Nel Cilento del monachesimo l’eredità mediterranea

Nel Cilento del monachesimo l’eredità mediterranea
di Luigi Rossi

cache-cache_194d8721736f745d388d69d112de08bc_614b73f904b97591cb89ca40b5bacf28Ieri ad Agropoli si è svolto un convegno organizzato dall’associazione Identità mediterranee sul tema “Monachesimo e paesaggi culturali”. Vi hanno partecipato esperti del settore, i quali hanno ricostruito la singolare vicenda dei monaci italo-greci e descritto luoghi ed ambienti frutto di questo fecondo meticciato di culture. Ancora oggi nel sud della provincia di Salerno, e non solo, è possibile rinvenire l’anima e l’animo che aleggiano in un ambiente che ha tramandato una storia di tanti anni fa. Per alcuni aspetti essa induce ad doverose riflessioni per la sua sorprendente attualità.

Il Cilento ha sperimentato nei secoli tante invasioni, ma anche sbarchi di profughi e di rifugiati, popoli ed etnie in fuga dalle tragiche contraddizioni della  grande storia e che si sono trasformati in un fecondo innesto. Naturale chiedersi: se 27 secoli fa fossero stati ricacciati i profughi focesi oggi avremmo Velia? Una totale indisponibilità all’accoglienza di monaci 14 secoli fa avrebbe privato il Cilento del suo caratteristico paesaggio?

Quelle fughe si è trasformate in riconoscente dono per chi ha saputo accogliere. L’avventura dei religiosi ha avuto tre fasi. All’inizio si tratta di solitari eremiti con negli occhi la distruzione del loro quotidiano e arrivati in compagnia delle sole icone: manufatto preziosissimo perché proiezione concreta di ciò che avevano di più caro. Successivamente si organizzano in laure e nel nome di Dio danno vita ad una dinamica socializzazione trasformando la loro presenza in una storia di successo sfociata nella fase cenobitica. Riescono così a coinvolgere tutto il territorio e una civiltà distrutta da invasioni, guerre, pestilenze, alluvioni ricomincia a sperare.

In tal modo viene ridisegnato il profilo di un paesaggio fisico e culturale che, ad esempio, dalla costa velina sale verso Ceraso per entrare nella valle di Novi e poi penetrare nell’interno fino al Vallo di Diano. Esso si segnala per una precipua caratteristica: l’armonia ecologica grazie all’azione dei monaci che vi fanno convergere le loro conoscenze animando un genere di vita che esalta i valori del profondo. Nel nome di Dio realizza quando raccomanda la Genesi: l’uomo possegga la terra in modo pacifico.

La popolazione del tempo manifesta subito di gradire questa esperienza e, rispetto alla condizione di servo soggetto al signore feudale, preferisce consegnarsi come oblato del cenobio più vicino. Infatti considera il monaco un maestro di vita, un abile imprenditore agricolo, un insuperabile ingegnere, un medico pietoso, un farmacista generoso, un dinamico mastro artigiano. Nasce una nuova civiltà che fa perno sulla possibilità di assicurare a tutti l’essenziale per vivere, quel minimo comune multiplo basato sull’insegnamento che possedere la terra non significa chiuderla alla fruizione degli altri, precipitati nel bisogno, ma semplicemente un diritto di uso in una prospettiva di bene comune. È il segreto per cui si riesce a colonizzazione in armonia con le caratteristiche del territorio, esperienza che trova riscontro nei tanti statuti medievali tramandati ed ancora nella prassi tradizionale che regolamenta l’uso dell’acqua. La efficacia della presenza dei religiosi viene misurata anche dal moltiplicarsi di mercati che animano gli scambi grazie alla garantita sicurezza ottenuta ponendo il raduno sotto la protezione del santo al quale è dedicata la fiera.

Dopo alcuni secoli la grande storia rincomincia a interessarsi della zona, inizia un processo di latinizzazione conclusosi nella seconda metà del Seicento con i falò a Cuccaro. Allora bisogna convenire che a vincere sono sempre i poteri forti? Certamente no: un auspicio, ma anche un convincimento. Infatti, nel profondo del popolo è rimasto non solo il ricordo, sovente non consapevole, di questi monaci, maestri di vita e modelli di una esperienza che ha fatto della penitenza e del rigore un costante riferimento per insegnare in modo convincente cosa significa essere disponibile per gli altri e per il bene comune. Ancora oggi é possibile guardare dentro di noi e comprendere che i ruderi disseminati per il territorio tracciano la mappa di una presenza animata da tante icone nelle quali si riflettono storia e cultura di una identità mediterranea nella quale poter riscontrare un messaggio valido ed attuale.

Questo paesaggio culturale può essere colto e gustato a determinate condizioni e valorizzato solo se si comprende che l’Achille avido e superficiale consumatore del XXI secolo, in realtà un distruttore di risorse, è capace di riscoprire il piacere della frugalità. Non si tratta della formichina che invita alla decrescita, ma di un operatore saggio che propone e realizza uno sviluppo diverso: investire nel bello per esaltare il buono. Orbene il paesaggio mediterraneo descritto si adatta perfettamente ad un nuovo e indilazionabile rinascimento, all’umanesimo alternativa al cancro dell’avidità che dall’interno distrugge l’uomo, trasformatosi in licantropo quanto è in cerca soltanto di cose invece di essere se stesso.

Uno scontro di civiltà più di 1300 anni fa tra la cristiana Costantinopoli e gli arabi invasori pretese di trovare una ipotetica intesa sacrificando un prodotto dello spirito umano: le icone, immagine dipinta su muri e tavole di legno grazie ad una sapiente arte del colore, capace di evocare connotati metafisici, e ad un disegno raffinato. Ma il rimedio concordato dai potenti di allora non funzionò e per il bello il costo fu tragico.

Pochi uomini coraggiosi si opposero in modo pacifico e fuggirono con i prodotti di una arte con la quale esprimevano la loro fede. Oggi tutto ciò può divenire un esempio, un segno, uno stimolo: recuperare a passi lenti un’armonia in grado di rinverdire una speranza e consentire di ammirare le gradazioni dei colori delle foglie di olivo anche quando sono scosse dal vento della vita, cioè saper godere di un quotidiano scandito dal suono del semantron, nostalgia in grado di risvegliare l’attenzione su come il bello apprezzato, preservato e compreso può conferire senso all’esistenza, funzione insostituibile per l’uomo immerso nel paesaggio percepito e gustato come un inno alla gioia.

 

 

redazioneIconfronti

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