Nei simboli del presepe la grandezza del dono

Nei simboli del presepe la grandezza del dono
di Luigi Rossi
Muta l'estetica, ma del presepe resta il messaggio
Muta l’estetica, ma del presepe resta il messaggio

La leggenda francescana proposta fa del bambino la risposta alle tragiche esperienze dei conflitti che angustiano l’umanità. Tutti la comprendono: immagini e simboli sono perfetta catechesi per gli illetterati, invitati al raccoglimento, attratti dalla devota religiosità che promana dalla lettura del fatto storico nel quale si proietta la società. Chi osserva vi trasferisce bisogni concreti ed aspirazioni salvifiche fissate nel realismo idilliaco della dimensione domestica di scene quotidiane. La scenografia esalta i privilegi dei ricchi e descrive con impietoso realismo i ceti subalterni cogliendo caratteristiche etnografiche e volti, un’attenta indagine psicologica ed esibizione di status, spettacolo per manifestare il primato sociale lungo i secoli.

L’evoluzione del gusto si desume dal modo di proporre agli spettatori la Natività: di solito si presenta Maria seduta e Giuseppe in piedi nella grotta-stalla al centro della scena e animata dall’annuncio ai pastori. Più distante, ma sempre evidente, una taverna ricca di cibi diventa elemento narrativo per descrivere il trionfo di simboli come l’abbondanza, riscatto dalla miseria quotidiana. Il corteo dei magi stimola la fantasia: il vecchio col cavallo al passo, il giovane baldanzoso a trotto ed il nero che rischia di essere disarcionato costringendo il servo a strattonare l’animale. La grotta è illuminata da teofanie celesti che contrastano con le tenebre ed il colore dei cavalli – bianco, rosso o baio, nero  – richiamano l’avvicendarsi delle ore del giorno: luce, sera, notte. I venditori attraggono gli abitanti del contado con varianti rispetto a quelle più edulcorate piccolo-borghesi. Infatti, il presepe povero è alieno da finalità estetiche e pregno di simboli col suo impianto tradizionale a triangolo. La scenografia frontale con paesaggio notturno evoca una specie di discesa negli inferi. Lo spazio stimola la creatività personale: pozzo, fontana, mulino, ponte, taverna fanno corona al banchetto rituale; il castello con Erode ricorda i bambini della strage voluta dal tiranno. La lavandaia-levatrice richiama il ruolo svolto nel proto-Giacomo a dimostrare come gli apocrifi siano alla base di leggende e soggetti riproposti da tante opere artistiche. Il pescatore e il cacciatore rimandano a due culture che si sono susseguite alla società matriarcale e patriarcale e le quadriglie carnevalesche di arti e mestieri i 12 mesi in relazioni ai lavori svolti durante l’anno. Lo stesso capitone servito a pezzi fa riflettere sul tempo che si rigenera nel serpente cosmico che si morde la coda secondo la concezione greca. Perfino i cibi serviti hanno funzione cultuale e culturale, sono quelli una volta imbanditi per i morti: semi, mandorle, miele, zucchero, simboleggiati dagli struffoli; da qui la tradizione di lasciare dolci a tavola alla fine della cena e frutta secca per le anime vaganti, brodo culturale non solo mediterraneo che richiama il mito solare del Bambino divino partorito dalla Vergine nella grotta e ricordo dell’inutile tentativo d’incatenare il sole. Anche nelle antiche religioni alla fine prevale l’evento salvifico dell’eroe celeste che vince il male ed inaugura la nuova era di pace. Il bambino acquista significato partendo dal termine greco-latino: pais dalla radice pau, cioé piccolo, pauper, paucus, parvus, paulus, puer, pusillus, puella con riferimento all’idea del bimbo prodigio diffusa da Virgilio e riflesso nel vangelo di Luca, un figlio dell’ellenismo e cristiano della koiné, che fa nascere Gesù, il primogenito, non nel serraglio, ma nella mangiatoia della stalla, divenuta grotta naturale con Giustino martire, il protovangelo di Giacomo ed Origene. Luca reinterpreta teologicamente i fatti alla luce dell’Antico Testamento, citato per allusione e con enfasi cristologica nei titoli messianici: è nato il Salvatore (soter), il messia (cristos), cioè il Signore, nella città di David.

