuttosto guardare con grande orgoglio. Se penso a che cosa sono diventati gli italiani d’America nel giro di due o tre sole generazioni, e se penso alle condizioni di assoluto svantaggio da cui tutto era partito, non posso che inorgoglirmi. Inoltre, mi piace molto l’idea di un’Italia più grande, cittadina del mondo, aperta e contaminata. Mi piace pensare che New York è New York anche grazie al fondamentale contributo della nostra gente, e infatti in quella città meravigliosa mi sento assolutamente a casa. Mi piace sapere che il cinema americano, senza ebrei e italiani, praticamente non esisterebbe. E mi piace persino pensare che abbia origini italiane la più grande epopea americana del Novecento, così grande da aver oscurato perfino il western. Parlo naturalmente dell’epopea di cosa nostra. Quanto alla scarsa considerazione per la produzione letteraria italiana fuori dall’Italia, devo dire che a me pare soprattutto un problema di ignoranza. L’accademia italiana è profondamente ignorante, chiusa nel bozzolo dei suoi giochetti di potere, ripiegata su se stessa, incapace di rinnovarsi. Ma io, se penso a Bernardino Ciambelli, mi rendo conto che, a scorno del suo stile un po’ incerto e ruvido, è stato il più grande narratore popolare della modernità metropolitana. E se penso ad Arturo Giovannitti, devo convenire che le cose da lui scritte in italiano sono cascami di un Ottocento minore, sostanzialmente ancora carducciano, mentre quando prende a scrivere direttamente in inglese si trasforma in un poeta assolutamente moderno. Più in generale, penso che tutti questi scrittori italoamericani, che hanno cognomi assolutamente inauditi per la letteratura italiana e i suoi tradizionali standard aristocratici, siano stati i primi a occuparsi seriamente della gente comune, molto in anticipo rispetto ai loro colleghi italiani. Se oggi disponiamo di credibili referti narrativi su come viveva la povera gente, sui suoi sogni, i suoi desideri, il suo orizzonte esistenziale e le condizioni materiali della loro vita, lo dobbiamo più a questi scrittori che non ai loro colleghi italiani.
Le esperienza letteraria ed umana dell’emigrazione italiana in Nord America cosa potrebbe insegnare all’Italia.
Quell’esperienza ci deve insegnare molto proprio oggi, che da paese di emigranti siamo diventati paese che accoglie immigrati. Dovrebbe insegnarci a vedere sempre nello straniero il nostro passato, e dunque ci dovrebbe rendere più aperti, tolleranti, e capaci di integrazione. Purtroppo non succede.
Vi sono autori che lei ritiene di grosso pregio letterario e meriterebbero di essere studiati anche nelle scuole italiane?
Se lo consideriamo soltanto sotto il profilo dello stile o dell’eleganza, forse faremo fatica a trovare autori significativi tra gli italoamericani di prima generazione. Se però abbiamo della letteratura una visione più ampia, e se consideriamo il suo legame autentico con la vita, allora dobbiamo ritenere questo patrimonio ritrovato qualcosa di assolutamente prezioso e degno d’essere studiato.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *