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Nel nome di Pasolini, recuperare la parola che fa scandalo

Nel nome di Pasolini, recuperare la parola che fa scandalo
di Alfonso Conte

Operare nel mondo della cultura, della comunicazione, dell’arte, soprattutto se si ricoprono ruoli comportanti visibilità e presunzione di autorevolezza, costituisce un impegno reso ancor più complicato dal rapporto con gli esponenti del potere. Dappertutto. Ma maggiormente in Italia, dove la tradizionale presenza di poderosi apparati, sorti e consolidati per affermare e trasmettere versioni presentate come ortodosse, condiziona da sempre la vita pubblica, contribuendo, secondo attendibili osservatori, a radicare quel conformismo e quella cortigianeria divenuti nel tempo elementi prevalenti del carattere degli italiani. Forse per il coraggio e la naturalezza di dire le sue verità attraverso le molteplici forme consentitegli dal suo straordinario talento, per la profonda coerenza di quello che è stato con quello che ha detto, per il modo di essere italiano tra italiani così diversi da lui, Pier Paolo Pasolini mi ha sempre affascinato. E, forse, anche per tali motivi, continua ancora oggi ad essere profondamente attuale.
Penso a lui e poi a Leonardo Sciascia, … e poi dimenticherò qualcun altro, ma faccio fatica invano … pochi comunque, in un’Italia, quella della seconda metà del ’900, drammaticamente divisa tra pepponi e doncamilli, tra due chiese, tra due modi di fissare rigidi limiti al desiderio di sognare. Pasolini sfugge allo schema, rifiuta di essere incasellato, getta a terra la maglietta. Inizia a chiudere gli occhi e ad immaginare la realtà all’opposto di come viene raccontata. Prova ad invertire i segni che gli altri utilizzano abitualmente per analizzarla e scopre che l’autonomia di pensiero può portarlo ad aderire al partito nel quale militavano gli assassini del fratello. Dopo esserne stato espulso “per indegnità morale”, può accettare di diventare “intellettuale non organico” al partito, ma nessuno può impedirgli di restare organico alla classe degli sfruttati, dei quali il partito stesso costituisce una delle poche opportunità di riscatto.
Da ateo può concepire e dirigere uno dei film più belli dedicati alla figura di Cristo (foto), al mistero della morte, al sentimento religioso, ed incompreso essere contestato dalle cosiddette forze laiche. Mentre tutti esaltano l’inedito benessere materiale assicurato dal trionfante capitalismo, può riflettere sui valori tradizionali che rischiano di scomparire per sempre, insieme a quella civiltà contadina che li aveva generati. Nel ’68 può fare un passo indietro, uscire per un attimo dalla bolgia e tentare di distinguere i piccoli borghesi camuffati da rivoluzionari dai figli di contadini costretti a rischiare la vita per poche lire al mese. Sicché il paradosso diventa abituale metodo di analisi, la provocazione eretica strumento di lotta non al servizio di una chiesa contro l’altra, ma critica radicale verso tutte le chiese del mondo e della storia.
Dai documenti visivi dell’epoca il suo volto appare accompagnato spesso da un sorriso sincero, mai irridente o sprezzante; il tono del discorrere risulta a volte appassionato, altre meditativo, comunque sempre pacato e conciliatorio. Ma quello che dice è fortemente dirompente, provoca consapevolmente scandalo, apre conflitti. Perché è rivolto a destrutturare quello che appare inamovibile, costringe a mostrare volti fino a quel momento nascosti da maschere, scopre corpi senza pudore. Pasolini è un formidabile esercizio di libertà, uno dei più vigorosi tentativi di educare gli italiani alla libertà.

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