La luce costituisce il collante di queste tradizioni e il presepe diventa un libro aperto per leggere vita, morte, inferi amalgamati nel coro intonato dagli Angeli, al quale con i piatti metallici rispondono col loro osanna papa e re, cioè tutti i poteri, seguiti col tamburo dal popolo. Così la rappresentazione della natività si trasforma in un viaggio ed in una visione del mondo interiore della conoscenza comunicato mediante una gestualità culminante nell’orante a mani protese. E’ la sacralità epica espressa da Benino, il pastorello dormiente nella scenografia posto in alto per invitare al cammino esoterico verso la grotta e l’incontro col Bambino. Il pastore delle meraviglie, abbagliato dalla rivelazione, riassume ruolo e significato del presepe tradizionale, che richiama un ambiente ed un portato culturale a volte sospetto per cui la Chiesa preferisce esporre solo il Bambino concentrando il messaggio sugli elementi antropologici-culturali cristianizzati della centralità dell’Incarnazione come Salvezza. Fondamento per gli auguri diventa il Bambino in fasce posto nella mangiatoia, icona di profonda umiltà e di estrema povertà, manifestazione della Gloria di Dio nei cieli e di Pace in terra uomini buona volontà. E’ il desiderio di Shalom realizzato, benessere con un preponderante aspetto anche materiale grazie al patto con Dio da cui provengono i doni dell’alleanza, della salute, della benedizione, della felicità, della tranquillità senza turbamento nel pellegrinaggio verso la terra promessa. Da qui l’attualità degli auguri per il Natale e per tutto il 2015 radicati sul Bambino, che si pone agli antipodi dei poteri forti.

Nel fare memoria del fatto storico avvenuto ai tempi di Augusto sperimentiamo il memoriale della speranza salvifica perché il Natale è tempo di rinascita per un popolo oppresso da potenti arroganti. Nell’oscurità di un quotidiano di sofferenza e d’ingiustizie, l’uomo appare solo e privo di meta, bisognoso della rivelazione divina, particolarmente provvida nelle quattro notti fondamentali dell’azione di redenzione: quella della creazione, dell’alleanza con Abramo, della libertà nella Pasqua di Mosè e la messianica. Perciò, all’esperienza della notte farà seguito quella della luce continua dell’ottavo giorno. Ma dove trovare tutto ciò? In una mangiatoia dove è adagiato un bambino in fasce! Mistero del Natale! Evidente lo scarto tra la grandezza del dono e la piccolezza del segno che lo incarna; perciò è difficile vivere con coerenza questa festa.

Si è disposti a dire sì alla luce, ma viaggiare per vedere un bimbo è una pretesa eccessiva se non si prova la gioia garantita dal vero spazio di Betlemme. Mangiatoia e campo dei pastori, sedi provvisorie di un quotidiano di miseria, diventano fecondo centro di speranza se preparano alla lezione del Natale, alla gratuità e allo stile di Dio, pronto al dono per pura bontà, senza cerimoniali di reciprocità perché l’amore trinitario esalta l’unilateralità del Natale.

Finché si vive nell’egoismo, fermi ad un’era prima di Cristo come dimostra lo spreco di miliardi in armi e divertimenti mentre i bimbi morti di fame continuano ad essere milioni, il Natale al massimo appare una tregua di buonismo. Torniamo a Betlemme per gustare umiltà e mitezza, per apprezzare la povertà come libertà di fronte all’idolo danaro. Cerchiamo il piccolo Gesù per dare concreta speranza agli auspici di serenità degli auguri che ci scambiamo. Un Bambino povero, mite, crocefisso sfida e vince i potenti; Dio è abituato a vincere in questo modo: in una grotta Egli ristabilisce l’equilibrio tra Cielo e Terra e dona a chi spera nell’amore la possibilità di ricominciare.

 

 

 

 

 

redazioneIconfronti

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