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Nei territori la tragedia dei nuovi modelli feudali

Nei territori la tragedia dei nuovi modelli feudali
di Giuseppe Carpentieri

Esistono diversi modi per leggere la società, uno di questo è osservare lo specchio della nostra classe politica, e nel caso salernitano, ove non esiste cambio di guida da troppi decenni, ci racconta la trasformazione della società in un modello neofeudale ove prevalgono i rapporti di vassallaggio. Un altro modo per conoscere la società è osservare l’attività sul territorio, dal disordine urbano alle attività produttive. Il governo del territorio è espressione diretta della volontà dei cittadini, dei proprietari privati, col consenso del ceto politico. Inoltre potremmo porci domande essenziali: che genere di individuo ha costruito il capitalismo? All’interno della società capitalista, quali individui sono ricoperti di rispetto e ammirazione? Rispondendo a tali domande possiamo scoprire il carattere della società, e le risposte, ahimé, sono sconfortanti. La società capitalista ha chiaramente disfatto le comunità per favorire l’individualismo, la cosiddetta società liquida di Bauman. In tutte le cosiddette democrazie liberali, così chiamate per la loro forma istituzionale ma inserite nel sistema economico capitalista, le comunità tendono a perdere il senso proprio e profondo dell’esistenza, secondo il sottoscritto, mentre molti studiosi ci ricordano persino del rischio dell’alienazione individuale e del nichilismo. Nella storica contrapposizione fra socialismo e liberalismo, quest’ultimo ha prevalso. Le élites politiche europee programmano la cessione di sovranità economica, scegliendo di sostenere gli interessi geopolitici di taluni territori, i cosiddetti paesi “centrali”, e gli interessi delle multinazionali. In poco più di trent’anni la sinistra politica si polverizza, sparisce, e il pensiero unico dominante, cioè la globalizzazione neoliberista conquista il mondo. Di fronte a questo cambiamento epocale, che inizia negli anni ’70, il ceto politico, o resta a guardare, o è attuatore di politiche neoliberiste come nel caso delle amministrazioni locali. Tutto diventa merce. Il territorio maggiormente colpito è quello del meridione d’Italia, mentre il Nord, considerato “centrale”, conserva i propri livelli produttivi e in certi caso migliora le proprie prestazioni. Noi siamo la “periferia” economica.

Attraverso la geografia umana, i pianificatori interpretano correttamente le risorse territoriali. In Italia, abbiamo le conoscenze e gli specialisti per ricostruire un equilibrio fra persone e territorio, e favorire la prosperità degli insediamenti umani, ma il ceto politico è completamente autoreferenziale e psico programmato per il neoliberismo. Il territorio è un bene comune che può essere gestito in maniera razionale, e gestendolo in questo modo si crea occupazione utile. La terra, la città e la montagna sono risorse che suggeriscono politiche di sviluppo locale, riducendo la dipendenza dalla globalizzazione neoliberista. Leggendo la geografia delle disuguaglianze territoriali, il ceto politico ha l’obbligo di programmare investimenti pubblici, si tratta di politiche pubbliche socialiste, poiché solo uno Stato civile ha interesse nel ridurre le disuguaglianze. Queste (disuguaglianze economiche, sociali e di riconoscimento) si concentrano nelle periferie, nelle piccole città e nei territori rurali. Chi vive in questi spazi urbani e in questi territori si vede sempre più escluso poiché mancano i servizi essenziali, manca il lavoro, e le famiglie sono a rischio povertà. Le disuguaglianze sociali e di riconoscimento sono quelle a maggiore impatto politico, poiché quando il ceto politico ha scelto il liberalismo, eliminando l’azione dello Stato nell’economia, ciò ha favorito il degrado sociale e ambientale, e questo processo ha innescato sentimenti di rabbia e frustrazione fra i ceti meno abbienti, alimentando un corto circuito di inciviltà come l’apatia politica e l’isolamento culturale. La disuguaglianza di riconoscimento agisce sul disvalore delle persone, isolandole, negando loro opportunità di lavoro e di dignità. In una società culturalmente autoreferenziale come quella italiana, le élites tendono ad escludere gli altri per auto conservarsi. Tendenzialmente, le classi dirigenti locali adottano il modello sociale feudale, costringendo le nuove generazioni a emigrare pur di inseguire, giustamente e legittimamente, i propri sogni di realizzazione sociale. La disuguaglianza di riconoscimento distrugge valori sociali e i territori. Tutto ciò ha favorito la nascita di soggetti politici populisti, autoritari e violenti, poiché hanno sfruttato e sfruttano i risentimenti negativi delle persone nei confronti delle istituzioni politiche, e si sono inseriti nel tessuto sociale raccogliendo enormi consensi elettorali.

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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